Giovani, donne e dumping salariale

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Sono diversi gli aspetti che l’iniziativa dell’MPS “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”  (sulla quale voteremo il prossimo 8 marzo) chiama in gioco. Tra questi vi è sicuramente il tema specifico della fuga dei giovani e delle giovani “ticinesi” verso cantoni che offrono migliori occasioni di lavoro e, soprattutto, condizioni salariali dignitose.

Questa dinamica, indicata spesso con il riferimento alla “fuga dei cervelli” contraddistingue il nostro cantone da ormai almeno due decenni è il flusso di giovani che partono per altri cantoni e che, soprattutto, non fanno più ritorno in Ticino, se non in tarda età.

Per le forze politiche dominanti nel nostro Cantone è difficile nascondere questo processo proccupante. Ancora più difficile dare una risposta se non si ammette che il fenomeno è essenzialmente legato  a due fattori specifici.

Il primo è la storica debolezza del modello economico ticinese, basato su settori a basso tasso d’investimento grazie alla possibilità di sfruttare senza rottura di continuità una manodopera frontaliera a basso costo. Ciò significa che i posti di lavoro per una forza-lavoro qualificata, sia intellettuale che manuale, sono limitati, inferiori rispetto alle grandi regioni economiche della Svizzera.

Il secondo fattore è che la forza-lavoro residente qualificata è messa in concorrenza con quella frontaliera altrettanto formata, dove la “selezione” avviene quasi esclusivamente sulla base della disponibilità ad accettare salari al ribasso. Un processo che si è accelerato in modo importante con gli accordi bilaterali e la conseguente liberalizzazione del mercato del lavoro.

Si può quindi affermare  che i giovani sono sicuramente tra le principali vittime del dumping salariale che si è sviluppato almeno negli ultimi due decenni nel nostro Cantone.

Questo testo cerca di suggerire qualche elemento di analisi di questo fenomeno.

Sempre più giovani abbandonano il Ticino

Dall’analisi dei flussi e, soprattutto, dei saldi della migrazione intercantonale della popolazione in età lavorativa emerge uno scenario assolutamente preoccupante. Il grafico che precede riguarda il saldo degli arrivi e delle partenze dal Ticino verso le altre regioni del paese per fasce d’età, dal 1981 al 2024.

La sua lettura è piuttosto semplice. Basta infatti un colpo d’occhio per notare la spaccatura nella serie storica che avviene attorno all’anno 2005. È infatti a partire da questa data che le partenze diventano superiori agli arrivi e che le partenze iniziano a rafforzarsi con costanza. A colpire è il fatto che il fenomeno riguarda tutte le fasce d’età prese in considerazione. Il crollo è particolarmente evidente per le fasce d’età più giovani: dai 20 ai 24 anni, dai 25 ai 29 anni e dai 30 ai 34 anni. La rottura con la fase precedente è netta, inequivocabile.

Per quanto riguarda la fascia dai 20 ai 24 anni, l’accelerazione dei saldi negativi delle partenze sugli arrivi testimonia di un cambiamento non secondario. Infatti da un punto di vista storico, le partenze in questa categoria d’età erano alimentate soprattutto dai giovani che partivano verso i cantoni svizzeri per assicurarsi una formazione (universitaria o professionale). Il marcato aumento delle partenze che si registra dal 2007 significa che a questa tipologia “classica” di partenti si aggiunge e si sviluppa anche quella di giovani lavoratori già formati che abbandonano il Ticino, un fenomeno nuovo e preoccupante. 

Il cambiamento di tendenza a partire dal 2005 in relazione alla fascia dai 25 ai 29 anni è particolarmente impressionante. In questa fascia d’età sono compresi i giovani che hanno già compiuto una formazione in Ticino e in molti casi già inseriti nel mondo del lavoro. Ebbene, questa fascia è quella che registra la “fuga” più massiccia e continua dal 2005 a oggi.

Un movimento molto simile caratterizza anche la fascia dai 30 a 34 anni, un po’ meno “giovani” rispetto a quella precedente. In questo caso, infatti, si tratta di persone già inserite da diverso tempo nel mercato del lavoro ticinese. Anche qui, dal 2005, questa fascia di forza

lavoro inizia ad abbandonare con maggiore forza il Ticino per raggiungere altri cantoni, portando il saldo fortemente in negativo. Sul periodo preso in considerazione, questa fascia d’età aveva registrato un saldo negativo solo nel 1996 e nel 2001 (lieve). Dal 2005, ogni anno contabilizzerà un saldo negativo. Anche le fasce d’età non più propriamente giovanili subiscono un peggioramento evidente a partire dal 2005, con un saldo delle partenze che si rafforza notevolmente, andando regolarmente sopra e sotto la linea del segno negativo.

Addirittura, il fenomeno osservato ha colpito anche la classe d’età 35-39 anni, persone già inserite da diverso tempo nel mondo del lavoro ticinese. Dal 2008 al 2020, le partenze sono state superiori agli arrivi! È solo dal 2020 al 2022 che si registra una forte ripresa degli arrivi, già mitigata, però, a partire dal 2023, dove ricomincia una diminuzione degli arrivi rispetto alle partenze, pur mantenendo un saldo positivo. I prossimi anni ci diranno se la fase 2020-2022 è stata un cosiddetto fuoco di paglia.

Le fasce 40-44 e 45-49 anni sono quelle che conoscono una resistenza maggiore per quanto riguarda la prevalenza degli arrivi rispetti alle partenze. Tuttavia, va sottolineato come anche queste categorie abbiano conosciuto un momento di crisi dal 2013 al 2019, dove per la prima volta sull’arco degli ultimi 43 anni le partenze hanno superato gli arrivi. È un altro segnale dell’accelerazione della crisi che subisce il modello economico ticinese. Sarà molto interessante, da questo punto di vista, osservare cosa succederà ne prossimi anni, poiché il saldo positivo di queste fasce è molto limitato.

Abbiamo ricapitolato in cifre la situazione esposta nel grafico, riportandole nella tabella 1. La lettura di questi dati mostra fino a che punto si è operata una storica rottura. Tra il 2011 e il 2024, il Ticino ha perso 7’965 residenti appartenenti alla fascia d’età che va dai 20 ai 49 anni. Fuggono “cervelli e braccia”, giovani e meno giovani…

Quello che si sta configurando è l’inizio, su piccola scala ma già tracciabile dal punto di vista statistico, di un neo movimento migratorio che dal Ticino porta verso i cantoni elvetici. E nella nostra rapida analisi non abbiamo neppure inglobato le partenze e gli arrivi verso l’estero. È molto probabile che il bilancio migratorio tenderebbe a peggiorare ulteriormente.

“Fuga dei cervelli” ed evoluzione dei salari

Constata l’emorragia continua di giovani forze dal cantone Ticino, si tratta ora di valutare in che misura le principali fasce d’età collegate a questo esodo presentino una evoluzione dei salari che può ragionevolmente essere additata come ragione fondamentale di questo processo.

Ci soffermiamo dapprima sull’evoluzione negli ultimi anni del salario mensile lordo (mediana) nel settore privato per le classi d’età di cui abbiamo parlato qui sopra:

Questo primo livello generale dell’analisi è già piuttosto illustrativo della crisi salariale vissuta dalle fasce salariali dei giovani e dei giovani adulti. La crescita della mediana salariale nei tredici anni presi in considerazione appare assi contenuta. Tolta la fascia dai 20 ai 24 anni, con aumento comunque assolutamente circoscritto, per le altre fasce d’età siamo confrontati ad una stagnazione/diminuzione dei salari reali, in particolare tenuto conto anche dell’evoluzione dell’inflazione in questi stessi anni (5,7 punti dal 2010 al 2024).

Un secondo passo ci porta ad analizzare l’evoluzione dei salari in funzione del tipo di formazione della forza-lavoro impiegata in Ticino:

Anche da questo punto di vista emerge un quadro preoccupante, soprattutto per coloro che hanno  conseguito una formazione qualificata, universitaria o professionale. Addirittura, la mediana salariale chi ha ottenuto un titolo universitario o del politecnico, negli ultimi 13 anni (2012-2024) si è ridotta del 17,2%, pari a una perdita di 1’436 franchi al mese. Anche i possessori di un titolo rilasciato da una scuola universitaria professionale (SUPSI) sono stati colpiti duramente a livello salariale: -9.3%, pari a una diminuzione di 711 franchi mensili. A subire il colpo più duro sono i titolari di un brevetto d’insegnamento con una diminuzione del 24%, ossia di 1’728 franchi mensili.

Da questo scenario da “apocalisse salariale”, si salvano (con una evoluzione non negativa) solo coloro che hanno compiuto una formazione in azienda e chi è in possesso solo di una licenza delle scuole dell’obbligo. Nel primo caso, la crescita è stata assolutamente rachitica: +2 % in tredici anni (+ 91 franchi mensili). Un po’ più consistente, anche se sempre asfittica, la crescita registrata da chi ha finito le scuole dell’obbligo: +14,61% (565 franchi mensili).

Il dato rilevante è comunque che la forza lavoro con una formazione qualificata ha subito durante il periodo 2012-2024 una regressione consistente dei salari reali in termini assoluti. Appare evidente la crisi del rapporto tra qualità e livello di formazione e livelli salariali adeguati.

Il confronto impietoso con il resto del paese

Se questa è la situazione già di per sé grave all’interno del Cantone, occorre misurarla con il resto del paese e con il cantone di punto, Zurigo, centro di formazione universitaria per eccellenza. Anche in questo caso proponiamo una tabella piuttosto emblematica:

Nella tabella precedente, i dati disponibili pubblicamente si fermano all’anno 2022; tuttavia, il quadro complessivo non cambia in modo sostanziale. Sebbene anche la media nazionale e i valori del cantone Zurigo mostrino una crescita salariale debole — e in alcuni casi persino negativa, a indicare un rallentamento generale della dinamica salariale — la situazione del Ticino risulta nettamente più critica. Qui si osserva infatti una diminuzione complessiva e marcata dei salari mediani mensili lordi.

La tabella evidenzia già alcune prime correlazioni con il fenomeno della forte migrazione giovanile dal Ticino verso altri cantoni svizzeri: in particolare, i salari associati ai livelli di formazione più elevati, soprattutto quelli universitari, risultano significativamente penalizzati a sud delle Alpi, arrivando in alcuni casi a diminuire anche in termini nominali.

La tabella che segue contribuisce ulteriormente a chiarire — se mai ce ne fosse ancora bisogno — le ragioni salariali che spingono e trattengono i giovani ticinesi oltre Gottardo.

La tabella mostra, per il periodo 2012-2022, la differenza fra i salari ticinesi per tipologia di formazione e quelli pagati mediamente in Svizzera e nel canton Zurigo, sia in termini relativi che assoluti.

Il confronto non lascia dubbi e non necessita di grandi commenti. Facciamo tuttavia qualche osservazione. La differenza fra una persona in possesso di un titolo universitario in Ticino e una con lo stesso grado di formazione a Zurigo era di 2’038 franchi nel 2012, ampliatasi a 2’821 solo tredici anni dopo. Detto altrimenti, il divario nel 2012 era del 24,43%, salito al 36,12% nel 2022. Sempre a Zurigo, appare ancora più marcato il fossato venutosi a creare fra i titolari di un titolo rilasciato da una scuola universitaria professionale: 1’553 franchi nel 2012 contro i 2’434 franchi del 2022. Il divario era del 20,37%, contro il 33,81 del 2022. Interessante, anche se sicuramente preoccupante, la situazione per i titolari di un brevetto d’insegnamento: a Zurigo nel 2012 la differenza con il Ticino era di 867 franchi, pari al 12,05%, lievemente ridottasi tredici anni dopo a 789 franchi (11,04%).

Gli stessi sviluppi si registrano anche nel confronto con i dati nazionali: nel 2022 un titolo universitario permetteva di percepire, mediamente in Svizzera, un salario del 30,73% maggiore che in Ticino (differenza di 2’400 franchi), il 25,03% per quanto riguarda le scuole universitarie professionali. Divari che si sono ampliati in poco più di un decennio. Ed è sempre più facile capire perché molti e molte giovani ticinesi preferiscano, soprattutto subito dopo il termine della loro formazione, non ritornare in Ticino.

Questo processo risulta molto evidente nelle due ultime tabelle che proponiamo. Esse fanno riferimento al confronto fra il Ticino, la media nazionale e il cantone Zurigo per quanto riguarda la mediana salariale lorda mensile offerta per funzione professionale e per fasce d’età durante il periodo 2012-2022.

Per quanto riguarda le professioni più qualificate, cioè quelle che richiedono una formazione superiore, il quadro è chiaro e coerente in tutte le fasce d’età: il differenziale salariale continua ad aumentare e raggiunge ormai livelli molto elevati. Questo vale sia nel confronto con il cantone di Zurigo sia rispetto alla media nazionale.

Nel gruppo professionale “direttori, quadri di direzione e gestori”, il divario con Zurigo ha raggiunto nel 2022 il 36,18%, pari a 1’809 franchi lordi mensili. Nel 2012 la differenza era molto più contenuta: il 14,03%, ossia 793 franchi. Va inoltre sottolineato che, per questo gruppo, il salario mediano in Ticino è addirittura diminuito tra il 2012 e il 2022.

Un andamento analogo si riscontra anche nel confronto con la media svizzera. I differenziali sono in questo caso meno marcati rispetto a Zurigo, ma restano comunque significativi e penalizzanti per la realtà ticinese.

Un’analisi dettagliata delle tabelle mostra come il divario crescente tra il Ticino e il resto della Svizzera riguardi la maggior parte dei gruppi professionali considerati. Se è vero che i nuovi flussi migratori coinvolgono soprattutto lavoratrici e lavoratori tra i 25 e i 40 anni con una formazione superiore, è già evidente che anche giovani con percorsi formativi meno qualificati stanno iniziando a cercare opportunità oltre Gottardo. È un fenomeno destinato ad accentuarsi. Basti pensare alle differenze salariali che interessano anche il gruppo professionale degli “impiegati d’ufficio”, differenze che rappresentano un forte incentivo all’emigrazione per chi si forma in questi mestieri.

È possibile cambiare questa dinamica

In conclusione, le persone continuano a migrare per migliorare le proprie condizioni di vita. Al di là delle migrazioni causate da guerre o catastrofi naturali, ci si sposta principalmente per trovare un lavoro o un lavoro che consenta una vita dignitosa. Al centro di queste scelte vi è quindi il salario, o la possibilità di ottenerne uno migliore. Da questo punto di vista, non vi è alcuna differenza sostanziale tra il frontaliere che attraversa ogni giorno il confine e il ticinese che si trasferisce oltre le Alpi verso altri cantoni svizzeri, con buona pace della retorica xenofoba leghista.

Questo quadro può essere cambiato. Il primo passo, fondamentale, è riconoscere che la principale causa della fuga di giovani e meno giovani dal Ticino è la questione salariale. In particolare, pesa la presenza di posti di lavoro — anche qualificati e semi-qualificati — con salari nettamente inferiori rispetto a quelli offerti nella quasi totalità degli altri cantoni svizzeri. Negare questa realtà significa semplicemente aggravare una tendenza già in atto.

Il secondo passo, ancora più decisivo, è affrontare questa problematica sul piano politico. Ciò implica un cambiamento profondo del modello di sviluppo sociale ed economico. Per invertire la traiettoria attuale, la questione salariale deve diventare una priorità popolare. Questo significa sostenere tutte le forme di lotta e di auto-organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori capaci di porre le basi di un cambiamento ormai urgente e non più rinviabile.

In questo contesto si inserisce anche la nostra iniziativa “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”, poiché la crisi salariale descritta è alimentata anche dalle pratiche padronali di dumping salariale e sociale. Rafforzare i controlli e la lotta contro questi abusi strutturali non solo contribuisce a miglioramenti materiali, seppur graduali, ma rafforza anche la consapevolezza collettiva delle salariate e dei salariati del cantone: reagire allo sfruttamento è possibile ed è necessario.

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