Dall’Angola allo Zambia fino all’Uzbekistan: tre casi emblematici rivelano come il modello di espansione economica cinese stia generando nel mondo una crescente resistenza
Tre casi emblematici mettono in luce i meccanismi predatori del modello di espansione economica cinese a livello globale, dove investimenti infrastrutturali e penetrazione commerciale si accompagnano sistematicamente a degrado ambientale, violazioni dei diritti dei lavoratori e crescente ostilità delle popolazioni locali. I drammatici eventi recenti in Angola e Zambia dimostrano come la strategia di Pechino, basata su accordi con le élite politiche e disprezzo per le esigenze delle popolazioni locali, stia generando una spirale di tensioni che minaccia la sostenibilità stessa della presenza cinese nel continente africano, mentre analoghi fenomeni di resistenza emergono anche in Asia Centrale, confermando l’ampiezza geografica di un risentimento che attraversa continenti diversi.
Angola nel caos: la rivolta anti-cinese scuote gli equilibri in Africa
La presenza economica cinese in Angola, costruita in oltre due decenni di investimenti massicci e accordi di collaborazione strategica, sta affrontando la sua crisi più grave dall’inizio del nuovo millennio. Una violenta ondata di proteste ha trasformato quello che inizialmente sembrava un normale sciopero dei tassisti contro l’aumento dei prezzi del carburante in una rivolta esplicitamente anti-cinese che ha scosso le fondamenta della cooperazione sino-angolana. Il sindacato ANATA aveva organizzato una protesta di tre giorni contro la decisione governativa di aumentare il prezzo della benzina, ma la rabbia popolare si è rapidamente canalizzata contro i simboli più visibili dell’influenza economica di Pechino nel paese. Le strade di Luanda e della provincia di Malanje sono diventate teatro di una rivolta che ha messo nel mirino specificamente le attività commerciali e industriali gestite da cittadini cinesi, rivelando il profondo risentimento accumulato dalla popolazione locale nei confronti del gigante asiatico.
La furia popolare si è abbattuta con particolare violenza sugli interessi economici cinesi tra luglio e agosto, trasformando una protesta sociale in un attacco sistematico contro la presenza di Pechino in Angola. Oltre novanta negozi di proprietà cinese sono stati vandalizzati, mentre diverse fabbriche hanno dovuto sospendere immediatamente la produzione e chiudere i battenti per motivi di sicurezza. L’accanimento si è concentrato particolarmente sulle catene di vendita al dettaglio. Le immagini diffuse online mostrano commercianti cinesi terrorizzati che si barricano nei propri negozi mentre folle inferocite distruggono vetrine, saccheggiano la merce e devastano gli interni degli esercizi commerciali. La violenza ha raggiunto livelli tali da costringere intere zone industriali gestite da imprese cinesi alla paralisi totale, con cancelli serrati e produzione completamente fermata.
L’escalation della violenza ha innescato un esodo senza precedenti della comunità cinese dall’Angola, mettendo in fuga una delle più grandi diaspore di Pechino nel continente africano. Migliaia di cittadini cinesi hanno abbandonato precipitosamente il paese, dando vita a scene di panico all’aeroporto internazionale di Luanda dove i voli verso la Cina risultavano completamente sold out. La comunità cinese locale, stimata tra le 250.000 e le 300.000 persone, ha vissuto ore drammatiche con molte persone costrette a rifugiarsi in compound sorvegliati o a fuggire via terra verso i paesi confinanti. Le ambasciate cinesi hanno diramato avvisi di emergenza esortando tutti i connazionali a lasciare immediatamente il territorio angolano. Il bilancio finale di almeno cinque morti e oltre 1.200 arresti testimonia la gravità di una crisi che ha colto completamente impreparata la strategia diplomatica di Pechino per in Africa.
Il modello cinese di penetrazione economica in Angola, costruito attraverso la Belt and Road Initiative con 68,6 miliardi di dollari di prestiti erogati tra il 2000 e il 2021, sta mostrando tutte le sue contraddizioni strutturali. L’Angola è diventata il principale beneficiario africano del progetto infrastrutturale cinese, che ha finanziato la costruzione di strade, ferrovie, ospedali e il nuovo aeroporto internazionale Dr. Antonio Agostinho Neto, considerato il più grande scalo finanziato dalla Cina al di fuori dei confini nazionali. Tuttavia, questo sviluppo ha creato un sistema economico duale dove i vantaggi si concentrano nelle mani di una ristretta élite collegata agli interessi cinesi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione angolana rimane esclusa dai benefici della crescita. Il meccanismo del debito ripagato attraverso esportazioni petrolifere ha inoltre creato una dipendenza strutturale che sta diventando insostenibile, soprattutto da quando Pechino ha reindirizzato le proprie importazioni energetiche incentrandole su Russia e Medio Oriente.

Gli episodi che hanno alimentato il risentimento anti-cinese rivelano un modello sistematico di comportamenti inaccettabili da parte delle imprese di Pechino in territorio angolano. Nel 2024, le autorità locali hanno chiuso due fabbriche cinesi per gravi violazioni delle leggi nazionali: un impianto di lavorazione dei metalli che operava senza licenza e aveva inquinato un fiume locale, e una fabbrica di plastica che teneva 113 dipendenti angolani in condizioni di lavoro disumane, praticamente prigionieri all’interno dello stabilimento. A questi scandali si sono aggiunte le proteste dei pescatori locali contro i pescherecci cinesi accusati di devastare le riserve ittiche locali, e la recente operazione governativa che ha portato alla chiusura di 25 operazioni illegali di mining di criptovalute gestite da cittadini cinesi, culminata nell’espulsione di 60 persone coinvolte in attività vietate per il loro impatto sulla fragile rete elettrica nazionale. Questi episodi hanno contribuito a consolidare l’immagine della Cina come potenza estrattiva e predatoria piuttosto che come partner in grado di offrire sviluppo.
La crisi angolana segna un potenziale punto di svolta per l’espansione cinese in Africa, mettendo brutalmente in luce i limiti di una strategia basata esclusivamente su investimenti infrastrutturali e accordi con le élite politiche locali. Per Pechino, che ha fatto dell’Angola un pilastro della propria presenza nel continente africano, la lezione è chiara: il soft power non può essere costruito ignorando le dinamiche sociali e le aspettative delle popolazioni locali. Il modello sino-angolano, spesso presentato come esempio virtuoso di cooperazione Sud-Sud, ha rivelato la sua insostenibilità strutturale di fronte alla rabbia popolare. Gli eventi di Luanda potrebbero quindi innescare una reazione a catena in altri paesi africani dove la presenza cinese genera tensioni simili, mettendo in crisi Pechino.
Zambia: quando il disastro ambientale rivela il vero volto dell’investimento cinese
La crisi angolana non rappresenta un caso isolato nella complessa relazione tra Cina e Africa, come dimostrano i recenti sviluppi in Zambia dove un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche ha ulteriormente messo in evidenza gli effetti devastanti del modello di investimento cinese nel continente. A febbraio, il crollo parziale di una diga di scorie presso la miniera di rame di proprietà statale cinese Sino Metals Leach Zambia, vicino alla città di Kitwe, ha rilasciato nell’ambiente circa 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti tossici carichi di metalli pesanti, cianuro e acidi concentrati. La portata del disastro, inizialmente sottovalutata dalle autorità, si è rivelata trenta volte superiore alle stime iniziali, con oltre 900.000 metri cubi di scorie velenose che continuano a contaminare il bacino del fiume Kafue, arteria vitale per oltre 12 milioni di zambiani che dipendono dalle sue acque per pesca, agricoltura e approvvigionamento idrico. Il caso ha assunto connotazioni ancora più gravi con la scoperta, pochi giorni dopo il primo incidente, di una seconda perdita di rifiuti acidi da un’altra miniera cinese nella cintura del rame zambiana, i cui gestori avevano tentato di nascondere l’accaduto.
Le conseguenze legali ed economiche del disastro stanno assumendo dimensioni enormi, con due studi legali che hanno presentato richieste di risarcimento per un totale di 420 milioni di dollari alla compagnia cinese. L’azienda Drizit Environmental, inizialmente incaricata da Sino Metals di valutare l’impatto ambientale, è stata licenziata dopo aver rivelato l’entità reale del disastro, mentre varie ambasciate hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi nell’area contaminata a causa dei gravi rischi sanitari. Il governo zambiano, che inizialmente aveva tentato di minimizzare la minaccia, è stato costretto ad ammettere la presenza di livelli pericolosi di metalli pesanti nei campioni d’acqua analizzati.
L’incidente zambiano rappresenta un test cruciale per la strategia cinese in Africa, rivelando quanto sia fragile l’equilibrio tra dipendenza economica e sostenibilità ambientale nei rapporti sino-africani. Lo Zambia, che deve alla Cina almeno 4,1 miliardi di dollari sui 13 miliardi del proprio debito estero totale, si trova nella difficile posizione di dover bilanciare le critiche ambientali con la necessità di mantenere i flussi di investimenti cinesi che generano 260 milioni di dollari annui in tasse. La tensione tra lavoratori zambiani e aziende cinesi ha una lunga storia di violenza, con episodi che vanno dalla sparatoria del 2010 in cui manager cinesi ferirono 11 operai zambiani, all’uccisione di un dirigente cinese nel 2012 da parte di lavoratori non pagati. Nonostante le promesse di maggiore responsabilità sociale, Pechino ha risposto al disastro ambientale con una strategia mediatica che enfatizza gli aiuti umanitari e i nuovi investimenti, come i 50.000 dollari di donazioni per le vittime delle recenti alluvioni e l’annunciato investimento di 1,4 miliardi di dollari per aggiornare la ferrovia Tanzania-Zambia, evitando accuratamente ogni riferimento al disastro ambientale nei media di stato cinesi.

Uzbekistan: terreni agricoli sequestrati e crescente dipendenza da Pechino
Le tensioni anti-cinesi si estendono oltre i confini africani, raggiungendo anche l’Asia Centrale dove l’Uzbekistan ha vissuto nella prima metà del 2025 una campagna mediatica coordinata che ha rivelato il crescente malcontento popolare verso la presenza economica di Pechino. L’offensiva è stata orchestrata principalmente da figure dell’opposizione uzbeka in esilio, con l’ex imam Fazliddin Shahobiddin che dalla Turchia ha pubblicato video accusatori sulla “vendita dell’Uzbekistan alla Cina”, mentre il canale YouTube Demokrat Uz ha diffuso contenuti di denuncia sulla “invasione pacifica” cinese. Sebbene il governo uzbeko abbia rapidamente smentito le accuse più specifiche e definito l’intera campagna come una “manipolazione controllata da terze parti”, la risonanza mediatica ha messo in luce preoccupazioni reali che covavano da tempo nella popolazione locale. A differenza dei casi africani caratterizzati da violenze spontanee e disastri ambientali, in Uzbekistan il malcontento si è manifestato attraverso una guerra di informazione che ha comunque esposto le contraddizioni del modello di investimento cinese in un paese strategicamente cruciale per la Belt and Road Initiative.
Dietro le campagne di cui sopra si nascondono dinamiche concrete che rispecchiano in una certa misura i modelli osservati in Africa, con la differenza sostanziale che il governo uzbeko continua a proteggere attivamente la partnership con Pechino a causa della propria dipendenza economica. I sondaggi del Central Asia Barometer documentano un crollo della percezione positiva della Cina dal 70% del 2017 al 44% del 2023, crollo registrato in coincidenza con l’esplosione degli investimenti cinesi dopo l’apertura del paese voluta dal presidente Mirziyoyev nel 2016. Episodi concreti hanno alimentato i timori popolari, come la scoperta nel 2025 del trasferimento forzato di oltre 25.000 ettari di terreni agricoli a imprese cinesi nelle province di Andijan e Qashqararyo, avvenuto senza spiegazioni ufficiali e colpendo centinaia di contadini. La situazione si è aggravata quando un funzionario locale di Samarcanda è stato registrato mentre minacciava di “consegnare la terra ai cinesi” se i contadini non fossero stati più produttivi, alimentando i sospetti su un piano sistematico di acquisizione territoriale.
Il caso uzbeko illustra come il modello cinese di penetrazione economica stia generando resistenze anche in contesti dove le autorità locali mantengono una facciata di cooperazione, dimostrando che il problema va oltre i singoli incidenti e tocca questioni strutturali. La Cina, che pure non riconosce ufficialmente l’esistenza di sentimenti anti-cinesi in Asia Centrale, ha già dovuto adottare strategie di comunicazione più sofisticate nei vicini Kazakistan e Kirghizistan, dove negli anni passati si sono verificate decine di proteste anti-cinesi. Il fenomeno uzbeko conferma che il malcontento verso la presenza cinese sta assumendo dimensioni globali, coinvolgendo continenti diversi ma con dinamiche sorprendentemente simili di sfruttamento delle risorse, concentrazione dei benefici nelle élite locali ed esclusione delle popolazioni autoctone dai vantaggi della crescita economica.
*articolo apparso su substack.com il 12 settembre 2025
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