RSI e discriminazione salariale di genere: alcune riflessioni

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Lo scorso 20 giugno è stata pubblicata la decisione della seconda Camera civile del Tribunale d’appello (emessa il 17.2.2025) relativa al ricorso interposto dalla RSI contro la sentenza della Pretura del Distretto di Lugano (sezione 1) in una causa di discriminazione salariale basata sul sesso, promossa nel maggio del 2017. Una sentenza con la quale il Tribunale d’Appello conferma la decisione del Pretore.
Bastano poche parole per spiegare questa vicenda, tanto è evidente la grave infrazione commessa dalla RSI: i vertici dell’ente radiotelevisivo si sono resi colpevoli di discriminazione salariale basata sul sesso, per un ammontare lordo di quasi 200’000 franchi, sottopagando una dipendente rispetto ai colleghi uomini, «anche rispetto a quelli inquadrati nella classificazione di redattore 4, rispettivamente redattore 3, in particolare quelli attivi nella redazione di [riferimento omesso]».
Il Tribunale d’appello è stato categorico: «la convenuta [la RSI] non ha in effetti spiegato per quale ragione il giudice di prime cure avrebbe sbagliato». Tutti gli argomenti sviluppati dalla RSI nel ricorso sono stati impietosamente rigettati dai giudici. Per questo motivo, la RSI ha rinunciato a presentare ricorso al Tribunale federale. Meglio evitare di creare precedenti troppo ingombranti…

La classica punta dell’iceberg?

Resta sul tavolo il tema della discriminazione salariale basata sul sesso. Una discriminazione gravissima, a prescindere. Ulteriori interrogativi pone il fatto che si tratta di un’azienda finanziata con fondi pubblici e con il canone radiotelevisivo, dove circa il 30% del personale (in unità lavorative a tempo pieno) è costituito da donne.
Ed eccoci alla vera domanda di fondo: si tratta di un caso isolato oppure esiste una politica del personale sessista, seppur latente, in RSI? La domanda è legittima.
Sorge infatti il dubbio che, se si fosse trattato davvero di un caso singolo, la direzione RSI avrebbe proceduto a sanare la situazione. È noto che in passato si è preferito – riconoscendo la responsabilità – giungere a soluzioni bonarie, evitando i tribunali e ponendo come condizione la riservatezza sugli accordi.
Invece, la determinazione della RSI nel negare i diritti evidenti della dipendente, spingendosi fino al Tribunale d’appello, sembra indicare la volontà di tenere chiuso quello che potrebbe rivelarsi il più classico vaso di Pandora.
Questo sospetto è rafforzato da alcuni elementi contenuti nella decisione del Tribunale d’appello. Riportiamo quanto segue: «A tale proposito essa [la RSI] ha evidenziato di aver versato agli atti (…) la già menzionata tabella riassuntiva denominata “Analisi storico ___ – 2022”, dalla quale era emerso, come già indicato nel suo memoriale conclusivo, che “in percentuale assoluta la media dei salari delle donne rispetto alla media dei salari degli uomini tra il 2011 e il 2022 è inferiore del 2,83%: trattasi di una differenza salariale minima (sic!) che dimostra l’assenza di una disparità salariale a titolo generale” (appello pag. 18). La censura è infondata. A parte il fatto che dal documento in questione nemmeno è possibile evincere che la media dei salari dei redattori uomini del medesimo programma tra il 2011 e il 2022 sia effettivamente stata inferiore solo del 2,83% (tanto più che dal documento intitolato “Principali indicatori statistici Redazione Attuali Regionale AP 1 – maggio 2019”, versato agli atti il 26 luglio 2019 nell’ambito della procedura d’appello, era invece risultato come nella redazione di “_____” le donne fossero pagate il 6,4% in meno rispetto ai colleghi uomini)».
Una prima affermazione che alimenta i nostri dubbi iniziali. Una seconda citazione li rafforza ulteriormente: «Ben più significativo (…) è piuttosto il fatto, esso pure evocato dalla convenuta [la RSI] nel suo memoriale conclusivo (p. 43 segg. e 63), ma non più riproposto nell’appello, che dalla stessa tabella “Analisi storico ___ – 2022” era risultato che “la differenza media assoluta tra il salario di AO 1 e i salari dei collaboratori uomini tra il 2011 e il 2022 è inferiore del 9,70% (con una variazione da 7,59% a 12,44% nei singoli anni)” (p. 44 seg.), e dunque – si aggiunga qui – è sempre stata superiore, per tutto il periodo di 12 anni, al limite del 6% stabilito dalla giurisprudenza citata al consid. 10.
In definitiva, dall’“approccio collettivo” non si può concludere che all’interno della convenuta, e in particolare nella redazione di “_____”, le donne – e segnatamente l’attrice – non fossero discriminate a livello salariale rispetto ai colleghi uomini
».

Uno scenario significativo e inaccettabile. Per questo, la RSI dovrebbe avviare, o far avviare esternamente, un’analisi approfondita su tutto il personale dell’ente, per eliminare ogni forma di discriminazione salariale (e non solo) di genere.
Affermare, anche ammesso che fosse vero, che la discriminazione sia stata “solo del 2,83%” è aberrante e inammissibile. Qualsiasi forma di discriminazione di genere va eliminata immediatamente.
Invece di perseguire le dipendenti che lottano per i loro legittimi diritti, la direzione RSI dovrebbe ammettere le proprie responsabilità e avviare un percorso di cambiamento trasparente, dando l’esempio.
La difesa del servizio pubblico non si vince con slogan vuoti, ma con atti concreti, assunzione di responsabilità e interventi riparatori coerenti.
L’identificazione con il servizio pubblico radiotelevisivo, e quindi la sua difesa, si costruiscono distanziandosi da pratiche tipiche di aziende private, dimostrando che il servizio pubblico deve rappresentare qualcosa di fondamentalmente diverso. Chissà se a Comano lo capiranno mai.

Il sindacato SSM: necessario cambiare rotta!

In questa vicenda è mancato, come spesso accade, il necessario contrappeso rappresentato da un intervento sindacale deciso. Ancora una volta, purtroppo, il sindacato aziendale SSM ha dimostrato una totale subordinazione alla politica della RSI. Uno scenario che si va ripetendo proprio in queste settimane con le evanescenti prese di posizione sulle ristrutturazioni in atto e annunciate.
La giornalista in questione ha portato avanti la propria battaglia da sola, per oltre otto anni, nonostante fosse regolarmente iscritta al sindacato, che in un secondo momento ha scelto di abbandonarla, rifiutandole il sostegno legale e, soprattutto, sindacale. Una pagina triste della storia sindacale, purtroppo non isolata.
Sorge quindi spontanea una domanda: cosa farà ora il sindacato SSM, alla luce di questa importante sentenza e dei dubbi che pratiche discriminatorie siano ancora diffuse in RSI?
I segnali non sono incoraggianti. Il SSM non ha proferito parola sull’esito di questo caso emblematico: nessuna presa di posizione pubblica, nessuna richiesta urgente di incontro con la direzione RSI, nessuna manifestazione di solidarietà alla coraggiosa dipendente, nessuna rivendicazione per avviare le verifiche necessarie.
La colpevole inerzia del passato non giustifica la passività attuale. La battaglia contro l’iniziativa “200 franchi bastano!” non può essere una scusa per scegliere il silenzio.
La difesa del servizio pubblico non può prescindere dalla difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Non si possono neppure salvaguardare i posti di lavoro tollerando abusi e discriminazioni. Perché, superata la pressione della votazione sull’iniziativa, la politica del lavoro della RSI non cambierà certo per riconoscenza verso il sostegno sindacale incondizionato. I silenzi alla fine favoriscono coloro che dei diritti di lavoratori e lavoratrici se ne fregano altamente, ma sanno sfruttare per fini politici tutt’altro che nobili queste situazioni. Lo testimonia il fatto che ad aver lanciato pubblicamente l’esito di questa vicenda sia stato il giornale leghista.
Anzi, la SSR e le sue filiali continueranno – come già stanno facendo – con licenziamenti, prepensionamenti (ristrutturazioni) e un peggioramento generale delle condizioni di lavoro.
Il silenzio sindacale non fermerà questo processo.
Il peggioramento dei diritti e delle condizioni di lavoro, così come la discriminazione di genere, non possono diventare merce di scambio per una presunta tutela dell’impiego. Anche perché non ci sarà alcuna tutela degli impieghi senza una mobilitazione diretta del personale, che unisca la difesa dei posti alla rivendicazione di condizioni dignitose, che non possono tollerare la disparità salariale di genere.
L’impressione, purtroppo, è che ancora una volta il boccone avvelenato sia già stato preparato. Non resta che farlo ingoiare, condito con la paura e accompagnato dalla “politica del meno peggio”…

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