Canton Vaud, lo sciopero porta una prima vittoria

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Pubblichiamo qui di seguito due articoli che fanno il punto sulla situazione della mobilitazione in atto nel Canton Vaud contro le proposte di austerità proposte dal governo e discusse dal Gran Consiglio. La grande mobilitazione degli ultimi giorni (che ha visto in sciopero oltre 8’000 dipendenti del Cantone) ha dato un primo risultato positivo: il ritiro della proposta di un taglio ai salari. Ma la mobilitazione continua contro le altre misure. (Red)

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Abbiamo vinto sui salari, stop ai tagli nelle prestazioni!

Nelle ultime settimane abbiamo pubblicato diversi articoli sulla mobilitazione storica ed esemplare della funzione pubblica e para-pubblica del Canton Vaud contro le misure di austerità proposte dal governo cantonale. Migliaia di persone in strada, diversi giorni di sciopero che hanno coinvolto 8’000 dipendenti e la decisione di votare uno sciopero a oltranza. Questa domenica il governo vodese è stato costretto a fare marcia indietro: ha ritirato il “contributo salariale” obbligatorio. Una vittoria fondamentale per il movimento di sciopero. Ma la lotta continua. Ecco un primo commento a caldo. (Red.)

Una sconfitta pesante per il Consiglio di Stato!

Il ritiro del decreto che mirava a introdurre un «contributo di crisi» (pari allo 0,70% del salario delle funzionarie e dei funzionari pubblici) costituisce una sconfitta pesante per il Consiglio di Stato. Questa misura rappresentava infatti l’asse portante della sua politica di austerità. Ora, dopo averla difesa con accanimento per mesi, l’esecutivo ha dovuto cedere. Risultato: nel 2026 non vi sarà alcun prelievo forzoso sui salari. È una vittoria straordinaria per il movimento di lotta!

Il Consiglio di Stato prevede ovviamente di sostituire il «contributo di crisi» con altre misure inaccettabili, ma, contrariamente a quanto afferma Christelle Luisier [consigliera di Stato PLR], non si tratta affatto della stessa cosa. Lo stesso PLR lo riconosce: si sostituisce «una misura esplicita con una serie di principi generali [che] sollevano seri dubbi quanto alla loro fattibilità e al loro impatto reale».

Lo sciopero paga!

La decisione del Consiglio di Stato non è frutto del caso. Non è il risultato della benevolenza di ministri fuori dal mondo, che viaggiano in limousine di lusso. È stata strappata a un governo sordo e arrogante grazie alla formidabile lotta delle salariate e dei salariati del settore pubblico e para-pubblico. Come ha scritto il quotidiano Le Temps, «la loro mobilitazione storica ha avuto la meglio. Bisogna togliersi il cappello davanti alla loro caparbietà». In effetti, non capita tutti i giorni che un datore di lavoro, in Svizzera, sia costretto a fare marcia indietro. È la conferma che lo sciopero paga. Nulla è più efficace dell’auto-organizzazione e della mobilitazione collettiva.

Onore alle e agli insegnanti!

Una categoria merita una menzione particolare: le e gli insegnanti. Spesso vilipesi e vilipese, sono stati e state il motore di questa lotta. Molti e molte fra loro subiranno trattenute salariali superiori agli effetti che avrebbe prodotto il «contributo di crisi». Ciononostante, hanno moltiplicato le giornate di sciopero. Perché sono solidali con i loro colleghi e le loro colleghe. Perché rifiutano la regressione sociale. Perché lottano per il bene comune. Complimenti!

Continuare la lotta

La lotta non è finita. Il preventivo e i decreti restano antisociali. Innanzitutto, non è previsto alcun intervento positivo sul fronte fiscale. Eppure ci sarebbe molto da fare. Per esempio: esigere da Bernard Nicod e soci la restituzione del regalo illegale ottenuto grazie alla frode organizzata attorno allo «scudo fiscale».

Inoltre, l’unico progresso sociale proposto – l’aumento di 40 franchi al mese degli assegni familiari – è stato respinto dal Gran Consiglio. Infine, al di là dei salari, la maggior parte delle misure di austerità è stata finora approvata: nuovi tagli al CHUV e alle strutture medico-sociali (EMS); rinvio dei progetti volti a migliorare le condizioni di lavoro nel settore sanitario e sociale; riduzione dei finanziamenti per gli asili nido e dei sussidi per i premi dell’assicurazione malattia; penalizzazione dell’insegnamento e della ricerca nelle scuole superiori.

Un preventivo da rispedire al mittente!

È dunque necessario proseguire la mobilitazione. Non esiste alcuna crisi di bilancio. Nulla obbliga il Gran Consiglio ad approvare queste misure di austerità. Può attingere alle riserve e al patrimonio dello Stato. Come il «contributo di crisi», anche i tagli alle prestazioni devono essere rispediti al mittente!

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Le bugie del Governo vodese

Le «argomentazioni» di Christelle Luisier, presidente del Consiglio di Stato vodese, volte a giustificare la sua politica di austerità, non sono altro che vere e proprie bugie politiche. Dal sedile posteriore della sua auto di lusso, la sua visione della realtà risulta inevitabilmente offuscata:

1. «La situazione finanziaria del Canton Vaud è critica»

Critica? Ma chi si vuole prendere in giro? Il Cantone Vaud presenta una situazione finanziaria che farebbe impallidire d’invidia anche i neoliberisti più spietati: un debito di circa 500 milioni, a fronte di un PIL cantonale di 72,4 miliardi, ossia un tasso di indebitamento inferiore allo 0,7%. Senza contare gli attivi – il patrimonio – che ammontano a miliardi.

2. «Il Cantone non ha un problema di entrate, ma ha un problema di spese»

Falso! È esattamente il contrario. Le casse pubbliche sono state svuotate. Si tratta di un vero e proprio saccheggio organizzato. I deficit sono il risultato dei regali fiscali concessi ai grandi imprenditori e agli azionisti. Lo ha ammesso lo stesso ex ministro delle finanze Pascal Broulis: «Dopo dieci anni, abbiamo ridotto le imposte per le imprese di 3 miliardi in totale» (L’Agefi, 10 giugno 2022). E bisogna forse dimenticare la sottotassazione illegale di Bernard Nicod e soci, nell’ambito dello «scudo fiscale», che ha privato gli enti pubblici, per usare un eufemismo, di mezzo miliardo di franchi?

3. «Sfortunatamente il Consiglio di Stato deve fare dei risparmi»

«Sfortunatamente»? No: volontariamente. Nessun obbligo. Nessuna fatalità. Il Consiglio di Stato avrebbe potuto rinunciare integralmente alle sue misure di austerità. Senza ricorrere a prestiti. Semplicemente attingendo in misura maggiore alle proprie riserve, al proprio patrimonio. I miliardi a disposizione non mancano.

4. «Il Consiglio di Stato ha trattato con le organizzazioni del personale»

«Trattato», davvero? Due riunioni, il 17 e il 23 settembre, unicamente per poter spuntare la casella «consultazione». Tutto era già stato deciso: il bilancio era chiuso, pronto per essere presentato pubblicamente il giorno successivo alla seconda riunione. Come fanno i governi autoritari, il Consiglio di Stato non dialoga: legge il proprio testo. Non consulta: spiega. Non negozia: decreta. Coloro che mandano avanti il servizio pubblico – giorno e notte, fine settimana compresi – hanno, ai suoi occhi, una sola funzione: tacere e obbedire.

5. «I funzionari pubblici sono messi meglio dei salariati del privato»

«Messi meglio»? Dove? Tra il 2012 e il 2022, lo stipendio mediano nel settore pubblico è aumentato appena dell’1,6%. In altre parole, una volta dedotta l’inflazione, è diminuito. Nel settore privato, nello stesso periodo, l’aumento è stato del 9%. Non c’è paragone.

6. «Le misure di risparmio sono ragionevoli»

«Ragionevoli»? Un «contributo di crisi» dello 0,7%? Nessun altro datore di lavoro in Svizzera prevede di ridurre gli stipendi. Né nell’edilizia. Né nei saloni di parrucchiere. Né ad Appenzello Esterno o a Obvaldo. Da nessuna parte. In tutti i settori si prevedono aumenti medi dell’1%. Allo stesso modo, è davvero «ragionevole» mettere in discussione la qualità dei pasti per gli ospiti delle case di cura, tagliare i sussidi per i premi dell’assicurazione malattia, ridurre i finanziamenti agli asili nido, ecc.?

Non esiste alcuna crisi di bilancio. Nulla obbliga il Consiglio di Stato a tagliare. Potrebbe attingere alle riserve. Dovrebbe far pagare chi ha beneficiato dei suoi regali fiscali. Ha invece scelto di risparmiare sui salari e sulle prestazioni pubbliche. È il bene comune a essere sotto attacco. Il Gran Consiglio deve respingere questa politica di regressione sociale.

*segretario centrale del sindacato SSP/VPOD

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