Palestina. La memoria rubata

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Lo scorso 31 agosto 2025, lo storico Jean-Pierre Filiu ha pubblicato un articolo intitolato «La schiacciante responsabilità di Hamas nella catastrofe palestinese», apparso sul quotidiano 𝐿𝑒 𝑀𝑜𝑛𝑑𝑒. L’articolo di Filiu, storico pertanto schierato a sinistra e in difesa della causa palestinese, ha suscitato un ampio dibattito. Pubblichiamo qui di seguito la risposta di Muzna Shihabi che risponde a Filiu, mettendo in luce il punto di vista palestinese in una prospettiva storica rispetto a quanto successo in Palestina di fatto nell’ultimo secolo. (Red)

Accusare Husseini della Nakba e Hamas della distruzione di Gaza, come fa Jean-Pierre Filiu, significa cancellare l’essenziale: né la Nakba né il genocidio a Gaza sono opera dei palestinesi, ma il risultato di un progetto coloniale europeo. Da un secolo, l’Europa traccia le carte, arma Israele, crea l’esilio palestinese ed esige che le vittime si dichiarino colpevoli.

Un popolo si è svegliato un giorno e il suo cielo era scomparso. Durante la notte, i confini erano stati spostati, le mappe erano state ridisegnate in lontane cancellerie e i suoi figli erano già nati in esilio. Gli è stata tolta la terra, gli sono stati tolti i morti e si sta ancora cercando di confiscargli la sua storia.

La spoliazione palestinese non si gioca solo nei campi e nelle case, ma anche nei libri e nei giornali. Da oltre un secolo, essa coniuga la perdita di un territorio e la cancellazione di una memoria. I palestinesi conoscono l’esilio geografico, ma anche l’esilio della loro stessa storia. Altri raccontano al loro posto ciò che hanno vissuto, perché l’hanno perso e come sarebbero responsabili della loro stessa cancellazione.

È in questa logica che si inserisce la recente cronaca di Jean-Pierre Filiu su Le Monde. Attribuendo ai palestinesi la «responsabilità schiacciante» delle loro successive catastrofi, ieri a Hajj Amin al-Husseini, oggi a Hamas, egli ricicla un vecchio procedimento: trasformare la vittima in colpevole, cancellare la mano del colonizzatore e presentare la tragedia palestinese come una scelta. Così Husseini, il muftì di Gerusalemme, diventerebbe il grande responsabile della Nakba per aver incontrato Hitler per pochi minuti a Berlino nel 1941. Questo episodio, continuamente riesumato nei dibattiti parigini, funge da schermo. Invece di guardare ai veri artefici del disastro: le potenze coloniali che, fin dal 1917, avevano promesso una terra abitata a coloro che avevano relegato al rango di paria in Europa, si indica un solo uomo, in un’epoca in cui l’intera regione viveva sotto le baionette britanniche.

È comodo fare di Husseini un capro espiatorio. Ma non è stato lui a redigere la Dichiarazione Balfour, né è stato lui a schiacciare la grande rivolta palestinese del 1936-1939, una delle prime mobilitazioni anticoloniali del XX secolo. Decine di migliaia di contadini, operai, studenti e notabili si erano ribellati contro il mandato britannico e l’immigrazione sionista incoraggiata da Londra. Sono state le autorità coloniali ad impiccare i resistenti, esiliare i leader e decapitare il movimento nazionale, spezzando lo slancio di un popolo e preparando il terreno alla Nakba. Come ha dimostrato Ilan Pappé, il 1948 non fu il risultato di una scelta infelice, ma il culmine di un progetto coloniale ideato e realizzato in Europa. Accusare Husseini di aver accelerato la perdita della Palestina è come accusare la Resistenza francese di aver provocato i massacri nazisti: si può discutere sulle forme della lotta, ma la responsabilità dei crimini ricade sempre sull’occupante.

Oggi è Hamas ad assumersi questo comodo ruolo. Gaza sarebbe stata distrutta a causa sua, e non dell’esercito che da decenni strangola il popolo. La retorica è identica: il nemico non è chi bombarda, affama e assedia, ma chi incarna una resistenza che l’Occidente rifiuta di vedere. Hamas merita critiche, come ogni movimento politico. Ma la lezione essenziale degli ultimi vent’anni è un’altra. Nel gennaio 2006, i palestinesi hanno organizzato elezioni libere e trasparenti. Hamas ne è uscito vincitore. Quel momento avrebbe potuto aprire un capitolo inedito: l’affermazione democratica di un popolo sotto occupazione. Ma il risultato non è stato riconosciuto. L’Europa e gli Stati Uniti hanno respinto questa scelta, imposto sanzioni, sospeso gli stipendi di centinaia di migliaia di funzionari palestinesi. Un intero popolo è stato punito per aver votato. Il messaggio era brutalmente chiaro: potete votare, ma solo per il candidato che avremo approvato. L’esperienza democratica si è trasformata in una trappola. La divisione palestinese ha assunto una nuova dimensione, alimentata da un’ingerenza straniera che negava ai palestinesi il diritto di scrivere da soli il loro futuro.

Tutto questo è meno frutto del caso che di un progetto metodico. La mano che ha tracciato le carte e creato il disastro è rimasta la stessa: quella delle potenze europee che, dopo aver perseguitato gli ebrei sul proprio territorio, hanno scelto di espiare la loro colpa esportando la loro «questione ebraica» sulla terra dei palestinesi. Sono state loro a sostenere il sionismo, a finanziarlo e a legittimarlo; sono ancora loro che oggi armano Israele, coprono i suoi crimini e impongono il silenzio in nome di un «processo di pace» che non hanno mai avuto intenzione di realizzare. Cancellare questa mano è diventata un’arte. Si racconta la storia come se un popolo avesse segnato il proprio destino da solo, senza carnefici né colonizzatori. Ma la verità è ben diversa: l’Europa ha costruito Israele come una colonia di insediamento, distruggendo più di quattrocento villaggi e ricostruendo una narrazione sulle loro rovine, trasformando i sopravvissuti in intrusi e gli espulsi in colpevoli. E quando i palestinesi hanno voluto scrivere la loro storia alle urne nel 2006, la loro scelta democratica è stata punita come un crimine collettivo.

Ciò che è in gioco va oltre la terra: è la memoria che si cerca di cancellare. Si vorrebbe che i palestinesi credessero di aver provocato la propria scomparsa, di essere responsabili della Nakba e della rovina di Gaza. Ma la memoria resiste. Elias Khoury lo ha detto spesso: la memoria è una ferita che non guarisce. Ritorna con le case in rovina, gli ulivi sradicati, gli esili che si ripetono. Dice che nessun popolo sceglie la propria scomparsa. Ricorda che non sono stati né Husseini né Hamas a distruggere la Palestina, ma la mano che, da un secolo, traccia le mappe, arma i carnefici e falsifica i racconti.

Ci hanno rubato la nostra terra. Ci hanno rubato i nostri morti. E ancora oggi cercano di rubarci la nostra memoria. Il compito dei palestinesi è resistere a questo furto con la critica, la memoria e la verità. Interrogarsi sulle nostre divisioni, sì, ma senza dimenticare che sono state alimentate e sfruttate da coloro che ci assediano. È facile, da Parigi, accusare i palestinesi; più difficile ammettere che l’Europa ha creato questo dramma, che ne è complice e che preferisce accusare le vittime per cancellare il proprio ruolo. Il verdetto della storia non è quello che Filiu ci impone. È limpido: la Palestina non è stata distrutta dai suoi figli, ma da coloro che, da un secolo, si accaniscono a rubarle il cielo, la terra e la memoria.

* ex consigliera dell’OLP, responsabile dello sviluppo presso il Centro arabo di ricerche e studi politici di Parigi. Questo articolo è apparso il 2 settembre 2025 sul blog personale dell’autrice ospitato su mediapart

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