Dalle discussioni, dalle conferenze stampa e dalle dichiarazioni di questi giorni sul “caso Zali” sono emerse almeno due cose che appaiono, francamente, insopportabili.
La prima è l’appello, uscito dalla conferenza stampa del Consiglio di Stato, a «voltare pagina». Diciamo: no, e poi no!
Si volta pagina quando si è letto e, soprattutto, capito ciò che si è letto. Quando ciò che abbiamo acquisito permette davvero di comprendere quello che è successo e di affrontare con maggiore consapevolezza ciò che viene dopo.
Altrimenti «voltare pagina» rischia di significare semplicemente archiviare: considerare quanto accaduto una parentesi spiacevole senza interrogarci fino in fondo sulle ragioni, sulle responsabilità e sui rapporti di potere che l’hanno resa possibile.
Questa vicenda non riguarda soltanto le persone coinvolte, né può essere ridotta a una questione privata. Investe meccanismi di potere, di controllo e di dominazione che devono essere analizzati e affrontati. E questo vale tanto più quando al centro vi è la violenza contro le donne.
La violenza di genere non è un incidente della vita privata. È una manifestazione di rapporti di potere. E quando questi rapporti si intrecciano con ruoli pubblici, responsabilità istituzionali e autorevolezza politica, la questione diventa ancora più grave.
Dobbiamo avere il coraggio di guardare a come il potere possa degenerare: produrre impunità, silenzi, omertà, dipendenze e assuefazione. E a come le istituzioni possano finire, anche inconsapevolmente, per proteggere se stesse invece di interrogarsi sui propri meccanismi. È proprio qui che la politica dovrebbe riflettere, non voltare pagina.
La seconda cosa insopportabile sono i commenti di chi sostiene che adesso bisogna «tornare a parlare dei problemi importanti»: i premi di cassa malati, il clima, la scuola, il lavoro, la fiscalità.
Come se la violenza contro le donne, gli abusi di potere e la degenerazione del potere politico fossero questioni secondarie, una divagazione rispetto ai «veri problemi».
Ma di quali problemi stiamo parlando?
La violenza sulle donne è un problema sociale, culturale e politico. Riguarda la sicurezza, la libertà e la dignità delle persone. E la degenerazione del potere politico non è una distrazione dai problemi della gente: è essa stessa un problema della gente. Quando il potere viene esercitato male, quando prevalgono silenzi, intimidazioni o meccanismi di protezione reciproca, viene intaccata la qualità democratica di una società.
Il modo in cui una società reagisce alla violenza e agli abusi di potere dice moltissimo della qualità delle sue istituzioni.
Per questo non esistono, da una parte, i «problemi veri» e, dall’altra, queste vicende. Una società che vuole veramente essere democratica deve occuparsi di entrambe, perché sono profondamente intrecciate.
Per questo non vogliamo e non possiamo «voltare pagina» così, semplicemente. Prima dobbiamo capire. Dobbiamo porci le domande scomode, individuare responsabilità e meccanismi, comprendere quali culture, silenzi e gerarchie abbiano permesso a certe dinamiche di svilupparsi o di essere tollerate. Solo allora potremo davvero voltare pagina. Non per dimenticare o archiviare, ma perché avremo imparato qualcosa da ciò che è accaduto.
È ora di smetterla con l’idea che occuparsi della violenza sulle donne e della degenerazione del potere significhi sottrarre tempo ai «problemi importanti». È esattamente il contrario: sono questioni che riguardano la qualità della società e della democrazia in cui vogliamo vivere.
*articolo apparso sul quotidiano LaRegione sabato 5 settembre 2026
