Violenza sulle donne, the show must go on…

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Il 13 febbraio si è consumato l’ennesimo femminicidio. Un uomo, rientrato ubriaco dal Carnevale, ha verosimilmente ucciso la sua compagna prima di togliersi la vita. Un episodio che non deve essere raccontato come un caso isolato o frutto di un raptus di follia o di un destino tragico. Ciò che è accaduto è parte di un fenomeno strutturale, radicato in una cultura patriarcale che continua a negare alle donne autonomia, libertà e piena dignità.

Anche in questo caso, la stampa ha esitato a usare la parola “femminicidio”, preferendo descrivere l’uomo come “un bravo lavoratore”, “una persona tranquilla”, minimizzando i problemi di alcol e ignorando i precedenti di violenza. In questo modo si individualizza il gesto, si psicologizza l’aggressore, si cancella il contesto. Così la violenza di genere resta invisibile come fenomeno collettivo, come prodotto di rapporti di potere che ancora oggi legittimano l’idea che una donna sia qualcosa da possedere, controllare, punire.

La vicenda mette in luce anche l’insufficienza delle misure di prevenzione e protezione. Ma ciò che colpisce, e ferisce, è il silenzio totale delle autorità e degli organizzatori del Carnevale. È vero: il fatto non è avvenuto al Rabadan, ma ha colpito la comunità di Bellinzona, e l’uomo era appena rientrato da una serata della manifestazione. Davvero non c’era spazio nemmeno per un gesto simbolico, una presa di posizione, un messaggio chiaro contro la violenza sulle donne?

Un evento popolare e seguitissimo come il Carnevale ha una responsabilità culturale enorme. E’ uno spazio in cui si producono e si riproducono immaginari, linguaggi, comportamenti. Proprio per questo avrebbe potuto – e dovuto – cogliere l’occasione per affermare pubblicamente che la violenza non è compatibile con la festa, che il rispetto è un valore non negoziabile, che la comunità rifiuta ogni forma di dominio e sopraffazione. Sarebbe stato un segnale forte, capace di raggiungere migliaia di persone.

Invece, nulla. Come se ciò che accade fuori dal perimetro della festa non la riguardasse. Come se la cultura del rispetto non fosse parte integrante della prevenzione. Un’occasione persa, ancora una volta.

*articolo apparso su naufraghi il 16 febbraio 2026

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