La necessaria mobilitazione contro l’aggressione USA al Venezuela a i progetti imperialisti non devono e non possono farci perdere di vista anche la necessità di continuare in un’analisi critica (che conduciamo da tempo) dell’esperienza venezuelana, in particolare dopo la morte di Chavez, l’avvento di Maduro e l’instaurazione di un regime assolutamente insostenibile. È quanto fa l’articolo che riprendiamo. (Red)
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Il discredito di Nicolás Maduro è tale da paralizzare ovunque le azioni contro il più grave intervento imperialista degli ultimi tempi. Ritorno su un’esperienza di sinistra, avviata da Hugo Chávez, divenuta il miglior strumento di propaganda delle destre.
Nell’agosto 2024, dopo le elezioni venezuelane, concludevo così un articolo pubblicato su El País: «Le immagini della repressione in Venezuela – e di un governo che si barrica senza nemmeno voler mostrare i verbali della sua presunta vittoria – costituiscono un regalo inestimabile per i reazionari di ogni colore. Un “socialismo” associato alla repressione, alle carenze quotidiane e al cinismo ideologico non sembra essere la base migliore per “make progressism great again”, per così dire».
Sottolineavo che «se in passato il chavismo era una risorsa – materiale e simbolica – per le sinistre regionali, dalla metà degli anni 2010 è diventato sempre più un peso». Alla fine del XX secolo, per una sinistra che credeva di dover affrontare ancora molti anni di smarrimento politico, il chavismo è piovuto dal cielo come un miracolo.
Dopo la caduta del muro di Berlino e nel pieno dominio del “pensiero unico” neoliberale, sentire un presidente latinoamericano parlare di socialismo era infatti qualcosa di inatteso.
Chávez era capace di citare il libro Bolshevism: The Road to Revolution (“Bolscevismo: la strada verso la rivoluzione”, non tradotto), del marxista britannico Alan Woods – sull’importanza del “partito rivoluzionario” – e di leggerne estratti in televisione. Oppure di regalare a Barack Obama una copia de Le vene aperte dell’America Latina, o ancora di invitare pensatori di sinistra a discutere a Caracas le loro visioni del cambiamento sociale. In breve, Chávez aveva riaperto il dibattito sul socialismo quando questo sembrava chiuso dal crollo del blocco sovietico e dall’inserimento della Cina nella globalizzazione neoliberale.
L’emergere precoce di una “casta burocratica”
Diverse iniziative di “potere popolare” sembravano dare corpo a quella rivoluzione – Fidel Castro aveva finalmente trovato a chi passare il testimone. L’America Latina tornava a essere il territorio dell’utopia e un turismo rivoluzionario multicolore sbarcava a Caracas e nei suoi quartieri più combattivi, come l’emblematico 23 de Enero.
Ma sotto questo mantello di radicalità si è rapidamente formata un’élite che ha usato lo Stato come fonte di arricchimento personale e di saccheggio delle risorse nazionali, comprese quelle petrolifere.
I servizi pubblici che la rivoluzione bolivariana avrebbe dovuto garantire si sono rapidamente degradati o, fin dall’inizio, hanno dato luogo a esperienze fallimentari. Il “potere popolare” mascherava una casta burocratica e autoritaria che controllava il potere reale e uno Stato che rendeva inutilizzabile tutto ciò che nazionalizzava.
Le celebri “missioni” sanitarie organizzate da Cuba, oggi allo stremo o scomparse, erano in realtà operazioni di commandos di medicina primaria, il cui sviluppo è stato parallelo alla distruzione del sistema sanitario pubblico. Paradosso di un “socialismo” che ha smantellato le forme di Stato sociale, modeste ma reali, che esistevano in Venezuela prima di Chávez, sostituendole con iniziative erratiche finanziate dalle risorse petrolifere.
Tutto ciò si è aggravato dopo la morte di Chávez. Una parte della sinistra – dentro e fuori dal Venezuela – ha allora cercato scuse attribuendo tutti i mali al “madurismo”, che si sarebbe allontanato dalla strada tracciata da Chávez: il “chavismo non madurista”.
L’era “madurista”
Con l’aggravarsi delle crisi successive, dopo il periodo di prosperità petrolifera, l’energia della popolazione si è concentrata sulla ricerca di soluzioni di fortuna ai problemi quotidiani. Questa ricerca di risposte individuali a una vita quotidiana divenuta impossibile ha trovato la sua espressione più drammatica in uno dei più grandi – se non il più grande – esodi migratori dell’America Latina.
Nel frattempo, il regime si allontanava sempre più dalla sua base di legittimità elettorale, che era stata uno dei motori del chavismo. Un populismo senza popolo sostituiva il “popolo di Chávez”. Si poteva vedere ovunque sui muri delle città venezuelane il disegno stilizzato degli “occhi di Chávez” – come comandante eterno –, ma quello sguardo vigile diventava sempre più invisibile per l’uomo comune. Come era già accaduto con il “socialismo reale”, le parole avevano perso il loro significato.

Ancora una volta, come ieri a Cuba, la fonte della legittimità politica non erano più le conquiste sociali, ma la resistenza all’“accerchiamento imperialista” (che aveva certo una dimensione reale). Il fatto che il Venezuela sia una potenza petrolifera ha inoltre alimentato il sospetto che l’Impero cercasse di “rubarne” il petrolio – un’idea un po’ semplicistica che Donald Trump cerca oggi di rilanciare, anche se le compagnie petrolifere statunitensi sembrano mostrare un certo scetticismo al riguardo.
L’epopea della resistenza ha sostituito quella della costruzione di un modello politicamente democratico ed economicamente sostenibile. Come scrive il filosofo cubano Wilder Pérez Varona a proposito del suo paese, il lessico della rivoluzione – sovranità, popolo, uguaglianza, giustizia sociale – ha smesso di funzionare come grammatica comune e come orizzonte di senso capace di organizzare l’esperienza sociale.
Il rovescio della medaglia è stata una repressione crescente, con la partecipazione attiva del temuto Servizio bolivariano di intelligence nazionale (Sebin), che gode del potere di incarcerare chiunque, senza il minimo rispetto dei diritti umani. Il Venezuela si è così trasformato in un potente strumento di propaganda per la destra. I media internazionali hanno finito per focalizzarsi su questo paese dei Caraibi più che su altri regimi autoritari: il Venezuela faceva notizia, vendeva.
La dannosa assenza di una critica di sinistra
L’emigrazione di massa ha poi trasformato il dibattito sul chavismo in un tema di attualità nazionale in diversi paesi. L’enorme numero di venezuelani e venezuelane dispersi nel mondo incarnava una testimonianza militante molto più potente di quella di Corina Machado o dei suoi predecessori nei forum della destra – e dell’estrema destra – mondiale. Ogni emigrante venezuelano diventava una prova del fallimento del sistema.
In generale, con alcune eccezioni, la sinistra latinoamericana non è riuscita a trovare né il linguaggio né il quadro teorico per mettere in discussione le derive del regime bolivariano, né a ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico su questo tema, anche se spesso ha preso silenziosamente le distanze dal Venezuela.
Nei dibattiti interni dei vari paesi, criticare il chavismo sembrava equivalere ad allinearsi con la destra, il che non aiutava a definire un adeguato “luogo di enunciazione”. In larga misura, lo stesso vale per l’invasione russa dell’Ucraina.
Oggi il risultato è catastrofico. Assistiamo a una sorta di caduta del muro di Berlino per le sinistre latinoamericane – e anche per quelle di alcuni paesi europei. Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le azioni contro il più grave intervento imperialista degli ultimi tempi, che resta impunito.
La Casa Bianca ha chiaramente indicato di applicare il “corollario Trump” della dottrina Monroe, dichiarata obsoleta dal segretario di Stato John Kerry nel 2013. Questa dottrina, concepita contro l’intervento delle potenze extracontinentali alla fine delle lotte per l’indipendenza, finì per giustificare, come spiega il politologo brasiliano Reginaldo Nasser, la pura e semplice ingerenza di Washington negli affari interni dei suoi vicini di fronte a qualsiasi minaccia – reale o presunta – alla sicurezza degli Stati Uniti.
Il “corollario Trump” serve oggi a difendere in modo sfacciato gli interessi statunitensi e a rafforzare le forze di estrema destra nella regione. A differenza dei neoconservatori dell’era Bush, Trump non parla più di democrazia e diritti umani per giustificare i suoi interventi.
Non c’è alcuna ipocrisia nei suoi discorsi: è un imperialismo allo stato puro che si permette di rapire Maduro, di aspirare a sottrarre la Groenlandia alla Danimarca, o di affermare che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela finché non ci sarà una transizione accettabile per Washington, facendo piazza pulita afavore le compagnie petrolifere “gringhe”.
Di fatto, perché mai un «lumpencapitalista» dalle velleità autocratiche nel proprio paese, che disprezza e sabota l’ordine multilaterale, dovrebbe pretendere di instaurare la democrazia al di là dei propri confini? La sua politica gode del sostegno della galassia delle estreme destre regionali, che considerano Trump, sotto molti aspetti, come “il loro” presidente. La voce più udibile di questo coro è quella dell’argentino Javier Milei, che si commuove quasi fino alle lacrime ogni volta che racconta i suoi incontri con il magnate newyorkese.
L’eredità tossica di Maduro oggi squalifica le azioni anti-imperialiste e, proprio come al momento della caduta del muro di Berlino, i detriti di questo crollo ricadono sia su chi ha criticato Maduro sia su chi lo ha sostenuto. Le crisi di tipo catastrofico non tengono conto delle sfumature: fanno oscillare il pendolo verso l’estremo opposto.
Oggi, questo estremo è l’ondata reazionaria che si abbatte sulla regione e che definisce il difficile nuovo campo di battaglia politico sul quale devono agire le forze democratiche di sinistra, indebolite ma comunque non sconfitte.
*articolo pubblicato il 5 gennaio 2026 sul quotidiano spagnolo El Pais.
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