Il diritto alla parità di salario

Tempo di lettura: 2 minuti
image_print

L’iniziativa contro il dumping salariale, in votazione in Ticino l’8 marzo, ha avuto certamente il merito, indipendentemente dall’esito finale della stessa, di mostrare come il livello dei salari sia il PROBLEMA economico e sociale principale in Ticino. Il confronto sull’iniziativa ha infatti evidenziato che la differenza del salario mediano tra l’insieme della Svizzera e il Ticino è superiore a 1’300 franchi. E che questa differenza è in costante crescita, visto che i salari in Ticino si allontanano sempre più da quelli di tutti gli altri cantoni. Tra i tanti argomenti avanzati dai favorevoli e i contrari credo utile centrare l’attenzione su un particolare aspetto che, sulla base dei dati ufficiali, non può essere contestato da nessuno. Mi riferisco alla proposta dell’iniziativa di potenziare il controllo sui salari delle donne e in particolare sulla differenza salariale tra uomini e donne, a cui si aggiungono i controlli sulle violazioni dei diritti legati alla maternità e sulle molestie sessuali. Questo grazie alla creazione di una sezione dell’Ispettorato del lavoro che garantisca il rispetto della legge sulla parità dei sessi grazie all’aumento degli ispettori (un ispettore ogni 2’500 donne lavoratrici). I contrari all’iniziativa negano la necessità di questo potenziamento degli ispettori perché, dicono, esiste già la legge federale che impone alle imprese il controllo delle differenze salariali tra donne e uomini.

Per entrare un po’ più nel dettaglio dell’articolo 13 della Legge sulla parità, spesso citato dagli oppositori, è necessario ricordare quali siano le aziende sottoposte alla stessa e, soprattutto, quali siano i risultati ottenuti con la sua applicazione certificati dal Consiglio federale. Va detto che l’articolo 13 si riferisce esclusivamente alle aziende con più di 100 dipendenti (in Ticino il dato non è disponibile ma si può desumere che le stesse non superino di molto le 100 unità). In Svizzera sono 6’028 aziende. Di queste solo 2’404 hanno dato un seguito agli obblighi di legge, facendo al loro interno un’indagine sulle disparità salariali e mandando a chi di dovere i risultati ottenuti. Alla luce di questi dati il Consiglio federale ha comunicato ufficialmente che oltre la metà delle aziende non ha rispettato l’obbligo di legge non facendo quanto dovuto sulla parità salariale. Le cause più gettonate per le mancate risposte sono state che non esisteva la consapevolezza del problema, che le imprese non erano al corrente degli obblighi legali e, non da ultimo, che, visto che la legge non stabilisce sanzioni, era più semplice non darle seguito. Ora, se si considera che in Ticino oltre il 90% delle aziende hanno meno di 10 dipendenti (e quindi non sono soggette a questa legge), credo sia evidente che se si ritiene giusto che le donne ricevano salari uguali agli uomini a parità di lavoro svolto, servano più controlli per sperare che le cose cambino.

Altrimenti chi sostiene il no dovrebbe avere l’onestà di dire che ritiene accettabile che le donne continuino a guadagnare meno degli uomini, invece di sostenere che esistono già norme sufficienti quando è chiaro e documentato dal Consiglio federale stesso che non è così.

Per tutto quanto precede invito tutte e tutti coloro che hanno a cuore la parità salariale tra donne e uomini, per lo stesso lavoro svolto, a sostenere con convinzione l’iniziativa “Rispetto per i diritti di chi lavora” votando un chiaro sì l’8 marzo.

*Già deputata in Gran Consiglio. Articolo apparso sul quotidiano La Regione il 18 febbraio 2026.

articoli correlati

Francesca Albanese e la meschinità dei potenti

Lottiamo contro gli abusi nel diritto del lavoro

Tutti al presidio antifascista di sabato 21 febbraio a Lugano