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La domenica di Pasqua, è stata pubblicata sul Mattino della domenica una lettera firmata da 22 disoccupati che hanno partecipato a un programma occupazionale a Porza. Il programma in questione è gestito da una cooperativa nata proprio allo scopo di organizzare questo tipo di misure.

 

La lettera se la prende nello specifico con la qualità del programma e con la sua utilità. In pratica ne viene denunciata la sostanziale inutilità rispetto all’obiettivo prefissato: aiutare i disoccupati a trovare lavoro.

Ci siamo già occupati in passato della questione delle cosiddette  Misure attive del mercato del lavoro, che dovrebbero, in teoria, essere d’aiuto ai disoccupati per ritrovare un lavoro. Abbiamo già ampiamente dimostrato come, in assenza di una concreta ed organica strategia di intervento pubblico teso a creare reali posti di lavoro, tutte le altre misure non appaiono altro che palliativi che, nel migliore dei casi, sono d’aiuto solo a chi ne ricava un salario.

Non entrando nello specifico di accuse inerenti la conduzione specifica del programma occupazionale preso di mira, possiamo dire che le obiezioni sollevate dai disoccupati sono assolutamente legittime.

 

La natura delle attività proposte

 

Le attività proposte sono completamente slegate dal contesto lavorativo di provenienza delle persone in cerca d’impiego e non mira in alcun modo a formarle professionalmente per facilitare il loro reinserimento nel  mercato del lavoro. D’altronde, anche la formazione continua avrebbe un senso per chi ne usufruisce a condizione di un reintegro in un mercato del lavoro che abbia realmente bisogno dei profili formati. Si torna dunque al punto di partenza: gli esuberi, per smettere di essere tali, devono avere a disposizione sbocchi professionali, che all’orizzonte, al di là dei proclami ufficiali sul miglioramento del mercato del lavoro, non si vedono.

 

La colpevolizzazione dei disoccupati

 

In tutti gli ambiti istituzionali che i disoccupati si trovano ad attraversare, il leitmotiv è che il disoccupato  è tale in buona parte per propria colpa . Dai consulenti degli Uffici regionali di collocamento (URC), a salire fino ai responsabili delle misure attive, e ai rapporti del Seco sulle misure per rimettere al lavoro i disoccupati, l’imperativo è colpire e punire chi è senza lavoro.

I consulenti del personale URC sono chiamati ad individuare abusi e a punirli e in questo ambito sono tenuti a raggiungere obiettivi precisi. A causa di ciò, spesso, misure che sono state concepite come un argine al malessere sociale dovuto alla disoccupazione (indipendentemente dal fatto che riescano nel loro intento) sono usate a scopo puramente di controllo e repressivo e presentate come vere e proprie punizioni a chi vi è assegnato.

I soggetti più colpiti? Madri sole o appartenenti a nuclei familiari che non si possono permettersi di ricorrere ai servizi di cura dei figli e che hanno bisogno dell’indennità di disoccupazione per far quadrare il bilancio familiare. Oppure lavoratori costretti ad accettare piccoli lavori in nero, spesso di poche ore giornaliere, per arrotondare le magre indennità di disoccupazione risultanti da una decurtazione di salari assicurati da fame.

 

La lettera centra il bersaglio? Non proprio

 

Bene hanno fatto i disoccupati a rompere il silenzio che da troppo tempo grava sulla sostanziale impotenza a cui sono condannati la maggior parte degli enti che si occupano di disoccupati. Giusto anche il rifiuto a essere colpevolizzati per una situazione in cui li ha gettati la situazione del mercato del lavoro.

Se si può “rimproverare” qualcosa a queste persone è quella di aver in parte “sbagliato il bersaglio”, di aver mirato troppo in basso e di non aver colpito chi porta le maggiori responsabilità per le condizioni in cui si devono barcamenare i disoccupati. In realtà i programmi occupazionali, così come tutte le altre misure del mercato del lavoro, funzionano sulla base di un concetto inventato una ventina d’anni or sono e che non è mai cambiato da allora, salvo qualche maquillage superficiale. In sostanza non rispondevano alle necessità dei salariati senza lavoro allora, lo fanno meno ancora oggi. Ma questi programmi, con tutti i limiti di cui si rendono conto anche le persone che vi lavorano (e i numerosi casi di burn-out ne sono una triste testimonianza), sono esattamente quanto richiesto dall’istituzione. Queste misure non sfuggono all’attento controllo burocratico del Seco e dei suoi prolungamenti cantonali, dall’Ufficio delle Misure attive agli Uffici regionali di collocamento. Istituzioni queste ultime che meriterebbero una maggiore attenzione da parte di chi si batte per i diritti delle persone iscritte in disoccupazione.

Un po’ peggio hanno fatto i firmatari della lettera ad affidarsi a un organo di stampa come il Mattino della Domenica, che risponde a un partito che, se a parole si è fatto difensore dei disoccupati autoctoni, nei fatti non ha ancora mosso un dito per migliorarne la situazione. Ha anzi sfruttato la situazione di malcontento dovuta alle regole e ai modi di applicarle a cui sono sottoposte queste persone per crearsi una base sociale, ma sempre ammiccando all’idea dell’abuso, sfruttata molte volte per restringere ulteriormente i diritti di chi già è penalizzato dall’esclusione dal mercato del lavoro. Basti pensare alla proposta di legge di Lorenzo Quadri, che chiedeva l’introduzione di un sistema di sanzioni per le persone in assistenza che rifiutano l’inserimento in una Misura attiva del mercato del lavoro, di cui i Programmi d’occupazione temporanea fanno appunto parte, sfruttando appunto il luogo comune sugli abusi.

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