Sparare a zero sulla 13ª AVS! Editorialisti al servizio dopo vendita della politica padronale

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«Non dimentichiamo mai della 13ª rendita AVS!» È con questo titolo che la responsabile della rubrica economica del quotidiano Le Temps, Aline Bassin, firma il suo editoriale sul suo giornale il 20 giugno 2026. Ecco il motivo di questo dovere di eterno ricordo, secondo la signora Bassin: «Il 3 marzo 2024 [giorno della votazione in cui la 13ª rendita è stata accettata dal 58% dei votanti] potrà entrare negli annali elvetici come il giorno della gloria dell’inefficienza economica. Uno spreco politico che deve assolutamente rimanere nella memoria dei cittadini affinché non si ripeta

La proposta di una 13ª rendita versata dall’AVS a tutte le persone pensionate è finora l’unica votazione nazionale nella quale una maggioranza si è pronunciata a favore di una proposta sindacale di rafforzamento di un’assicurazione sociale, in questo caso con un aumento generale delle rendite dell’8,3% – cosa che, detto tra parentesi, non è propriamente una misura così eccezionale. Questo risultato è rimasto indigesto al padronato e ai partiti di destra, che non se lo aspettavano.

Da allora questi ambienti borghesi hanno un obiettivo: far passare definitivamente alla popolazione la voglia di ripetere un simile «spreco», per riprendere il termine della signora Bassin. Il metodo è già stato trovato: ostacolare il finanziamento della 13ª rendita, bloccare qualsiasi aumento dei contributi salariali, mettere così volontariamente l’AVS in una situazione di deficit, lasciare deteriorare la situazione e poi concludere: «Ve l’avevamo detto che non era finanziabile; avete voluto fare le cicale, ora bisognerà lavorare più a lungo e pagare il conto!»

La prima fase di questo piano è stata approvata da una maggioranza borghese al Consiglio nazionale il 17 giugno: essa ha imposto un finanziamento della 13ª AVS esclusivamente tramite l’IVA, l’imposta più antisociale che esista, e solo nella misura dello 0,4%, che non corrisponde nemmeno alla metà di quanto sarebbe necessario. Ed è qui che Aline Bassin porta il suo contributo: maschera questa politica di interesse e di vendetta di classe della classe dominante elvetica trasformandola in una lezione di «buon senso» economico e politico, davanti alla quale non resterebbe che inchinarsi.

Aline Bassin utilizza a questo scopo due argomenti. Primo: solo «una minoranza di anziani – dal 10 al 20% secondo le statistiche – […] fatica realmente ad arrivare alla fine del mese […mentre] per più di un pensionato su due questo gesto [la 13ª rendita AVS] andrà invece ad aumentare un gruzzolo già ben fornito». Secondo: l’aumento generalizzato delle rendite AVS, rappresentato dalla 13ª rendita, sarebbe una forma della «cosiddeta politica “dell’annaffiatoio”», pratica detestata dagli economisti per la sua inefficienza. Se l’iniziativa popolare lanciata dalla sinistra fosse stata sottoposta a una classe di studenti dell’Università di San Gallo, luogo prestigioso per lo studio di questa disciplina, essa avrebbe preferito misure mirate. Una soluzione che avrebbe permesso di migliorare la situazione quotidiana della fascia di popolazione più precaria, riducendo al contempo l’impatto sulle “formiche operaie” del Paese.

La favola del «denaro che non cade dal cielo»

Prima di tornare su questi argomenti, merita una riflessione un altro passaggio dell’editoriale della signora Bassin: «Una parte del Paese sembra aver scoperto [il giorno dopo la votazione] che il denaro non cade dal cielo». Questa formula di pseudo-buon senso – «il denaro non cade dal cielo» – serve a far credere che il finanziamento della 13ª rendita sarebbe un vero peso per l’economia svizzera, minimizzato dalla propaganda sindacale alla quale avrebbero creduto gli «sprovveduti» che hanno votato sì.

Atteniamoci ai fatti. Le stime della Confederazione valutano che entro il 2030 la 13ª rendita AVS corrisponderà a circa 4,6 miliardi di franchi (Messaggio concernente l’attuazione e il finanziamento dell’iniziativa popolare per una 13ª rendita AVS del 16 ottobre 2024). Ciò rappresenta meno dello 0,5% della ricchezza prodotta annualmente in Svizzera – il prodotto interno lordo (PIL) – e questa somma quindi non comporta alcun rischio di destabilizzare l’economia del Paese, tanto per cominciare.

Di questo importo, 950 milioni saranno finanziati dalla Confederazione, sempre secondo lo stesso Messaggio. La differenza, cioè 3,65 miliardi di franchi, corrisponde a circa lo 0,8% dei contributi salariali. Un aumento dello 0,4% del contributo AVS (20 franchi su uno stipendio mensile di 5000 franchi), accompagnato dallo stesso contributo versato dai datori di lavoro, risolve quindi il finanziamento della 13ª rendita. È ciò che i sindacati hanno sostenuto durante la campagna per la votazione, spiegando che il finanziamento di questo miglioramento sociale non poneva alcun problema economico.

Far credere che questa questione non sia stata affrontata durante la campagna referendaria dai sindacati è dunque una menzogna che mira a nascondere il vero nodo della questione: il padronato blocca per principio qualsiasi aumento dei contributi salariali, perché rifiuta di versare anche un solo franco in più al finanziamento di un’assicurazione sociale solidale come l’AVS.

Negli ultimi tre anni, le sole imprese svizzere quotate in borsa [circa 250] hanno distribuito ogni anno più di 60 miliardi di franchi di dividendi ai loro azionisti. Forse per la signora Bassin questo è un esempio di efficienza economica, poiché qui non vi è nessun «annaffiatoio», ma un robusto tubo che porta tutto il liquido nelle «giuste» tasche. Ma, in un simile contesto, chi può credere che il contributo padronale di 1,8 miliardi di franchi al finanziamento della 13ª rendita rappresenti un onere «insopportabile» per il padronato?

Armi contro le assicurazioni sociali

Torniamo al cuore dell’argomento di Aline Bassin, cioè la sua denuncia della cosiddetta «politica dell’annaffiatoio»: un diritto sociale uguale per tutte le persone che vivono in una società, indipendentemente dal fatto che «ne abbiano veramente bisogno» o meno – a proposito: chi lo decide? e secondo quali criteri? – sarebbe per definizione «inefficiente» dal punto di vista economico.

Ma allora, signora Bassin, faccia ancora un piccolo sforzo per essere «logica». Se la 13ª rendita è «inefficiente», tutta l’AVS lo è dodici volte di più. Perché, come è noto, i multimilionari non hanno bisogno dell’AVS e delle sue rendite plafonate, che per loro rappresentano poco più che argent de poche. E che dire, per fare un altro esempio, della formazione superiore, di fatto gratuita in Svizzera? I giovani provenienti da ambienti (molto) agiati ne beneficiano proporzionalmente molto più spesso rispetto ai giovani provenienti da ambienti popolari. Non c’è dubbio: l’efficienza economica impone di porre fine a questo sistema dell’annaffiatoio e di introdurre un finanziamento della formazione «all’americana», basato sull’indebitamento degli studenti e delle loro famiglie. E si potrebbe continuare a lungo con l’elenco…

L’«efficienza economica» e la «politica dell’annaffiatoio» sono due «concetti» presentati come se fossero presunte leggi economiche, mentre in realtà sono strumenti per legittimare le politiche degli ambienti padronali e dei loro rappresentanti politici di destra, volte a indebolire, se non smantellare, le assicurazioni sociali (ma anche i servizi pubblici) introdotte dopo la Seconda guerra mondiale, di cui l’AVS è il principale esempio in Svizzera.

Queste assicurazioni si caratterizzano per il fatto di istituire diritti sociali universali, di cui beneficiano tutte le persone residenti su un territorio, di essere finanziate in modo solidale e di creare così un meccanismo di redistribuzione sociale, la cui ampiezza varia. Nel caso dell’AVS, il finanziamento è garantito principalmente dal contributo salariale, oggi pari all’8,7% (4,35% dedotto dal salario lordo e 4,35% versato direttamente dal datore di lavoro); poiché le rendite erogate sono plafonate, con la rendita massima che non può superare il doppio della rendita minima, la redistribuzione è tutt’altro che trascurabile. È questa la ragione dell’ostilità del padronato nei suoi confronti.

Le assicurazioni sociali (così come i servizi pubblici) costituiscono un pilastro di una cittadinanza sociale basata sui principi di uguaglianza e solidarietà, istituendo diritti e contribuendo all’autonomia delle persone. Esse si oppongono quindi ai sistemi di assistenza, stigmatizzanti e punitivi, destinati unicamente ai «poveri», legati a condizioni di accesso rigide e al controllo delle persone, che pongono i beneficiari in situazioni di dipendenza. È proprio questo tipo di sistema che Aline Bassin sembra promuovere, con un tono che dice molto sulla sua considerazione per le persone coinvolte: «migliorare la quotidianità della fascia di popolazione precarizzata».

L’opposizione tra la difesa di assicurazioni sociali forti e la loro denuncia in nome dell’«efficienza economica» non ha quindi nulla a che vedere con un contrasto tra «ingenuità» – «il denaro cade dal cielo» – e il «sapere» economico – incarnato dagli studenti di San Gallo –, ma riguarda invece il conflitto tra due concezioni della società che rispondono a interessi sociali contrapposti.

Il significato dell’AVS per la maggioranza delle persone pensionate

Rimane una domanda: qual è la situazione materiale delle persone in pensione? La signora Bassin sostiene con insistenza che solo il 10-20% dei pensionati «fatica realmente ad arrivare alla fine del mese», mentre più della metà avrebbe «un gruzzolo ben fornito». A sostegno di queste affermazioni cita uno studio diretto dal professor Brülhart (Wealth and Inheritance in 21st-Century Switzerland, E4S, febbraio 2026), secondo il quale la ricchezza mediana delle persone oltre i 65 anni sarebbe quasi dieci volte superiore a quella delle persone sotto i 65 anni.

Lo studio Brülhart si basa sui dati fiscali di due cantoni, Berna e Lucerna; secondo gli autori, quelli del cantone di Lucerna sarebbero i più vicini ai dati nazionali. Le tabelle pubblicate (T25 e T26) indicano che metà delle persone oltre i 65 anni residenti nel cantone di Lucerna dichiarava nel 2021 un patrimonio di almeno circa 249’000 franchi. Per le persone sotto i 65 anni questa soglia era di circa 35’800 franchi. La differenza sembra effettivamente enorme. Ma che cosa significa?

Ben poco. Primo: la ricchezza è distribuita in modo estremamente diseguale – ed è proprio una delle principali conclusioni dello studio Brülhart, che sottolinea come questa disuguaglianza si sia ampliata nel tempo. Così, un quarto delle persone oltre i 65 anni dichiara un patrimonio che non supera i 57’500 franchi (3’800 franchi per le persone sotto i 65 anni).

All’estremo opposto, l’1% delle persone oltre i 65 anni più ricche dichiara un patrimonio superiore ai dieci milioni di franchi e possiede il 40% dell’intera ricchezza dichiarata (il 48% nel caso delle persone sotto i 65 anni).

Inoltre, confrontare in blocco le persone con più di 65 anni con quelle sotto i 65 anni è fuorviante. Senza nemmeno affrontare la questione delle persone molto ricche, è ovvio constatare che la costruzione di un risparmio, anche modesto (una casa o un appartamento, una parte del capitale del secondo pilastro), avviene progressivamente con l’età, soprattutto a partire dai 50 anni.

Il gruppo dei contribuenti con meno di 65 anni comprende quindi sia giovani appena usciti dall’apprendistato e con appena un piccolo libretto di risparmio, sia dirigenti a fine carriera. È dunque inevitabile che la mediana del patrimonio dichiarato da questo gruppo (metà delle persone del gruppo ha un patrimonio inferiore alla mediana, l’altra metà superiore) sia fortemente abbassata, creando artificialmente un divario con le persone oltre i 65 anni.

I dati dell’indagine sui redditi e le condizioni di vita (SILC) dell’Ufficio federale di statistica (UST), suddivisi per fasce di dieci anni, mostrano che in realtà non vi è alcuna differenza nel livello di patrimonio tra le persone sole di età compresa tra 55 e 64 anni e quelle più anziane. Per le coppie, il patrimonio delle persone oltre i 65 anni è superiore a quello della fascia d’età precedente (55-64 anni), ma la differenza non è affatto del doppio (UST, Panorama della società svizzera. Vecchiaia e invecchiamento nella società contemporanea, 2024, grafico 3.8, pag. 42).

E per quanto riguarda i redditi? Anzitutto va osservato che lo studio Brülhart mostra che le persone oltre i 65 anni hanno un reddito annuo mediano inferiore rispetto alle persone più giovani: 46’100 franchi contro 53’700 franchi nel 2021 nel canton Lucerna. Sempre secondo questo studio, un quarto delle persone oltre i 65 anni ha un reddito annuo inferiore a 27’300 franchi (tabelle 29 e 30).

Ancora una volta, tuttavia, i dati più significativi sono da cercare presso l’UST, nella sua indagine sul budget delle economie domestiche (IBED), che rappresenta il riferimento in materia. Ecco le cifre relative all’ultimo periodo disponibile (2020-2021) per le persone di 65 anni e oltre:

  • Tra coloro che vivono sole, il 20% disponeva di un reddito lordo medio mensile di 2168 franchi e quasi l’88,6% di questo reddito proveniva dall’AVS. Il 20% successivo viveva con una media di 3095 franchi lordi al mese, di cui quasi tre quarti (72,4%) provenivano dall’AVS. Il 20% successivo non raggiungeva ancora i 4000 franchi lordi al mese (3914 franchi), e anche in questo caso la maggioranza (56,9%) proveniva dall’AVS.
  • Tra le coppie, il 20% con i redditi più bassi disponeva in media di 4031 franchi lordi al mese, di cui il 78,9% proveniva dall’AVS. Il 20% successivo disponeva in media di 5859 franchi, di cui il 56,2% proveniva dall’AVS. Solo per il terzo quintile delle coppie l’AVS rappresentava meno della metà dei redditi lordi (44,6%), raggiungendo un massimo di 7430 franchi.

Da questi dati emergono due evidenze.

Primo: la quota di persone pensionate costrette a vivere con redditi molto bassi o con bilanci stretti è nettamente più elevata di quanto la signora Bassin voglia far credere: il 60% delle persone sole dispone di meno di 4000 franchi per vivere e il 40% delle coppie di meno di 6000 franchi. La signora Bassin potrebbe forse provare a vivere per un anno con un budget simile, e poi spiegarci su Le Temps come ha fatto ad arrivare alla fine del mese.

Secondo: per tutte queste persone l’AVS è la fonte decisiva di reddito. Al contrario delle persone più benestanti: ad esempio, per il 20% delle coppie di 65 anni e oltre con i redditi più elevati, che dispongono in media di 16’167 franchi lordi al mese, l’AVS rappresenta soltanto il 18,4% delle loro entrate.

È per questo che l’AVS è un’assicurazione così importante per la maggioranza delle persone pensionate e che il suo rafforzamento, come nel caso della 13ª rendita AVS, rappresenta una conquista sociale molto importante.

Ed è proprio perché il padronato considera insopportabile dover destinare l’equivalente dello 0,4% dei salari al suo finanziamento che combatte con accanimento la 13ª rendita AVS. Con l’aiuto, bisogna riconoscerlo, piuttosto modesto della signora Bassin.

*articolo apparso il 25 giugno 2026 sul sito www.alencontre.org

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