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Contrariamente alle abitudini, quest’estate la politica non è andata in vacanza, merito del “capitan” Salvini che ha annunciato la fine della maggioranza governativa giallo-verde e l’intenzione (mal riposta) di andare al più presto al voto anticipato, al fine di incassare sul piano politico nazionale il consenso elettorale conseguito alle elezioni europee scorse. Dalle spiagge, attraverso i social network, si è levato un plauso di soddisfazione per la sconfitta di Salvini, il Mussolini minore. Al ritorno delle ferie abbiamo avuto in dono un governo nuovo, ma con un Presidente già “usato”, senza la destra che più destra non si può, formato dal PD, Liberi e Uguali (LEU) e dai Cinquestelle “riabilitati”, dopo la condanna mediatica e dei suoi elettori.

Perché?

Ciò che è accaduto rivela la crisi non solo di un governo, ma di un ceto politico e delle istituzioni. Dieci anni di crisi economica e sociale vorrebbero una rappresentanza politica all’altezza della situazione, ma proprio la dinamica innescata dalla crisi ha indebolito le vecchie rappresentanze della borghesia, principalmente Forza Italia e il PD. La piccola e media borghesia si è spostata dal centro sinistra verso forze politiche dette sovraniste e populiste, trascinando dietro di sé consistenti settori del cosiddetto popolo. La disperazione ha fatto levare le loro teste, mancando l’organizzazione della speranza hanno vinto le organizzazioni politiche della disperazione coi loro capi carismatici. La crisi istituzionale, dovuta ai vari interventi di controriforma costituzionale, volti ad affermare la supremazia del potere esecutivo su quello legislativo e parlamentare, e le leggi elettorali maggioritarie, hanno minato la rappresentatività del Parlamento, trasformato la delega dai partiti a un leader costruito dai media: Berlusconi, Renzi, Di Maio, Salvini… Conte II.

Da molto tempo, la borghesia ha privilegiato come riferimento politico principale il centro sinistra e il PD, meno il centro destra e Forza Italia. Quando questi ultimi sono stati al governo con Berlusconi presidente del consiglio, l’atteggiamento era “freddo”, critico, non li considerava del tutto affidabili, temeva che il governo tutelasse non gli interessi di tutta la borghesia, ma principalmente quelli del gruppo economico raccolto attorno all’azienda berlusconiana. Così vuole però il destino cinico e baro della democrazia borghese parlamentare: non sempre alla borghesia è data la piena disponibilità di scegliere il governo che preferisce. Può succedere che debba accontentarsi di un esecutivo ritenuto meno capace o affidabile, nell’attesa di tempi migliori com’è accaduto col governo giallo-verde, sostenuto dalla disperazione della piccola e media borghesia, con un surplus di volontà reazionaria di cui, francamente, la grande borghesia non sa che farsene. Benvenuta quindi la crisi che ha permesso di cambiare governo e personale politico amministrativo, presumibilmente migliore del precedente, in grado di gestire una politica economica e sociale a tutela degli interessi complessivi della borghesia come classe, anche nell’eventualità che sembra approssimarsi di una recessione generalizzata. Benvenuto un governo che nasce sotto la benedizione dei settori più importati della classe dominante, dei mezzi di informazione che contano, dell’Unione Europea, di Trump, delle borse, dello spread, del Papa

Nei corridoi della politica

In ultima analisi sappiamo che i governi in una società capitalistica, altro non sono che comitati d’affari della borghesia, ma ciò non significa affatto una dipendenza diretta e meccanica delle forze politiche dalla volontà di dominio della classe dominante. Il potere della borghesia si forma e si mantiene secondo le leggi che governano l’esistenza delle élite politiche che guidano i partiti e dei rapporti di forza esistenti fra loro. In questa circostanza ognuna ha giocato la sua parte correndo il rischio delle previsioni e scommettendo sul successo di un’azione politica. Salvini, come già per l’altro Matteo (Renzi), inebriato dalla vertigine del successo indotta dal risultato elettorale europeo e dall’ascesa nei sondaggi, sceglie di giocare d’anticipo: crisi di governo e poi elezioni per incassare i consensi potenzialmente possibili conquistando così, assieme ai partiti di destra (Fratelli d’Italia e Forza Italia), la maggioranza assoluta dei seggi, garantita da una scellerata legge elettorale, che l’assicura allo schieramento che supera il 40% dei consensi. Abbastanza realisticamente Salvini conta sul fatto che lo stesso PD a guida Zingaretti, sia a favore del voto anticipato in quanto occasione per affermare la sua maggioranza congressuale anche nelle persone dei gruppi parlamentari, composti al tempo in cui Renzi era ancora segretario del partito.

A sparigliare questo possibile scenario è intervenuto il senatore Matteo Renzi. Afferrata la palla al balzo della crisi, ritorna in campo e diventa “l’ego della bilancia”, secondo la beffarda definizione di Gramellini sul “Corriere della Sera” del 21 agosto. Smentendo se stesso propone l’alleanza coi grillini al fine di evitare il voto anticipato. Eventualità che metterebbe a rischio la posizione dei suoi fedeli nel gruppo parlamentare del PD. L’ipotesi di Renzi è quasi immediatamente assunta dal partito.

Non par vero ai Cinquestelle, gli unici che davvero hanno qualcosa da perdere dalle elezioni anticipate, visti i sondaggi e il recente voto alle europee. Un rischio da rimandare in attesa di tempi migliori, secondo il famoso detto andreottiano: “tirare a campare è meglio che tirare le cuoia”. A favore di questa opzione si schierano Beppe Grillo, il fondatore del movimento e Davide Casaleggio, il proprietario-presidente di due società, la Casaleggio Associati e l’Associazione Rousseau, timorosi di veder perduta l’opera loro. Toccherà alla sociologia politica indagare sul caso dei Cinquestelle che, dopo aver favorito l’ascesa della destra leghista, fa un governo assieme al PD, l’ex avversario che più “nemico” non si può.

Ecco pronte le ragioni trasversali immediate e future (nomine nei consigli di amministrazione e rielezione del Presidente della Repubblica nel 2022) ai due partiti che preparano il terreno al nuovo governo formato dall’alleanza tra Cinquestelle e PD, caricandosi anche il drappello di Liberi e Uguali. Un governo che può presentarsi al popolo democratico di sinistra come risultato di una accorta e necessaria mobilitazione antifascista con la quale si è sventato il pericolo che Matteo Salvini prendesse i pieni poteri.

E ora?

Di per sé la caduta del governo giallo-verde è un fatto positivo se segna la fine di un esecutivo che fino all’ultimo giorno ha prodotto leggi infami come i due decreti sulla sicurezza e altre pericolose misure che si apprestava a varare, come la volontà di attaccare i diritti delle donne con il Ddl Pillon. Bene quindi la fine di un governo che rappresentava un pericolo per l’assetto democratico e sociale: è opportuno segnalare che essere governati da un governo borghese di destra autoritario o da un governo borghese liberista, non è esattamente la stessa cosa, a cominciare dall’agibilità di chi vuole riorganizzare il conflitto sociale. Detto ciò, la nuova compagine governativa non sarà un’amica dei lavoratori, godrà invece dell’amicizia delle burocrazie sindacali, in primis quella della CGIL. Una “simpatia” che metterà sotto tutela l’eventuale opposizione proveniente dal malessere del mondo del lavoro.

Con ogni probabilità i decreti sicurezza non verranno abrogati, s’introdurranno modifiche che terranno conto delle osservazioni del Presidente Mattarella circa le contraddizioni con il diritto internazionale e costituzionale. Del PD già sappiamo cosa è capace di fare quando governa, avendolo fatto dal 2011 al 2018, quando ha contribuito con vari provvedimenti e misure a creare le condizioni sociali in cui a destra ha guadagnato consensi. Mancando la lotta di classe dei subalterni il primo ostacolo governativo sarà dato dalla crisi economica, sociale e istituzionale che segna, non solo in Italia, l’instabilità dei governi e con essi della politica dei partiti, collegati fra loro da vasi comunicanti percorsi da un elettorato liquido che si riversa, di elezione in elezione, da un contenitore all’altro, oppure si disperde nel mare in espansione dell’astensionismo.

Rimane irrisolto il problema di come e chi deve ricostruire un movimento unitario di opposizione. L’arresto del disegno autoritario di Salvini ci consegna un po’ più di tempo per lo svolgimento del compito. Bisogna però cominciare subito individuando rivendicazioni sul piano dei diritti sociali e democratici attorno ai quali costruire un movimento e un’opposizione dal basso al governo e alle destre. Un passo possibile e concreto può essere la costituzione di un forum politico e sociale che raccolga le sparpagliate rimanenti forze di sinistra attorno a rivendicazioni comuni quali il salario e l’orario di lavoro, le pensioni, l’ambiente, il territorio, i diritti sociali e individuali, l’abrogazione del jobs act, la reintroduzione dello statuto dei lavoratori e di un sistema proporzionale. È un obiettivo da perseguire anche al fine di essere presenti sul piano elettorale nel caso di elezioni politiche ravvicinate o più lontane nel tempo.

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