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Per produrre i vaccini servirebbero innanzitutto… le fabbriche, ma il capitalismo del just in time non è strutturalmente attrezzato per le pandemie

Si sa che i vaccini non sono considerati un buon affare dalle imprese farmaceutiche. Grandi spese di ricerca per risultati né certi né soprattutto immediati. Date le mutazioni dei virus va inoltre prevista una rapida obsolescenza del prodotto e la necessità di continui, costosi aggiornamenti. La sperimentazione inoltre presenta rischi per i volontari tali da portarla spesso all’insuccesso, e va talmente allargata da richiedere una platea possibile solo a pandemia conclamata. Una volta ottenuto un vaccino si impongono volumi produttivi tanto elevati da ridurre i profitti unitari e di importanza strategica tali da costringere gli Stati, con tutto il loro potere contrattuale, a divenire il cliente principale.

Ma è proprio questa urgenza unita alla pressione dell’opinione pubblica che permette di ottenere finanziamenti a fondo perduto, protezione legale da conseguenze sanitarie non previste e succosi contratti di prelazione per le dosi future.

Come al solito da un punto di vista finanziario, per investimenti e rischi, l’imprenditore è lo Stato ma i profitti sono privati. C’è poi la storia della proprietà intellettuale del vaccino (come se non fosse derivata dall’investimento pubblico…), che viene brandita per evitare che vengano imposte delle licenze obbligatorie, magari retribuite (ma a loro non basta), che allarghino la produzione anche agli impianti della “concorrenza”.

Il risultato è che la produzione è stagnante, limitata agli impianti già esistenti delle società farmaceutiche che hanno creato i vaccini approvati. Il mondo continua a essere un “enorme ammasso di merci”, ormai largamente invendute, ma per quello che serve effettivamente non si possono approntare strutture produttivi adeguate. In parte perché una offerta sufficiente sul mercato porterebbe ad una riduzione dei prezzi esigibili ma anche per motivi più inerenti al moderno modo di produzione industriale.

Prima di tutto occorre saturare gli impianti ad un livello ragionevole, almeno l’80% e per un adeguato periodo di tempo, non certo le poche settimane che l’emergenza imporrebbe.

E poi l’attuale produzione industriale è tutta fondata sul Just in Time. Non esistono più, programmaticamente, magazzini e scorte. Tutti i semilavorati (reagenti ecc.) sono prodotti altrove, dove il lavoro costa poco, dall’altra parte del mondo. Ed anche i sub fornitori ragionano in just in time e per produrre devono ordinare le materie prime, sempre a chi è organizzato come loro…

È un sistema costituzionalmente incapace di affrontare le emergenze, come si ampiamente visto fin dall’inizio con la vicenda mascherine.

È per questo che sarebbe indispensabile costituire delle adeguate fabbriche “strategiche” di proprietà pubblica in grado di produrre, supportate da “licenze obbligatorie”, i vaccini che si rivelassero indispensabili in poche settimane e non in mesi. Per lavorare, magari non a pieno regime, nei periodi tranquilli a produzioni di medicinali cosiddetti “orfani”, quelli basati su brevetti scaduti – benché ottimi – che non danno profitti interessanti. Così non ci troveremo ogni autunno con il balletto dei vaccini antinfluenzali che non arrivano.

Ma siamo certi che, per la borghesia che conta, il Covid sia effettivamente la prima preoccupazione? Non mi risulta che vi siamo multimiliardari tra le vittime e durante la pandemia i grandi patrimoni sono cresciuti esponenzialmente come le disuguaglianze di redditi e quindi di potere. E forse per qualcuno la pandemia potrebbe essere addirittura una benefica “distruzione creativa di risorse”, premessa di una nuova fase di accumulazione per un capitale dalle prospettive ormai asfittiche.

*Sinistra Anticapitalista

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