Questo articolo è stato redatto il 18 giugno, prima dell’intervento americano in Iran. Il suo contenuto resta tuttavia totalmente valido e attuale. (Red)
L’assalto militare di Israele contro l’Iran, iniziato venerdì 13 giugno, seguito dai bombardamenti delle città israeliane da parte della Repubblica Islamica, ha fatto precipitare l’Iran e la regione in una crisi senza precedenti. Il fumo che sale dai bombardamenti di Teheran, i detriti delle case distrutte e i corpi delle vittime, così come le interminabili file di persone in fuga dalle loro case in cerca di rifugio, dipingono un futuro cupo per la società iraniana: un futuro ancora più cupo del presente.
Questo conflitto sanguinoso e complesso rischia di distruggere il tessuto sociale e civile della società iraniana. Il governo israeliano rivendica la volontà di un «cambio di regime», più precisamente di arrivare alla «caduta» della Repubblica islamica e/o alla disgregazione delle strutture statali. Una tale «caduta» o disgregazione potrebbe avvantaggiare principalmente le fazioni armate fasciste, scioviniste ed etniche, che stanno già emergendo, anche al di fuori dell’attuale regime. Questi gruppi sognano di trarre vantaggio da questa tragica situazione, vedono solo i propri interessi egoistici, a scapito della popolazione. Questi gruppi, insieme a centinaia di milizie derivanti dalla potenziale frammentazione delle forze armate del regime islamico, potrebbero scatenare una guerra feroce gli uni contro gli altri, utilizzando missili e droni per distruggere le città e le abitazioni della popolazione. Questa guerra condotta da Israele e dal suo alleato statunitense, sebbene distruttiva per il regime della Repubblica islamica, servirebbe solo a rafforzare le fazioni militarizzate, scioviniste e separatiste. Un simile scenario potrebbe far precipitare l’Iran in un caos simile a quello dell’Iraq post-Saddam Hussein o della Libia post-Muammar Gheddafi.
Un conflitto con complesse implicazioni geopolitiche
L’attacco militare di Israele non riguarda solo la questione nucleare iraniana. Questa giustificazione ricorda, al di là delle sfumature, le menzogne sulle «armi di distruzione di massa» che sono servite a legittimare l’invasione dell’Iraq. Si tratta di una lotta per l’influenza tra potenze imperialiste mondiali e potenze regionali, in cui gli Stati Uniti cercano di mantenere il loro dominio in declino attraverso dimostrazioni di forza militare.
Israele, indipendentemente dalla sua presunta autonomia, rimane il braccio armato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Svolge quindi un ruolo centrale in questa strategia. I bombardamenti regolari su Gaza non mirano solo a massacrare il popolo palestinese. Servono anche a ricordare al mondo intero la portata della potenza militare israeliana e del suo alleato statunitense.
L’attacco militare di Israele contro l’Iran, condotto senza dubbio fin dall’inizio con il sostegno degli Stati Uniti, ha stupito il mondo intero per l’uso avanzato e combinato di tecnologie sofisticate. Questa operazione ha dimostrato ancora una volta la superiorità militare di Israele e degli Stati Uniti, inviando così un messaggio chiaro ai loro rivali geopolitici. Uno degli obiettivi di questo attacco era proprio quello di mettere in evidenza il loro dominio tecnologico e militare.
In Ucraina, la capacità di “deterrenza” della Russia limita un intervento diretto. In regioni/paesi come Gaza e la Cisgiordania, la Siria, il Libano e ora l’Iran, questa dimostrazione di forza viene attuata senza ostacoli. Se gli attacchi contro Hezbollah in Libano non hanno suscitato un timore diffuso a livello regionale, l’attacco contro la Repubblica islamica dell’Iran, in particolare attraverso l’uso di robot e intelligenza artificiale, genera un terrore molto più grande, soprattutto data la sua posizione in questo specifico contesto geografico.
La Repubblica islamica, l’altro protagonista di questa guerra, è un regime che cerca di assicurarsi la supremazia nella distribuzione del potere in Medio Oriente. La sua opposizione a Israele, che agisce in accordo con le politiche attuate dagli Stati Uniti nella regione, è in realtà un tentativo di rivendicare una posizione dominante nell’equilibrio dei poteri regionali.
L’indebolimento dell’influenza regionale della Repubblica islamica, a seguito delle sanzioni economiche – che non assolvono il regime e la sua cleptocrazia neoliberista dalla loro disastrosa gestione dell’economia –, alla neutralizzazione dei suoi rappresentanti islamici, alla caduta del regime di Bashar al-Assad e alle minacce di rivolte popolari, ha costretto Teheran ad avviare negoziati sul nucleare per raggiungere un compromesso e preservare il suo posto sulla scena regionale.
Tuttavia, gli Stati Uniti e Israele hanno infine ritenuto che una soluzione militare sarebbe stata più efficace per costringere la Repubblica islamica a sottomettersi all’«ordine» che desiderano imporre e per affermare la loro superiorità agli occhi del mondo.
Le sofferenze dei popoli dell’Iran
Per i popoli dell’Iran, questa guerra non fa che aggravare condizioni già disastrose: povertà, disuguaglianze, dittatura e repressione brutale, incarcerazioni, torture, esecuzioni quotidiane, repressione delle donne, imposizione del velo obbligatorio, stato religioso e oppressione delle minoranze religiose ed etniche.
Una guerra prolungata rischia di distruggere le infrastrutture economiche e sociali dell’Iran, gettandolo in un caos simile a quello della Siria o dell’Afghanistan. Ciò potrebbe far regredire la società iraniana, o addirittura gettarla nel caos e in uno scenario cupo di disintegrazione dello stato.
Sebbene la Repubblica islamica risponda bombardando le città israeliane, questi attacchi colpiscono anche civili innocenti. Tuttavia, nei paesi arabi, questi atti sono percepiti da molti come una vendetta contro decenni di occupazione e varie umiliazioni inflitte da Israele. Il regime iraniano, ammesso che esca più o meno indenne dalla guerra attuale, potrà trarre vantaggio da questo consenso di settori della popolazione araba per ricostruire una rete di influenza regionale? Si tratta di un’ipotesi dibattuta.
D’altra parte, il rifiuto della maggior parte dei leader arabi di condannare i bombardamenti israeliani trova eco in segmenti della popolazione iraniana influenzati dall’opposizione di destra e dai suoi media, che si rallegrano degli attacchi militari di Israele contro l’Iran ignorando o minimizzando il genocidio israeliano a Gaza.
Le sfide per l’opposizione iraniana
La disastrosa situazione economica e politica della Repubblica islamica ha messo il regime in una posizione di vulnerabilità, rendendo possibile il suo crollo sotto massicci attacchi militari. Questi attacchi, condotti da Israele, mirano a distruggere le infrastrutture economiche essenziali dell’Iran, in particolare la produzione di gas e petrolio, nonché i suoi porti strategici.
In questo contesto, alcune fazioni dell’opposizione di destra, così come gruppi marginali come i Mujaheddin, il gruppo curdo Komala di Abdullah Mohtadi alleato con i monarchici e altri movimenti nazionalisti etnici, vedono in questo scenario un’opportunità da sfruttare. Questi gruppi di opposizione reazionari hanno espresso la loro soddisfazione per gli attacchi militari israeliani e ne incoraggiano l’escalation, sperando di trarne vantaggio per mobilitare la popolazione contro il regime. Tuttavia, la loro strategia rischia di esacerbare le sofferenze della popolazione. Chi ne ha i mezzi sta cercando di lasciare Teheran.
Mentre i cittadini comuni cercano disperatamente di proteggersi dai bombardamenti, queste fazioni invocano uno scontro «definitivo» con il regime. Una tale strategia, nelle condizioni attuali, non potrebbe che portare a un bagno di sangue, alla disperazione totale e all’aggravarsi delle sofferenze del popolo iraniano. Questa situazione rende la lotta per rovesciare la Repubblica islamica ancora più complessa e pericolosa per il movimento popolare.
La preparazione del popolo ad affrontare il regime islamico si basa sulla conservazione dei risultati ottenuti nelle lotte precedenti, sull’organizzazione contro la guerra con le difficili condizioni che essa impone. Al momento, non si tratta di attaccare, ma di resistere e organizzarsi. Sebbene la Repubblica islamica non sia militarmente in grado di competere con Israele e gli Stati Uniti, sfrutta la situazione di guerra per reprimere le rivolte popolari con maggiore brutalità e perpetuare la repressione di ogni oppositore.
Spingere immediatamente il popolo ad affrontare direttamente il regime in queste circostanze è un’azione criminale, incoraggiata solo da forze e gruppi reazionari e irresponsabili, dall’estrema destra e dai monarchici.
La sinistra e i progressisti, dal canto loro, insistono sull’importanza della solidarietà e dell’organizzazione di fronte alle sfide della guerra. Chiedono azioni umanitarie e di solidarietà, una mobilitazione per un cessate il fuoco immediato e la lotta contro i discorsi nazionalisti e bellicisti. Di fronte alle sofferenze della guerra, avanzano rivendicazioni quali:
- Fornire mezzi e attrezzature essenziali ai cittadini costretti a fuggire dalle loro case e dalle loro città;
- Garantire il pagamento integrale dei diritti e delle indennità per queste persone sfollate;
- Assicurare i bisogni fondamentali in materia di sussistenza, salute e condizioni di vita;
- Mettere in atto un aiuto immediato per la popolazione in caso di bombardamenti;
- Lottare per un cessate il fuoco immediato, esercitando pressione sul regime affinché accetti un armistizio e ponga rapidamente fine al conflitto.
Allo stesso tempo, si oppongono al nazionalismo che cerca di mobilitare il popolo a sostegno del regime, nonché ai gruppi bellicisti e ai nazionalisti di ogni tipo che gioiscono della guerra, della distruzione della società e dei bombardamenti, con il pretesto di «rovesciare» il regime.
In questo modo, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici e ai cittadini e alle cittadine più consapevoli, è possibile svolgere un ruolo efficace in tutte le eventualità a breve e lungo termine. Queste eventualità includono:
- Sfruttare l’indebolimento o la sconfitta della Repubblica islamica nella guerra fino al suo completo collasso;
- Allontanare la società dagli scenari cupi di caos e disordine generalizzato;
- Preparare le masse a intervenire di fronte a possibili colpi di stato interni e accompagnare il crollo completo del regime.
In tali circostanze, la politica delle forze che si richiamano alla sinistra dovrebbe consistere nel:
- Organizzare la popolazione affinché si assuma la gestione della società.
- Armare i lavoratori e i cittadini per garantire la loro autodifesa contro il regime, nonché contro tutte le fazioni criminali presenti e future.
- Questo approccio mira a garantire che la società rimanga solidale e pronta a superare le sfide, costruendo al contempo un futuro basato sulla giustizia sociale e la partecipazione democratica.
L’opposizione di destra in Iran non si limita ad aspettare il rovesciamento della Repubblica islamica attraverso un intervento militare o un colpo di stato. Prevede anche che una rivolta popolare, in una prospettiva di destra, possa completare e accelerare la sua politica di “cambio di regime”.
In quest’ottica, l’opposizione di destra cerca di capitalizzare il malcontento popolare, non per instaurare una società più giusta ed egualitaria, ma per servire interessi ristretti allineati ad agende esterne o elitarie. Ciò mette in luce il rischio che le legittime aspirazioni del popolo vengano distorte a vantaggio di progetti contrari ai suoi interessi fondamentali.
Negli ultimi tre decenni, quasi tutti i cambiamenti di regime nel mondo sono avvenuti con la partecipazione massiccia delle popolazioni, spesso attraverso rivolte popolari. L’appello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, e di altre correnti di destra a scioperi e rivolte non è né una semplice presa di posizione né una menzogna, ma una strategia volta a diffondere la propria visione politica all’interno delle aspirazioni generali del popolo. L’intervento militare israeliano e la crescente disperazione della popolazione conferiscono a questa visione un peso maggiore per influenzare gli eventi.
Solo i «populisti» che seguono ciecamente queste correnti di destra nascondono questa realtà, cercando di mascherare i loro obiettivi con il pretesto delle lotte «popolari».
In una tale congiuntura, il ruolo delle correnti di sinistra, e in particolare di quelle che si richiamano al socialismo, è quello di neutralizzare questi tentativi, combattere la diffusione della visione di destra all’interno della società e delle sue soluzioni, e isolare queste forze nel quadro della lotta per il rovesciamento del regime islamista. A tal fine, devono fare affidamento in primo luogo sulla forza del movimento operaio progressista, che ha la capacità di riunire il popolo attorno a sé. Il loro obiettivo deve essere quello di proteggere la società dagli scenari catastrofici e dai cambiamenti di regime orchestrati da agende esterne, stimolando al contempo i settori popolari verso un’alternativa veramente emancipatoria basata in particolare sulla giustizia sociale.
Una lotta per la pace
I popoli iraniani aspirano alla pace, non alla guerra. Vogliono un futuro libero dalle dittature e dagli interventi stranieri. Un cessate il fuoco immediato della guerra e dei bombardamenti delle città in Iran e in Israele è essenziale per evitare una catastrofe ancora più grande e per creare le condizioni per una trasformazione democratica e rivoluzionaria. La lotta per far trionfare questo orientamento può allontanare la società iraniana dall’abisso nero e spaventoso della guerra e creare le condizioni necessarie per un’offensiva contro il regime. È in un processo di questo tipo che potrà concretizzarsi il rovesciamento rivoluzionario della Repubblica islamica.
In definitiva, la caduta della Repubblica islamica, se deve avvenire, non deve in alcun caso essere il risultato di un intervento straniero, ma di una rivolta popolare organizzata e guidata dal popolo stesso.
* Houshang Sepehr è uno dei leader dell’organizzazione Solidarietà socialista con i lavoratori e le lavoratrici dell’Iran (SSTI). Questo articolo è stato pubblicato su A l’encontre il 21 giugno 2025.
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