Finanziano la guerra di Putin!

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Mentre l’Unione Europea e il Parlamento svizzero investono miliardi in armamenti per contrastare le mire imperialistiche di Vladimir Putin, alcune recenti pubblicazioni mettono in luce il ruolo di alcune multinazionali nel finanziamento della guerra di Putin. Vediamo come.

Una redditività scarsa per ogni uomo perso

Secondo The Economist, ripreso dal quotidiano italiano La Stampa (11 luglio), lo sforzo bellico costa molto caro alla Russia, sia in termini di vite umane che in termini di rubli sonanti.
In termini di vite umane, il bilancio è terribile. Dal 1° maggio scorso, l’esercito russo avrebbe perso circa 31’000 uomini. Sulla base dei dati disponibili sul numero di soldati russi uccisi, il settimanale britannico ha calcolato un rapporto, dal febbraio 2022, di 0,038 km2 di territorio conquistato per ogni soldato perso.
In altre parole, secondo questo macabro calcolo del rendimento per uomo perso, ci sono volute in media 28 vite di giovani russi per conquistare un solo km2! A questo ritmo, l’esercito russo impiegherebbe 89 anni per occupare l’Ucraina.
Di conseguenza, il Cremlino sta intensificando gli sforzi di reclutamento con l’arruolamento di 15’000 soldati al mese.
Tutto questo ha ovviamente un costo. Secondo le stime, dall’inizio dell’anno la Russia avrebbe speso più del 2% del suo PIL per le spese di personale, una percentuale che dovrebbe raggiungere il 9,5% alla fine dell’anno.
In termini contabili, il costo della guerra per i primi sei mesi del 2025 rappresenta l’equivalente di circa venti miliardi di euro.
Le voci principali che compongono questi costi sono rappresentate dalle spese di reclutamento – i premi di arruolamento versati raggiungono facilmente l’equivalente di 20’000 euro -, la paga dei soldati e le indennità versate ai feriti e alle famiglie dei soldati morti.
Quest’ultima voce di spesa rappresenta, per gli ultimi sei mesi, un importo pari a 750 milioni di euro, non è necessariamente dovuto a indennizzi particolarmente elevati.
Da parte loro, i forti premi di reclutamento, combinati alla carenza di manodopera (il 42% delle aziende russe sarebbe a corto di personale), provocano una logica inflazionistica difficile da gestire a lungo termine.
Tuttavia, gli economisti sono quasi unanimi nell’affermare che, sebbene l’economia russa dovrà affrontare problemi importanti, non è comunque sull’orlo del baratro.

Non hanno lasciato la Russia

All’inizio dell’aggressione, nel febbraio 2022, erano 4’077 le società società occidentali più o meno importanti con attività in Russia. Tre anni dopo, solo 503 di esse, ovvero appena il 12%, avevano cessato la loro attività e lasciato definitivamente il Paese.
Le altre oltre 3’500 rimaste sono attive principalmente nella produzione e distribuzione di beni di consumo, nel settore bancario e farmaceutico.
Secondo un elenco non esaustivo – l’elenco completo è stato appena pubblicato dal KSE Institute, la scuola di economia di Kiev – si tratta di Mars, Procter&Gamble, Philipp Morris, PepsiCo, Coca Cola, tutte società appartenenti a paesi del G7. Ad esse si aggiungono illustri rappresentanti del capitalismo svizzero: Nestlé, Novartis e Raiffeisen, in particolare.

E lì pagano tasse e imposte

Rimaste attive sul posto, queste società pagano le imposte allo Stato russo, contribuendo così allo sforzo bellico. Nel 2023, le sole imprese occidentali attive nel settore dei beni di consumo hanno pagato tasse e imposte per un volume dell’ordine di 15 miliardi di dollari.
Se si aggiungono gli importi versati dalle aziende attive in altri settori, la somma sale a 21,6 miliardi di dollari, pari a un terzo del bilancio destinato dalla Russia alla guerra nel 2025.

10 dollari versati all’Ucraina e un dollaro ai russi

Così, il KSE Institute, citato da La Stampa, può affermare che «le società con sede nei paesi del G7 e dell’UE impegnati a sostenere lo sforzo di difesa ucraino rimangono tra i principali contribuenti al Tesoro russo. In pratica, per ogni 10 dollari versati [all’Ucraina] dai governi del G7, le rispettive società [di questi paesi] ne hanno pagato uno in tasse ai russi».
Pertanto, in un momento in cui si agita continuamente lo spettro della minaccia che il nano del Cremlino farebbe pesare sull’Europa, non è aumentando massicciamente le spese militari che si dovrebbe affrontare la situazione, ma adottando misure contro queste società per costringerle a ritirarsi dalla Russia.

Corte marziale?

Perché, se fossimo in guerra, il proseguimento delle loro attività in Russia non potrebbe essere considerato altro che una forma di collusione con il nemico, quindi di alto tradimento. Un crimine degno della corte marziale.

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