Accordo sui dazi Trump-UE. A passare alla cassa saranno i salariati e le salariate

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L’accordo commerciale firmato il 27 luglio tra Stati Uniti e Unione Europea rappresenta una vittoria politica per Trump, ma un duro colpo per i lavoratori di entrambi i continenti. Dietro la retorica sulla “sovranità europea” o sulla “capitolazione di Bruxelles”, si cela un’intesa che rafforza gli interessi del grande capitale e scarica i costi sulle classi popolari.

Un’intesa squilibrata

Con la minaccia di nuovi dazi al 30% su prodotti europei, Bruxelles ha ceduto: in cambio di una riduzione delle tariffe doganali al 15% su circa il 70% delle esportazioni UE (auto, farmaceutica, semiconduttori, tessile), l’Europa si è impegnata ad acquistare energia statunitense per 750 miliardi di dollari in tre anni, a investire 600 miliardi sul territorio americano, anche in armamenti e a sospendere i dazi su prodotti USA. Un compromesso che mette temporaneamente fine alla spirale di ritorsioni, ma che segna una profonda asimmetria a favore di Washington.
Per Trump, l’accordo è un importante trofeo, soprattutto dopo i fallimenti diplomatici in Ucraina e la crisi interna causata dallo scandalo Epstein. Dopo mesi di negoziati, il presidente americano può vantarsi di aver imposto le sue condizioni all’UE, rafforzando la propria immagine di “uomo forte” del commercio globale.
In Europa, però, l’intesa ha acuito le fratture tra le borghesie nazionali. Infatti Macron, favorevole a una logica di scontro con Trump, appare oggi isolato; Meloni e Merz hanno per contro spinto affinché si arrivasse ad un compromesso tutto teso a difendere l’export industriale dei propri paesi; infine, Starmer punta a un ruolo di “raccordo” con gli USA, avendo potuto contare su un accordo “prefereziale”.
Ma il fragile consenso europeo rischia di crollare con il peggioramento delle condizioni economiche: crescita stagnante, rincaro dei prezzi e minaccia di recessione.

I lavoratori e le lavoratrici, vittime designate

Mentre i governi difendono gli interessi delle grandi aziende, i lavoratori saranno i primi a subire: le conseguenze di questi accordi, perché la logica concorrenziale del capitalismo non sparisce certo con la fissazione di nuovi e potenti dazi.
Si manifesteranno quanto prima aumenti dei prezzi e quindi difficoltà per le aziende nei loro processi commerciali; da qui il passo sarà breve verso processi di ristrutturazione con ulteriori importanti licenziamenti.
Il finanziamento dell’accordo (e in particolare gli aiuti alle imprese per affrontare le conseguenze dei dazi e salvare i propri livelli di profitto e redditività) comporterà tagli della spesa pubblica con conseguenze per cittadini e cittadine a livello di prestazioni sociali. Come già preannunciano le scelte di alcuni governi europei, politiche di austerità assumono nuovamente un grande rilievo.
Né il protezionismo né le retoriche “sovraniste” offrono soluzioni ai lavoratori e alle lavoratrici. L’illusione di un fronte comune tra governi, padronato e sindacati contro gli USA è una trappola pericolosa. Anche negli Stati Uniti, i lavoratori saranno colpiti da inflazione, precarietà e tagli, mentre il capitale si arricchisce grazie a esenzioni fiscali e incentivi pubblici.
Di fronte a questa spirale, serve una risposta indipendente, internazionalista e di classe. I lavoratori devono opporsi ai piani di austerità, ai licenziamenti, all’escalation militare e commerciale.
Solo un movimento unitario, internazionale, potrà rovesciare i rapporti di forza e rompere la logica della guerra permanente — economica e non solo.

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