Riflessioni su tre concetti, in occasione dell’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!»

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In occasione della campagna contro l’iniziativa «10 milioni» dell’UDC – oltre ai contributi che smontano l’argomentazione dell’UDC così come l’orientamento del movimento sindacale e della sinistra governativa, caratterizzato da una marcata «unità nazionale» con le organizzazioni padronali – si sono svolti scambi riguardanti i concetti (cioè una concezione della realtà) di razzismo di Stato, Stato razzista e xenofobia istituzionale. In modo certamente sintetico, può forse essere utile precisare i contenuti di questi tre concetti e le radici storiche della xenofobia istituzionale elvetica.

1.Il razzismo di Stato è un concetto che proviene in gran parte da Michel Foucault nel suo corso sulla «biopolitica» (si veda il suo libro Bisogna difendere la società, 1976).

Il razzismo di Stato rimanda a una situazione in cui lo Stato sarà portato, in nome della «difesa della società», della popolazione «originaria» di questa società, a farsi carico o a intervenire in un numero crescente di aspetti della vita: l’igiene pubblica, la sessualità, i matrimoni interrazziali (o cosiddetti interrazziali), ecc. Questo al fine di «preservare» la popolazione da una «corruzione razziale» che può essere incarnata sia da razze straniere (Neri, Arabi, Indiani negli Stati Uniti, poi gli ex schiavi neri…), sia da popolazioni bianche, o considerate tali: gli Ebrei. Ciò riguardava, tra l’altro in Svizzera, anche i Rom, gli Zingari, gli Jenisch che non sono «sbiancati». Queste «figure» evolveranno all’interno di una certa classificazione propria del razzismo di Stato.

Di conseguenza, una delle questioni chiave del razzismo di Stato è la mixofobia, cioè il meticciato, concepito al massimo grado come una possibile corruzione delle razze «superiori». Da qui i dispositivi di separazione messi in atto, le discriminazioni contro ciò che viene considerato «razza inferiore»: sul piano giuridico, simbolico, spaziale (ghetti, quartieri riservati, aree riservate ai cosiddetti nomadi)…

Per quanto riguarda il razzismo di Stato (in Svizzera) nei confronti degli Ebrei, degli Zingari/Rom/Jenisch prima e durante la Seconda guerra mondiale, si può fare riferimento all’opera di Daniel Bourgeois, La Suisse et le Troisième Reich. Milieux d’affaires, politique étrangère, antisémitisme, Ed. Page 2, 1998, in particolare la IV parte, «Politica d’asilo e antisemitismo», e all’opera di Thomas Huonker e Regula Ludi, Roms, Sintis et Yéniches. La «politique tsigane» suisse à l’époque du national-socialisme, Ed. Page 2, 2009. La storia di questo periodo, in particolare dagli anni Trenta fino alla fine della Seconda guerra mondiale, resta ampiamente cancellata – dopo un breve aggiornamento nella seconda metà degli anni Novanta. Tuttavia, è stata ancora più occultata la realtà della continuità tra gli anni Trenta e il dopoguerra per quanto riguarda le correnti di estrema destra e i loro portavoce, talvolta molto vicini alla destra governativa. Molto spesso, per esempio, si «dimentica» che il James Schwarzenbach degli anni Sessanta era stato attivo nel Fronte Nazionale degli anni Trenta.

Negli anni 1945-inizio anni Cinquanta, le traduzioni di un razzismo di Stato – al di là delle loro sfumature – si esprimono, per esempio, nei controlli sanitari, in particolare nelle loro modalità, alle frontiere. Essi sono giustificati ufficialmente dal timore dichiarato di epidemie legate agli spostamenti forzati di milioni di persone – tra cui quelle uscite dai diversi campi che erano stati resi invisibili dalle istituzioni governative, pur essendo queste al corrente della loro esistenza almeno dal 1942. La declinazione della mixofobia – in quanto elementi allogeni che non possono essere «assimilati» alla «svizzeritudine» – va dalla caricatura «dell’italiano del Sud che non si lava prima di andare a dormire», che resterà stagionale senza diritto al ricongiungimento familiare, fino all’immagine dell’«idra tamil» che si supponeva alimentasse il mercato della droga.

Il mantenimento di questo razzismo di Stato è stato assicurato da diverse iniziative dell’UDC – il più grande partito svizzero e partito di governo, membro del «collegio federale» – sui minareti, il burqa, gli «stranieri criminali»… con le loro rappresentazioni grafiche il cui stile è gemello di quello dell’estrema destra degli anni Trenta. Qui il razzismo di Stato oscilla tra la dimensione «socio-culturale» e allusioni che si situano al limite del «razzismo biologico». Il manifesto elettorale dell’UDC-SVP a Glarona nel 2009 – «Maria statt Scharia!», «Maria invece della Sharia!» – presenta il volto sorridente di una donna bionda dalla pelle bianca accanto a una donna dal volto scuro che indossa un burqa con una grata: per esplicitare il contrasto assoluto tra la cittadina svizzera e una donna appartenente a un’etnia non europea di religione musulmana. Le campagne contro i richiedenti asilo che minaccerebbero la svizzeritudine (una potenziale «grande sostituzione») si strutturano secondo la stessa matrice. L’atmosfera politica creata da queste campagne elettorali e referendarie sostiene pratiche come il controllo di polizia basato sul profilo etnico – illustrato, per esempio, dalle immagini degli scambi WhatsApp di decine di poliziotti del Canton Vaud – che costituisce anch’esso un’altra faccia del razzismo di Stato.

Sotto l’impulso dell’UDC e delle sue reti mediatiche, questo insieme rafforza la deriva episodica della xenofobia istituzionale, con le sue decisioni (vedi più sotto), verso un ritornello che talvolta si mescola a leitmotiv del razzismo di Stato. Nel lungo periodo, si constata un’integrazione di elementi del discorso radicale dell’estrema destra nel discorso ufficiale, vale a dire quello di un conglomerato che va dall’UDC al PRD-PLR fino al PDC-Le Centre, con relais mediatici.

2.Stato razzista: si tratta qui di uno Stato come lo Stato nazista, che riprende nelle proprie teorie l’insieme delle concezioni pseudo-scientifiche sul razzismo: da Arthur de Gobineau – Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, del 1853-55 – fino a opere come quelle di Hans F.K. Günther che, nel 1922, produceva una “razziologia” del popolo tedesco in Rassenkunde des deutschen Volkes, opera nella quale vengono sviluppate le presunte «qualità spirituali della razza ariana o nordica». Ciò sfocerà, sul piano giuridico, nelle tre Leggi di Norimberga: la Reichsflaggengesetz (legge sulla bandiera del Reich); la Reichsbürgergesetz (legge sulla cittadinanza del Reich); la Gesetz zum Schutze des deutschen Blutes und der deutschen Ehre (legge sulla protezione del sangue tedesco e dell’onore tedesco)! La «comunità» è fondata sulla razza, l’«individuo» non esiste più (con i suoi diritti), la «comunità razziale» predomina e deve «essere protetta». Questo costituisce uno degli elementi che sostiene la messa in pratica del genocidio degli Ebrei (Shoah) e degli Zingari. Allo stesso modo giustifica l’eliminazione dei «disabili» per «curare» il «corpo sano della comunità» (Aktion T4).
[Su questo periodo si veda l’eccellente Abécédaire di Johann Chapoutot diffuso sul canale YouTube di Blast: eccone uno degli episodi: https://www.youtube.com/watch?v=wQP5UwkIPfE&list=PLv1KZC6gJTFnPEMFcUPFejlF9dPoH6dxB&index=5. Sono facilmente reperibili.]

Una parte delle elaborazioni naziste, su questo terreno, riprende tematiche proprie del colonialismo del XIX secolo (e precedenti), che aveva moltiplicato le «elaborazioni» religiose, storiche, giuridiche, comprese quelle mediche, per fare della razza il fondamento del diritto, della «legge del sangue» una legge della natura che giustificava guerre, deportazioni, schiavitù, lavoro forzato e pratiche genocidarie. Troppo spesso viene omessa l’evocazione del genocidio, tra il 1904 e il 1911, degli Herero e dei Nama da parte del colonialismo tedesco nell’Africa Tedesca del Sud-Ovest, sotto la direzione del generale Lothar von Trotha, che «portò a termine» la repressione inizialmente condotta dai coloni contro una resistenza della popolazione «autoctona».

Si ritrova in Sudafrica e Namibia uno Stato razzista, formalizzato con l’instaurazione dell’apartheid (separazione, segregazione) a partire dal 1948, con il suo prolungamento in Rhodesia. Questa formalizzazione in Sudafrica si appoggiava a tutta una precedente politica di segregazione razziale risalente al XVII secolo: la fondazione della Colonia del Capo da parte della Compagnia olandese delle Indie orientali. Questa formalizzazione «giuridica» (che non deve essere sottovalutata nel processo di dominio e oppressione) rendeva più rigidi, su tutti i piani (politico, economico, sociale, culturale, abitativo), i privilegi della popolazione bianca rispetto ai gruppi cosiddetti di colore: Neri, Indiani, Coloureds.

Esistono aree geografiche controllate da uno Stato dove regna una dimensione di Stato razzista, di fatto apertamente assunta: gli Uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang in Cina; oppure i Rohingya nel nord dello Stato di Arakan, nell’ovest della Birmania.

3.La xenofobia istituzionale, e le sue evoluzioni. Per comprendere, anche in modo sintetico, la xenofobia e la sua istituzionalizzazione in Svizzera, bisogna mettere insieme tre elementi:
1° I rapporti tra il capitalismo svizzero e lo Stato elvetico nei confronti del suo vicino imperialista nel XIX secolo e, di conseguenza, l’elaborazione del racconto sviluppato dalla borghesia sull’«eccezionalità storico-elvetica».
2° Gli shock storici che vanno dalla Prima guerra mondiale allo sciopero generale del 1918, con una grande paura della classe dominante. Una paura proclamata con una tonalità che attribuiva l’origine del «caos» a «elementi esterni sovversivi» (Rivoluzione russa, poi Rivoluzione tedesca, con il loro impatto su una momentanea radicalizzazione di una frazione della sinistra del PSS). Questa paura, amplificata, sfocia in riorganizzazioni e riallineamenti delle forze politiche e istituzionali, con uno sforzo rivolto alle «élite» (organizzazioni studentesche nazionaliste che formano quadri politici insieme a una dimensione di ufficiali militari).
3° La gestione dell’esercito industriale di riserva su scala nazionale e nelle sue dimensioni di scelta selettiva e di statuti instaurati per le frazioni reclutate nei paesi vicini. Le evoluzioni delle congiunture economiche che segnano le modalità di gestione di questo «esercito industriale di riserva» esterno: l’immigrazione di lavoro. Essa si ritrova oggi al centro del dibattito sugli «accordi di libera circolazione» con l’Unione europea e sulle «clausole di salvaguardia», che fanno eco all’iniziativa dell’UDC «No a una Svizzera da 10 milioni!».

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Sulla scia dell’unificazione tedesca, avvenuta dopo la guerra del 1870 e che ne configurò la potenza, la classe dominante elvetica, nelle sue diverse componenti, comprese quelle cantonali e non soltanto settoriali, sarà portata – in un certo senso costretta – a mettere in atto un racconto nazionalista costitutivo, la cui metafora più diffusa è quella della festa nazionale del 1° agosto, creata nel 1891. Questa festa nazionale dovrebbe celebrare la fondazione dell’Elvezia richiamandosi ai Patti federali del 1291. In precedenza erano state invocate altre date, il che rivela il carattere arbitrario di questa simbologia dal punto di vista cronologico. La festa del 1° agosto si impose a partire dal 1899 tramite un atto del potere centrale rivolto ai cantoni. La specificità di questa festa nazionale era che i lavoratori e le lavoratrici svizzeri/e lavoravano quel giorno, una forma di affermazione di un’unità nazionale che esclude ogni antagonismo tra classi e istituisce la convenzione dello «svizzero lavoratore». Questa fu la regola fino al 1993. Da allora, è un giorno festivo.

Anche il tema di Guglielmo Tell come incarnazione del cittadino combattente si precisa già dal 1891-1899, con la valorizzazione dei miti fondatori e uno sforzo delle classi dominanti e delle loro istituzioni per radicarli tra i cittadini attraverso un insieme di strumenti e atti. Tra questi miti, lo «spirito del Grütli» si impone come un «luogo della memoria storica» consacrato dal «rapporto del Grütli» del generale Guisan del luglio 1940. Le messe in discussione – nel corso degli anni Settanta – di aspetti di questa mitificazione e mistificazione storica non hanno relegato in soffitta il «racconto patriottico», rivalorizzato dall’UDC… e dalle sue attuali alabarde che proteggono una “svizzeritudine” che richiede una difesa permanente contro molteplici «pericoli esterni».

Questa dimensione di unità nazionale affermata di fronte ai fattori esogeni – potenza della Germania, tra gli altri, ascesa dei nazionalismi in Europa e conflitti interimperialisti – rimanda anche a un fattore endogeno: l’ascesa del movimento operaio sindacale e politico, segnata dalla creazione del Partito socialista svizzero nel 1888 e dell’Unione sindacale svizzera nel 1880. Occorre dunque comprendere il racconto nazionale come una dimensione della politica e dell’ideologia della classe dominante (nelle sue diverse frazioni), che costruisce la rappresentazione della Svizzera e della figura dello «svizzero» e di ciò che è funzionale rispetto alle diverse facce di una xenofobia costruita.

Viene inoltre messo tra parentesi il complesso processo di costituzione di una fusione confederativa (poi federativa) di interessi stabiliti tra le classi dirigenti degli Stati cantonali, con rapporti di forza che segnano questa dinamica di lungo periodo, pur mantenendo un principio di sussidiarietà funzionale ai nuclei dirigenti dominanti.

L’estraneità alla Prima guerra mondiale (confermata durante la Seconda) rafforzerà al tempo stesso l’eccezionalità elvetica e la politica di difesa nazionale, con ciò che essa rappresenta in termini di mobilitazione della popolazione: servizio militare di milizia, corsi di ripetizione, difesa civile, ecc. Nel 1935 il PS aderirà alla politica di Difesa nazionale. Ciò avviene parallelamente alla firma della Pace del lavoro nel luglio 1937 tra i sindacati e il padronato dell’industria metallurgica e meccanica. Quest’ultima temeva e subiva la concorrenza dell’industria della Germania nazificata, che aveva decimato e «neutralizzato» il movimento operaio. Questa Pace del lavoro, che convalidava «l’unità di interessi tra le classi» – posta sotto il logo del «partenariato sociale», una forma di «neutralizzazione» – si impose, nella propaganda diffusa dalla classe dirigente, come un atto che consolidava l’unità nazionale. Essa venne inoltre presentata dalle istituzioni dominanti attraverso una metafora storica: il Patto o Convenzione di Stans del 1481. In altre parole, un accordo negoziato tra cantoni urbani e rurali per riaffermare la «coesione della Confederazione» (sotto la guida di Nicolas de Flue).

Sulla scia della Prima guerra mondiale, lo sciopero generale del 1918 stimolerà nei circoli borghesi e padronali una triplice iniziativa: il processo al Comitato di Olten nel 1919 contro coloro che erano considerati dirigenti dello sciopero generale, processo davanti a una giustizia militare poiché nessun atto commesso dagli accusati rientrava nel diritto civile, il che illustra la determinazione borghese nei confronti della classe lavoratrice e delle sue organizzazioni; la creazione di una polizia politica contro le forze militanti di sinistra, siano esse cittadini e cittadine svizzeri/e oppure immigrati; la legge federale del 1931 sul soggiorno e lo stabilimento degli stranieri, collegata alle esigenze dell’economia.
Questa dimensione antisindacale, antisocialista, ecc. costituisce un aspetto della xenofobia istituzionale, volto al controllo delle componenti interne ed esterne che potrebbero ostacolare un funzionamento privo di diritti dei membri dell’esercito industriale di riserva (legato alla sovrappopolazione relativa propria dello sviluppo capitalistico), parte integrante del proletariato residente in Svizzera o emigrato in Svizzera proveniente inizialmente dai paesi europei.

Il tema della «sovrappopolazione straniera» (Überfremdung) comparirà per la prima volta nel 1939 e figurerà nelle tabelle statistiche dell’Esposizione nazionale di quell’anno. Dall’inizio degli anni Sessanta il tema dell’Überfremdung riemergerà, affermando la propria permanenza al di là dei contesti politici immediati. Nel 1961 i Democratici svizzeri, sotto la guida dello zurighese Fritz Meier, lanciano il tema della Nationale Aktion gegen Überfremdung von Volk und Heimat (Azione nazionale contro la sovrappopolazione straniera del popolo e della patria). Nel 1964 il Consiglio federale affida a una commissione di esperti uno studio sul «pericolo della sovrappopolazione straniera»: viene così apposto un timbro ufficiale. A partire dal 1965-1967, diversi test preparano il terreno per il lancio dell’iniziativa Schwarzenbach («contro l’invadenza straniera»), depositata nel maggio 1969 e respinta con il 54% dei voti nel giugno 1970. Se la seconda iniziativa del 1974 («Per la protezione della Svizzera») sarà respinta nel 1977 con il 70,5%, l’iniziativa «Essere solidali per una nuova politica nei confronti degli stranieri», depositata nel 1977, verrà invece respinta dall’83,8% dei votanti. Eppure le Colonie Libere Italiane (CLI) si erano impegnate in questa iniziativa. I loro legami con il Partito Comunista Italiano avevano peraltro già provocato, in precedenza, migliaia di espulsioni dalla Svizzera dei loro membri: una delle dimensioni dell’attività coordinata della polizia politica e della polizia degli stranieri.

Una semplice enumerazione dell’insieme delle iniziative e dei referendum dagli anni Settanta in poi illustrerebbe da sola la permanenza politica di questo strumento di una frazione delle forze politiche di destra che impongono, come già detto, i loro temi e le loro decisioni legali e amministrative. L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» non è un elemento accidentale e isolato. Questo avrebbe dovuto spingere la sinistra a riflettere per adottare un’impostazione di campagna fondata sui diritti dell’insieme dei salariati/e, in particolare sui diritti nel campo del lavoro e delle attività sindacali.

Nel contesto particolare del capitalismo svizzero all’uscita della Seconda guerra mondiale verranno consolidate dimensioni della xenofobia istituzionale. L’apparato produttivo svizzero aveva continuato a funzionare pienamente durante la guerra ed era pronto a operare per la «ricostruzione dell’Europa», compreso il rilancio degli investimenti in alcuni paesi del cosiddetto Terzo mondo, come ad esempio Argentina, Cile o Brasile… dove si trovava peraltro un’emigrazione elvetica risalente al XIX secolo e al periodo tra le due guerre, che fungerà da relais.

Il capitalismo svizzero poteva quindi – dopo aver neutralizzato la situazione sociale e politica interna (mantenimento della Pace del lavoro ed entrata del PS nel Consiglio federale alla fine del 1943) – fare appello in massa alla «manodopera straniera». Essa era estremamente disponibile dato lo stato disastroso delle strutture produttive in Italia, Germania, Francia, Spagna, ecc. Bisognava indirizzarla in termini settoriali (prioritariamente infrastrutture: strade, dighe, alloggi e industria) e organizzarne la regolazione secondo le esigenze della congiuntura economica. Ciò implicava – e implica tuttora – relazioni strette tra il tipo di permesso di soggiorno e il tipo di impiego. Non è possibile qui ricostruire la storia di queste evoluzioni.

La situazione si complicherà dopo la prima recessione dei paesi capitalistici europei del 1973-74 (rinvio massiccio nei «loro» paesi di settori di lavoratori italiani, spagnoli e portoghesi nel 1974-75), la successiva ripresa economica e poi la crisi delle economie del cosiddetto Terzo mondo (crisi del debito) nel 1981-82, che porterà a negoziati «difficili» (rifiuto dell’adesione allo SEE nel 1992) a favore di accordi di libera circolazione della manodopera su scala europea, conclusi nel 2000. L’aggravarsi delle crisi nei paesi del Sud, delle guerre imperialiste, della crisi climatica, ecc., allargherà il cerchio dei/delle migranti extraeuropei/e, una migrazione che si combina con quella dei richiedenti asilo. Ciò conferisce nuovi tratti alla xenofobia istituzionale, consolidata con il capitolo del diritto d’asilo, o del non-diritto d’asilo.

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In conclusione, è su questi tre pilastri che si sviluppa una macchina discriminatoria che cerca di facilitare il controllo e la regolazione dell’esercito industriale di riserva, concretizzatosi nella forma accentuata dei flussi migratori.

I controlli e gli statuti che gravano sui/sulle migranti, con la fragilizzazione che ne deriva del loro status di salariati, si ripercuotono non soltanto sui disoccupati non migranti (con passaporto svizzero o residenti), ma sull’insieme del lavoro salariato, ovviamente in misura diversa. Occorre infatti collegare questa macchina di xenofobia istituzionale alla grande debolezza dei diritti sindacali e al semi-vuoto della legge sul lavoro, che finiscono per degradare i rapporti di forza tra padronato e salariati a vantaggio del primo.

Sinteticamente, si può tentare di riassumere l’insieme nel modo seguente: la xenofobia istituzionale, con derive razziste (si vedano gli orientamenti dell’UDC, partito di governo che conferisce una colorazione di razzismo di Stato), diffonde fattori istituzionali di maggiore divisione all’interno del lavoro salariato. Essa si articola con la politica della pace del lavoro, «specificità elvetica», che possiede una colorazione nazionalista poiché viene presentata come all’origine della «prosperità economica», cancellando così, sul terreno politico e ideologico, i rapporti sociali di sfruttamento propri del sistema capitalistico. Questi due elementi trovano un prolungamento nella costruzione costantemente rivalorizzata del «consenso politico» e della «collegialità governativa». Ciò implica che, a differenza degli «altri paesi concorrenti», in Svizzera esisterebbe una stabilità quasi naturale, anch’essa all’origine della prosperità, cioè di una maggiore prevedibilità per gli investimenti (produttivi e finanziari) e la loro redditività, in un contesto internazionale molto meno prevedibile.

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Bisogna tenere presente l’aspetto performativo della politica della pace del lavoro. Più concretamente, una maggioranza di migranti e persino di salariati/e svizzeri/e crede (e viene indotta a credere, fin dal contratto di lavoro individuale nel settore privato, con i suoi segreti più o meno espliciti riguardo al salario) che l’azione di sciopero sia vietata o ai limiti della legalità. Questa dimensione performativa funziona anche in un gioco dialettico: gli elementi dominanti delle forze sindacali e della sinistra governativa invocano i «rapporti di forza» – di cui non si considerano un elemento storicamente costitutivo, a causa del loro orientamento e della loro inattività – per giustificare il loro fatalismo oppure la loro iniziativa, come quella che ha portato a un’unità salariati-padronato – posta sotto gli emblemi organizzativi che vanno dall’USAM all’USS, dal PLR al PSS – contro l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni».

Tutto questo insieme cancella ogni riferimento concreto ai rapporti capitalistici di sfruttamento e di dominio. E ciò, paradossalmente, proprio nel momento in cui la propaganda ufficiale ripete: «senza di loro, senza di loro chi costruirebbe le case, le strade, chi lavorerebbe negli ospedali, chi garantirebbe il funzionamento di numerose imprese, ecc.?». In altre parole, chi produce la «prosperità» o in che modo la forza lavoro venduta e sfruttata è all’origine della produzione della ricchezza… catturata dalle forze costitutive dell’USAM, di Economiesuisse!

Da qui l’importanza, per una sinistra politica e sindacale effettiva, delle battaglie su punti concreti – con un’unità d’azione la più ampia possibile su questi punti –, per esempio sui diritti sindacali negli accordi bilaterali III e su una propaganda esplicativa adeguata. Il tutto reinserito in un lavoro di spiegazione politica e storica, cioè di riappropriazione della storia stessa dei/delle salariati/e.

Se non è presente – ed è questo il caso – un approccio alla solidarietà fondato sugli interessi che i/le salariati/e condividono e che li/le oppongono ai proprietari di capitale (e alle istituzioni che li rappresentano), allora si crea uno spazio per un’opposizione tra «quelli che lavorano davvero» e «quelli che approfittano» (assistiti, disoccupati, migranti approfittatori). Di conseguenza, la destra e l’UDC costruiscono un immaginario in cui il «progresso sociale» si riassume in una purificazione del «surplus»: immigrati/e o diversi/e assistiti/e. Ciò permette che persino salariati/e siano condotti/e contemporaneamente a scagliarsi contro migranti, assistiti/e e super-ricchi, così come contro la burocrazia di Bruxelles, che raddoppierebbe quella della Confederazione.

*articolo apparso sul sito www.alencontre.org il 13 maggio 2026

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