USA fuori dal Venezuela! Forza e guerra: questa è la politica imperialista di Trump

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Gli obiettivi del brutale attacco contro il Venezuela – e il rapimento del presidente Maduro – sono stati chiaramente enunciati nel discorso e nella conferenza stampa che Trump, i suoi ministri e l’alto comando militare hanno tenuto a Washington poche ore dopo aver bombardato Caracas. [1] Trump ha parlato con cinico disprezzo, senza eufemismi né dissimulazioni diplomatiche.

«Abbiamo condotto un attacco su larga scala», ha dichiarato. «Abbiamo dimostrato di avere la forza militare più potente del mondo». E si è spinto ancora oltre: «Governeremo il Venezuela», «recupereremo il petrolio che ci hanno rubato». Non si tratta solo di una minaccia: Trump intende trasformare il Venezuela in un protettorato coloniale diretto, disprezzando anche figure subordinate e servili come María Corina Machado [2].
Si è trattato di una deliberata dimostrazione di forza, di un messaggio rivolto non solo al Venezuela, ma al mondo intero: terrorizzare, disciplinare, punire. Quando Trump afferma che «la pace si ottiene con la guerra», enuncia senza mezzi termini la logica storica del dominio imperiale e, concretamente, il declino stesso dell’egemonia yankee. La forza e la guerra non sono né un eccesso né un errore: sono al centro della politica dell’impero per riconquistare il terreno perso di fronte al neoimperialismo cinese in America Latina.
Ecco perché il compito immediato è quello di unire tutte le forze possibili a livello mondiale per respingere questa aggressione e frenare gli obiettivi neocoloniali di Trump. In Venezuela non è in gioco solo il destino di un paese: è in gioco il futuro dell’America Latina per gli anni a venire, se questa politica riuscirà a consolidarsi.
L’unico modo per fermarla è la mobilitazione popolare e la solidarietà internazionale, che stanno già iniziando a manifestarsi in diversi paesi. [3] E anche il sostegno alla resistenza che inevitabilmente sorgerà in Venezuela quando ampi settori della popolazione comprenderanno cosa significa realmente l’occupazione imperiale. La storia recente è chiara: l’Iraq, l’Afghanistan, la Somalia e tanti altri paesi dimostrano che l’“ordine” imperiale lascia dietro di sé solo devastazione, dipendenza e morte.

La dottrina Monroe nella versione Trump

Trump non improvvisa. I suoi obiettivi imperiali sono già chiaramente formulati per iscritto nella dottrina di sicurezza nazionale. Questa afferma senza ambiguità: «Dopo anni di negligenza, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la dottrina Monroe al fine di ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale».
Il Venezuela è il primo laboratorio di questa rinnovata politica neocoloniale. [4] Altri seguiranno: Cuba, la Colombia, senza dimenticare che vuole appropriarsi della Groenlandia e del Canada. Non è un caso che Trump abbia inviato una gigantesca flotta militare e la più grande portaerei del mondo: non si tratta di una semplice dimostrazione di forza, ma della preparazione di una nuova fase di interventismo aperto. [5]
Con questa politica, Trump sta dinamitando le regole dell’ordine internazionale che l’imperialismo americano aveva costruito dopo la seconda guerra mondiale, così come i principi fondamentali della legalità interna. Non sorprende che alcuni settori dell’establishment siano allarmati. Il New York Times sottolinea giustamente che Trump «rischia di dare ragione ai leader autoritari di Cina, Russia e altri paesi che cercano di imporre il loro dominio sui vicini». In realtà, Trump sta semplicemente dicendo senza mezzi termini ai paesi latinoamericani periferici e semiperiferici che stanno vivendo un certo sviluppo, come il Brasile e il Messico, che questa minaccia è reale.

 Sì, è possibile fermare Trump!

È vero che gli Stati Uniti hanno una schiacciante superiorità militare e tecnologica sui paesi latinoamericani. Anche la disperazione di milioni di venezuelani in esilio e la profonda erosione e il discredito del regime di Maduro sono reali. Ma queste condizioni non garantiscono la stabilità di un dominio imperiale. Al contrario: si ritorceranno contro Trump quando capiranno chiaramente cosa comporta un protettorato coloniale per la vita quotidiana del popolo venezuelano e quali saranno le conseguenze della spoliazione, dell’espropriazione e dell’estrazione delle sue risorse che l’imperialismo yankee imporrà.
Un regime di occupazione imperiale è insostenibile in un Paese latinoamericano delle dimensioni e con la storia del Venezuela. Ecco perché anche ampi settori della borghesia imperialista e delle classi dominanti del continente osservano questa evoluzione con timore, consapevoli che porterà solo più caos, polarizzazione e scontri sociali. A ciò si aggiunge un fattore chiave: la resistenza interna agli stessi Stati Uniti, dove l’opposizione alla deriva autoritaria e militarista di Trump non smette di crescere.

Unità d’azione anti-imperialista

Il compito storico incompiuto dell’unità latinoamericana torna ad essere una necessità strategica di fronte alla crisi mondiale. Partendo dalla solidarietà attiva con il Venezuela, è necessario riflettere sulla necessaria difesa comune della sovranità, sul controllo popolare delle risorse strategiche e sul coordinamento delle lotte contro il capitale transnazionale e il militarismo imperiale. Il negazionismo di Trump – che trova in Javier Milei [6], José Antonio Kast [7] e Nayib Bukele [8] alleati incondizionati – porta non solo a un maggiore sfruttamento dei lavoratori, ma anche all’espropriazione delle risorse naturali, alla devastazione dell’Amazzonia, alla contaminazione dei fiumi e a crisi climatiche ancora più gravi.
Solo una federazione solidale di nazioni latinoamericane, costruita dal basso e al servizio dei lavoratori e delle maggioranze popolari, può rappresentare una vera via d’uscita dal saccheggio, dalla dipendenza, dalla guerra e dalla devastazione ambientale. Una tale integrazione non sarà più un’utopia astratta, perché è la condizione pratica affinché l’America Latina smetta di essere un territorio conteso tra gli imperi e possa decidere sovranamente del proprio destino, liberata dal giogo imperiale.
Il compito del momento è chiaro: mettere al centro un’unità d’azione anti-imperialista, in grado di federare i popoli, i movimenti sociali, le organizzazioni sindacali e le forze politiche del continente per frenare l’aggressione e difendere il futuro dell’America Latina. Esigere da tutti i governi che condannino l’azione di Trump. Per la sinistra antimperialista e rivoluzionaria, non si tratta solo di una risposta immediata all’offensiva di Trump, ma di un orientamento strategico di fronte a una nuova fase di dominio imperiale aperto e violento. La Conferenza antifascista che si terrà a Porto Alegre dal 26 al 29 marzo sarà uno spazio importante per l’azione e le proposte per il futuro del nostro continente.

Libertà per Maduro!
Fermiamo l’aggressione imperialista!
Unità d’azione anti-imperialista!

*Pedro Fuentes è membro fondatore del PSOL (Partido Socialismo e Liberdade – Partito Socialismo e Libertà), partito anticapitalista brasiliano fondato nel 2004, e primo segretario alle relazioni internazionali del partito. È leader del MES (Movimento Esquerda Socialista – Movimento della Sinistra Socialista), corrente rivoluzionaria all’interno del PSOL. [9] Articolo apparso su esquerda em movimento il 4 gennaio 2026.

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