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Le elezioni di ieri in Norvegia hanno confermato quella che sembra essere un’anomalia nordica: la destra arretra significativamente, la sinistra (in particolare quella più “radicale”) avanza. Ormai in tutti e 5 i paesi scandinavi (Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Islanda) la destra è minoritaria, e governano coalizioni centrate sulla socialdemocrazia. Ma nel paese dei fiordi, come in Svezia o in Danimarca, gli equilibri interni a quello che per comodità definiamo lo “schieramento progressista” vedono una socialdemocrazia che, pur restando primo partito, cede terreno alla sua sinistra. I socialdemocratici (laburisti) norvegesi, infatti, col 26,3% dei voti, perdono un punto rispetto a quattro anni fa (ma ne avevano già persi quasi 4 nel 2017, e altrettanti nel 2013): siamo ben lontani dal 35-40% a cui eravamo abituati. Dinamica scandinava, ma anche tedesca o francese: qualcosa che preoccupa sicuramente la burocrazia dei cosiddetti “socialisti europei” (di cui fa parte pure il PD, su posizioni ancora più moderate). Anche perché i partiti a sinistra della socialdemocrazia arrivano a oltre il 16%: 7,6% ai Socialisti di Sinistra (+1,6 rispetto a 4 anni fa, +3,5 rispetto al 2013, in pratica un raddoppio in 8 anni), 4,7% a Rosso (+2,3, più che quadruplicato rispetto all’1% di 8 anni fa), un partito di estrema sinistra che non appoggerà il nuovo governo; e 3,9% ai Verdi (+0,7) anche loro all’opposizione del nuovo governo “di centro-sinistra”. In buona sostanza, se la socialdemocrazia rappresentava, fino a un decennio fa, l’80% e più dell’elettorato di sinistra, oggi supera di poco la metà. La destra arretra ovunque, in particolare l’estrema destra, che scende all’11,6% (in pratica dimezzata rispetto a un decennio fa). In totale le forze di destra scendono al 40%, perdendo più di 8 punti rispetto al 2017 e oltre 13 rispetto a 8 anni fa, quando conquistarono il governo, strappandolo alla socialdemocrazia. Al di là del peso limitato della poco popolata Norvegia, una seria preoccupazione non tanto per le classi dominanti (che non hanno nulla – o molto poco – da temere dai governi “progressisti”), quanto per le burocrazie riformiste, che vedono sempre più erosa la loro rendita di posizione come “baluardo” contro la destra. Vedremo cosa ci diranno le elezioni in un paese chiave come la Germania. Comunque, oggi brindiamo al piccolo, ma significativo successo dei compagni del “partito Rosso” (che passano da 1 a 8 seggi nello Storting, il parlamento norvegese). Con l’augurio che sappiano mettere a disposizione dei movimenti (a partire da quello ecologista) la loro presenza nelle istituzioni borghesi.

*Sinistra anticapitalista Brescia

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