Il Fondo Monetario avverte: la spesa militare andrà a discapito della spesa sociale

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Il modello «burro o cannoni» torna nell’analisi macroeconomica dell’Fmi: investire nel riarmo significa sacrificare welfare, sanità e istruzione

Burro o cannoni. Un’espressione usata in macroeconomia per illustrare come gli Stati debbano fare una scelta: promuovere un’economia di pace o una di guerra. Ovvero decidere se investire le risorse pubbliche nel welfare e nella spesa sociale. Oppure nelle armi. Il concetto è stato citato esplicitamente nell’ultimo World Economic Outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) ad aprile 2026. Già il titolo è piuttosto esplicito: “L’economia globale all’ombra della guerra”.

Nel rapporto, l’Fmi analizza i potenziali impatti dell’aumento della spesa per la difesa sui conti pubblici degli Stati. Vengono considerati diversi scenari e ricadute su singoli Paesi. Le conclusioni sono piuttosto chiare. Nelle parole dei ricercatori, l’aumento della spesa militare «sebbene possa stimolare l’attività economica nel breve termine, incrementando consumi e investimenti soprattutto nei settori legati alla difesa, aumenta temporaneamente l’inflazione e crea significative sfide a medio termine. In media, il deficit peggiora di circa 2,6 punti percentuali del Pil e il debito pubblico aumenta di circa 7 punti in tre anni. Mentre la bilancia con l’estero peggiora visto che la domanda si orienta verso attrezzature importate».

Secondo l’Fmi con l’aumento della spesa militare «la spesa sociale è sostanzialmente ridotta»

In maniera ancora più esplicita, il documento del Fondo Monetario Internazionale segnala come l’aumento delle spese per la difesa stia già portando a compromessi difficili per gli Stati «specialmente in un momento di aumento della spesa pubblica e di pressioni per investire in infrastrutture, servizi pubblici e sicurezza economica, mentre devono anche aumentare le spese per la transizione verde, per la salute e per le pensioni». In breve «le economie nazionali devono affrontare rischi crescenti per la stabilità macroeconomica a medio termine. Nonché un indebolimento della resilienza economica, che si riflette in un aumento dei disavanzi pubblici, in tagli alla spesa sociale e in un peggioramento delle posizioni con l’estero».

Questo vale in particolare per Paesi che hanno già una situazione delicata dal punto di vista dei conti pubblici. E chiaramente il pensiero va subito all’Italia, con uno dei rapporti tra debito e Pil tra i più alti del pianeta. Secondo l’Fmi, infatti, gli impatti dell’aumento della spesa militare non sono gli stessi se tale spesa viene finanziata tramite indebitamento pubblico o tramite una ridefinizione delle priorità e delle voci del bilancio dello Stato. Per chi non può seguire la prima strada a causa di deficit e debito pubblico già eccessivi, la seconda è quella obbligata. È in questo secondo caso che emerge il modello burro o cannoni. E che, sempre nelle parole dei ricercatori dell’Fmi, «la spesa sociale, per la salute e l’educazione vengono sostanzialmente ridotte».

L’allarme arriva proprio dal Fondo Monetario Internazionale, storica voce del neoliberismo

Il rapporto analizza anche quanto il rischio di uno shock energetico legato alla guerra degli Stati Uniti e di Israele in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe ulteriormente peggiorare le cose. Anche dal punto di vista dei conti pubblici. Analisi e conclusioni in sé piuttosto prevedibili. Ma, con la pubblicazione del rapporto, suffragate da una rigorosa analisi macroeconomica e su singoli Paesi e regioni.

Soprattutto, colpisce come a lanciare l’allarme sia quell’Fmi a lungo considerato la punta di diamante delle dottrine neoliberiste. E del cosiddetto Washington consensus che per anni ha postulato la riduzione della spesa pubblica per lasciare mano libera al mercato. Oggi è quella stessa istituzione che ci ricorda come l’attuale corsa al riarmo potrebbe avere impatti pesanti e duraturi sui conti pubblici. E influire direttamente su istruzione, sanità e pensioni. Un monito che sarebbe bene tenere a mente quanto si sentono appelli per portare la spesa militare e per la difesa al 2% del Pil. O persino oltre.

*articolo apparso su valori.it il 15 maggio 2026

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