Perché NO all’iniziativa UDC “No a una Svizzera da 10 milioni”

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L’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) «No a una  Svizzera da 10 milioni» sarà sottoposta al voto il prossimo 14 giugno. Per economiesuisse, che organizza le campagne politiche del padronato, si tratta dell’«iniziativa del caos [che costituisce] una minaccia per la prosperità e la stabilità della Svizzera» [1]. L’iniziativa dell’UDC «è il più grande attacco contro la prosperità della Svizzera», rincara Cédric Wermuth, co-presidente del Partito socialista svizzero (PSS) [2]. «Questa iniziativa estrema mette in pericolo il buon funzionamento della Svizzera», «minaccia la prosperità e la sicurezza della Svizzera», conferma l’Unione sindacale svizzera (USS) [3], riprendendo parola per parola la formula di economiesuisse. A meno che non sia il contrario.

Ancora una volta, viene quindi messo in scena uno scontro che oppone un partito, l’UDC, e le sue proposte «estreme», ai difensori uniti della «prosperità della Svizzera», pronti anche ad «affrontare in modo costruttivo le sfide reali poste dall’immigrazione» (economiesuisse).

Questa configurazione è un regalo per l’UDC: la sua alleanza tra l’alabarda (il culto di una Svizzera mitica che non è mai esistita) e la pecora nera (la diffusione incessante del veleno xenofobo e razzista), che cattura la sua base popolare ed elettorale, appare come una ricetta unica, contrapposta alla politica ufficiale (il che, tr l’altro, è falso: UDC, partiti di destra e padronato, di tutte le tendenze, concordano nove volte su dieci). È anche un pessimo servizio reso ai lavoratori e alle lavoratrici, perché equivale a nascondere il fatto che la «prosperità» esaltata da economiesuisse, così come dalla direzione del Partito socialista, è una prosperità padronale, fondata sia sulla discriminazione sistematica delle persone immigrate sia su una politica antisociale e di pressione su tutti i salariati, indipendentemente dal colore del passaporto.

Per combattere l’iniziativa xenofoba dell’UDC è necessario un altro approccio, centrato sulla solidarietà di interessi e di destini delle persone che vivono e lavorano in questo paese.

La migrazione è la Svizzera

Un primo dato dovrebbe costituire il punto di partenza. Nel 2024, il 41% della popolazione di 15 anni e più residente in Svizzera è di origine migratoria. Ciò significa che più di due persone su cinque che vivono in questo paese sono immigrate in Svizzera (prima generazione) oppure sono nate in Svizzera avendo almeno un genitore di nazionalità straniera (seconda generazione). Tra il 2012 e il 2024, la quota di popolazione di origine migratoria è passata dal 35% al 41%. Quasi un terzo della prima generazione ha acquisito la nazionalità svizzera. Ma nella seconda generazione sono sette su dieci ad avere il passaporto svizzero!

Tra i giovani sotto i 15 anni, nel 2024 il 28% non aveva la nazionalità svizzera [4]. Tuttavia, due terzi di loro sono nati in Svizzera. In una classe di venti allievi, vi sono quindi in media diciotto bambini cresciuti insieme in Svizzera fin dalla nascita, qualunque sia la nazionalità dei genitori, e altri due che li hanno raggiunti un po’ più tardi; tutti insieme condividono scuola, attività, giochi, amicizie e litigi.

Sempre nel 2024, più di un terzo dei matrimoni è stato celebrato tra una persona di nazionalità svizzera e una di nazionalità straniera. Nel 1970 era uno su sei (16%). Tra i matrimoni fra persone di nazionalità straniera, quasi la metà (48%) univa nel 2024 persone di nazionalità diverse. Nel 1970 era un quarto. Nel 1970, tre quarti dei matrimoni avvenivano tra due persone di nazionalità svizzera. Nel 2024, meno della metà (47%).

Ancora nel 2024, l’83% delle persone di origine migratoria tra i 15 e i 64 anni faceva parte della popolazione attiva. Le persone attive costituiscono l’offerta di lavoro. Si tratta di una proporzione quasi identica a quella della popolazione non di origine migratoria (86%). Con il loro lavoro, tutte contribuiscono, spesso fianco a fianco, alla produzione della ricchezza e al finanziamento dei servizi pubblici e delle assicurazioni sociali.

L’UDC diffonde oggi le peggiori formule dell’estrema destra europea: «Gli immigrati sostituiscono gli svizzeri» [5]. A questo veleno xenofobo va contrapposta l’evidenza sociale: le persone immigrate e i loro discendenti sono una componente essenziale della popolazione residente in Svizzera. Occorre, per riprendere François Héran, del Collège de France (emerito): «fare i conti con l’immigrazione» e «promuovere una politica attiva di accoglienza, integrazione e valorizzazione» [6]. I processi sociali di integrazione funzionano. Nonostante i pregiudizi. Nonostante le politiche ufficiali che hanno sempre mirato a imporre statuti discriminatori alle persone di nazionalità straniera. Nonostante le campagne d’odio delle forze politiche xenofobe, mai cessate. E secondo i loro ritmi, come ricorda François Héran: «Non si raggiungerà questo obiettivo [di un inserimento positivo nel sistema socio-economico] esigendo fin dall’inizio dai nuovi arrivati l’integrazione linguistica e civica (cosa che nessuna generazione è mai stata in grado di fare), bensì costruendo nel tempo un percorso di apprendimento della lingua, di progressione scolastica, di formazione professionale, di partecipazione associativa e civica, che costituiscano altrettante vie realistiche e praticabili di emancipazione.» [7]

Una crescita strutturata dall’occupazione

Secondo dato. Tra il 2000 e il 2024, la popolazione residente in Svizzera è aumentata del 25%. Si tratta di un aumento importante, ma non eccezionale: più rapido che tra il 1975 e il 1999 (+12%), ma inferiore a quello tra il 1950 e il 1974 (+35%).

Tra il 2000 e il 2024, l’incremento naturale (nascite meno decessi) è stato di circa 375’000 persone. Nello stesso periodo, il saldo migratorio (immigrazione meno emigrazione) ha raggiunto 1,55 milioni di persone. La popolazione è quindi cresciuta principalmente grazie all’immigrazione. Perché?

Nello stesso periodo sono stati creati in Svizzera 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro. Di questi, due terzi (890’000) sono stati occupati da persone di nazionalità straniera. Non perché avrebbero «tolto» lavoro ad altri: il tasso di disoccupazione è rimasto basso per tutto il periodo. Ma perché la creazione di posti di lavoro ha nettamente superato il numero di persone residenti in Svizzera in età lavorativa.

Tra il 2004 e il 2024, quasi la metà (48%) delle persone di nazionalità straniera immigrate in Svizzera con un permesso che consentiva l’accesso alla residenza permanente lo ha fatto per svolgere un’attività lucrativa [8]. Il secondo motivo più importante è stato il ricongiungimento familiare (31%), un diritto fondamentale tutelato, tra l’altro, dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che in un certo senso «segue» l’immigrazione per lavoro. Una parte di chi entra tramite ricongiungimento familiare accede poi direttamente al mercato del lavoro. La terza ragione più importante è la formazione (11%), principalmente nelle scuole universitarie. La formazione universitaria è strettamente legata alla ricerca e ai suoi sbocchi economici. In sintesi, negli ultimi vent’anni, nove ingressi su dieci di persone immigrate in Svizzera sono direttamente o indirettamente legati a quelli che vengono indicati come i bisogni dell’«economia».

A confronto, gli ingressi nella popolazione residente permanente di persone rifugiate o rientranti nei «casi di rigore» rappresentano solo il 6% del totale. Mentre nel mondo le persone in fuga dal proprio paese alla ricerca di asilo non sono mai state così numerose, la Svizzera fa sempre meno in questo ambito: fino al 2012 accoglieva circa il 6% delle domande d’asilo in Europa; dal 2015 questa quota si è dimezzata [9]. Ed economiesuisse rivendica, come l’UDC, ancora più «rigore» nell’applicazione della legge sull’asilo, cioè ancora più respingimenti! [10]

Per il padronato, è «sfruttamento senza frontiere»

Terza constatazione. I «bisogni dell’economia» sono dunque il motore dell’immigrazione in Svizzera e della crescita della popolazione. Ma quali sono questi «bisogni»? E chi li decide?

Le persone immigrate che vengono in Svizzera per svolgere un’attività lucrativa non si sono «auto-invitate»: hanno concluso un contratto di lavoro con un datore di lavoro che le ha reclutate. Le persone immigrate accettano questi contratti perché vi vedono un vantaggio (sfuggire alla disoccupazione, avere un impiego meglio retribuito, compiere una tappa necessaria nella propria carriera professionale, …), nonostante l’obbligo di lasciare il proprio Paese. Ma sono le imprese a decidere se assumerle oppure no.

Le imprese al centro del capitalismo elvetico – le multinazionali della farmaceutica o dell’alimentazione, le grandi banche e assicurazioni, le società di commercio di materie prime, le aziende dell’orologeria come quelle dell’industria delle macchine – reclutano sia persone immigrate per le loro sedi in Svizzera sia personale per le loro «filiali» nel resto del mondo. Nel 2024, secondo i dati della Banca nazionale svizzera (BNS), le multinazionali con sede in Svizzera impiegavano 2,5 milioni di persone nel mondo, quasi il doppio rispetto al 2000 (1,3 milioni). Non decidono in funzione del passaporto del personale o della «prosperità della Svizzera», ma della prosperità dei propri profitti, con una generosa distribuzione di dividendi alla ristretta élite degli azionisti. Raiffeisen Schweiz osserva che nel «2024 le imprese svizzere quotate hanno versato dividendi più elevati che mai, per un totale di 64 miliardi di franchi».

I padroni con l’alabarda e la pecora nera non sono da meno. Prendiamo EMS Chemie Holding, base della fortuna miliardaria della famiglia Blocher. L’azienda impiega oltre 2’800 persone nel mondo, con siti produttivi in Svizzera, ma anche in Germania, Stati Uniti, Cina, Belgio, Giappone, Repubblica Ceca, Messico, Spagna, Brasile, India, Gran Bretagna e Taiwan. Stesso discorso per Stadler Rail, l’azienda costruttrice di treni di proprietà di Peter Spuhler, altra figura di riferimento dell’UDC ed ex consigliere nazionale per molti anni: possiede siti produttivi in Svizzera, Germania, Polonia, Spagna, Ungheria, Stati Uniti e Bielorussia, oltre a filiali in due dozzine di Paesi, dalla Francia al Kazakistan. E, naturalmente, gli stabilimenti svizzeri di Ems Chemie e Stadler Rail non esitano a reclutare persone immigrate e a sfruttarne la forza lavoro.

Quanto alle imprese dell’edilizia, alla grande distribuzione e ai concessionari d’auto, agli hotel e ristoranti, agli agricoltori e alle agenzie immobiliari, agli ospedali, alle case di cura e ai servizi di assistenza domiciliare, reclutano personale immigrato o frontaliero perché non ne trovano a sufficienza in Svizzera e/o perché per loro è la soluzione più vantaggiosa. Per il padronato, UDC compresa, il profitto non ha bandiera.

Per contro, il padronato, simpatizzante o meno dell’UDC, ha sempre visto nel proprio interesse – per la «prosperità e la stabilità della Svizzera» – appiccicare una bandiera sulla schiena dei/delle lavoratori/lavoratrici. Ciò permette di classificarli in numerose categorie, gerarchizzarli, pagarli diversamente, dividerli più o meno sottilmente e persino metterli gli uni contro gli altri, a seconda delle circostanze. Permette anche di mantenere nella precarietà chi non ha un passaporto svizzero (conserverò il permesso?), e di fare leva su queste paure per imporre condizioni che altrimenti non sarebbero accettate. Consente inoltre di escludere oltre un quarto della popolazione dalle decisioni democratiche, nelle votazioni e nelle elezioni, su questioni che riguardano tutti, come l’età pensionabile o i premi dell’assicurazione malattia. È, infine, uno strumento estremamente efficace per soffocare sul nascere, tra la popolazione lavoratrice, un sentimento di condivisione di situazioni e interessi comuni, mentre la narrazione della «pace del lavoro» esercita una forza performativa. Ed è su questa realtà quotidiana di discriminazioni ufficiali e divisioni, costruita sistematicamente da decenni dalla destra e dal padronato perfettamente uniti, che l’UDC si appoggia per diffondere il proprio veleno xenofobo e razzista.

Uguaglianza dei diritti e difesa degli interessi comuni

La situazione economica e sociale della maggioranza della popolazione si è deteriorata negli ultimi anni. I salari hanno perso potere d’acquisto a fronte di un lavoro sempre intenso e di orari invasivi. Molti/e lavoratori/lavoratrici vengono licenziati/e pochi anni prima della pensione, con scarsissime possibilità di ritrovare un impiego stabile. I tempi di trasporto si allungano per i/le pendolari su tragitti spesso congestionati. I contributi all’assicurazione malattia gravano sui bilanci. Gli affitti raggiungono livelli record e trovare un appartamento è un percorso a ostacoli in molte regioni. La «finanziarizzazione» del settore immobiliare (fondi immobiliari, ecc.) impone sempre più il proprio potere socio-politico.

Non è né dall’UDC, che fa delle persone immigrate i capri espiatori di questi problemi, né da economiesuisse e dal resto della destra che i/le lavoratori/lavoratrici che vivono e lavorano in questo Paese troveranno sostegno per difendere i propri diritti.

Prendiamo il personale sanitario. Quattro anni fa la popolazione ha accettato un’iniziativa che esigeva un miglioramento delle loro condizioni di lavoro, decisivo anche per la qualità delle cure. A oggi non è stato fatto nulla. In Parlamento, la destra – dall’UDC al Partito radicale – è unita nel liquidare le timide misure proposte dal Consiglio federale, che finge di rispettare la volontà popolare. La manovra è guidata dalla presidente della commissione del Consiglio nazionale, la radicale Regine Sauter, anche presidente dell’associazione padronale degli ospedali H+. Ma l’UDC concorda, sebbene migliori condizioni di lavoro ridurrebbero il bisogno di reclutare personale, anche immigrato. «Sono contraria a regolare ogni dettaglio delle condizioni di lavoro nella legge», si giustifica la consigliera nazionale UDC Vroni Thalmann-Bieri.

Lo stesso ragionamento vale per la questione dei premi di cassa malati. L’UDC tenta di far credere che gli immigrati siano responsabili dei loro aumenti. Uno studio dell’Ufficio federale di statistica (OFS) mostra invece che le spese sanitarie rimborsate sono mediamente più basse per le persone di nazionalità straniera rispetto a quelle svizzere. La misura necessaria per alleviare le famiglie sarebbe abbandonare i premi pro capite e passare a un finanziamento proporzionale al salario, sul modello AVS. Ma tutta la destra e il padronato si oppongono ferocemente.

O, ancora, il tema dell’alloggio. Poiché l’immobiliare è considerato un attivo finanziario come un altro, gli affitti salgono e la penuria di alloggi accessibili persiste. Sarebbe necessaria una politica edilizia pubblica. Ma per la destra e i settori immobiliari occorre smantellare le tutele degli inquilini.

Non sarà dunque invocando, in coro con economiesuisse, la difesa della «prosperità della Svizzera» che si potrà contrastare la propaganda dell’UDC, bensì costruendo un impegno comune dei/delle lavoratori/lavoratrici per i propri diritti economici, sociali e democratici. Ciò richiede di affrontare il sistema discriminatorio al centro della politica svizzera verso immigrati/e e rifugiati/e, rivendicando la piena uguaglianza dei diritti, a cominciare dal diritto di voto.

*articolo apparso sul sito alencontre.org il 12 febbraio 2026

[1] Comunicato stampa del 16.12.2025.
[2] Neue Zürcher Zeitung, 30.01.2026.
[3] Comunicato stampa del 15.12.2025.
[4] L’OFS non dispone dei dati necessari per determinare lo status migratorio dei minori di 15 anni; sono noti soltanto il luogo di nascita e la nazionalità.
[5] Documento argomentativo, Iniziativa popolare federale «No a una Svizzera da 10 milioni! (iniziativa per la sostenibilità)», 28 luglio 2025.
[6] François Héran, 2023, Immigrazione: il grande diniego, Le Seuil, p. 14.
[7] François Héran, op. cit., p. 16.
[8] SEM, Statistica degli stranieri e dell’asilo 2024.
[9] Philippe Wanner e Rosita Fibbi (a cura di), 2025, Panorama migratorio nel XXI secolo in Svizzera, Seismo, p. 52.
[10] Economiesuisse, Un tetto demografico rigido: la proposta assurda dell’iniziativa del caos, 11.02.2026, p. 23.
[11] Blick, 11 febbraio 2026.
[12] OFS, 2025, Costi a carico dell’assicurazione obbligatoria delle cure secondo la nazionalità degli assicurati, p. 3.
[13] Economiesuisse, op. cit., p. 24.

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