La Corte Suprema ha condannato i dodici leader del processo a 104 anni e sei mesi di carcere per i reati di sedizione e appropriazione indebita (da 12 a 13 anni), sedizione (da 9 a 12 anni e sei mesi) e disobbedienza (1 anno e 8 mesi).

In sostanza ha accettato la tesi fondamentale del procuratore dello Stato, alle dipendenze del governo di Pedro Sánchez (PSOE), e ha respinto quella del giudice istruttore Pablo Llarena e della Procura, che aveva chiesto una condanna per ribellione e pene ancora più severe. Il reato di ribellione è stato escluso perché ingiustificabile, soprattutto a livello internazionale, in ragione dell’innegabile assenza di violenza.

Si tratta tuttavia di pene molto severe che nulla hanno a che vedere con i fatti, ma discendono dalla ricostruzione sostenuta dai comandanti della polizia, dal giudice istruttore, dalle autorità statali, re compreso e dai media pubblici. Questo è il modo, ad esempio, in cui il giornale El País spiega e giustifica il ragionamento della corte: “La differenza tra ribellione e sedizione è che la prima mira a cambiare le strutture dello Stato (indipendenza di un territorio, violazione della Costituzione attraverso la violenza delle piazze) mentre la seconda consiste nel promuovere atti tumultuosi per impedire l’applicazione delle leggi. Affinché la ribellione si verifichi, la rivolta deve essere “pubblica e violenta” e, sebbene la Corte Suprema ritenga che ci siano stati giorni di violenza, essa ritiene che, perché ci sia ribellione, la violenza debba essere un elemento strutturale del piano ribelle. E, nel caso catalano, i leader indipendentisti non hanno cercato o pianificato gli atti di violenza nel processo”.

Tuttavia, i fatti dimostrano che non ci sono stati giorni di violenza o atti tumultuosi tali da giustificare accuse e condanne così gravi, perché la violenza residua che si è verificata in pochissimi casi da parte di alcune persone è stata significativamente inferiore rispetto a molte altre manifestazioni in Spagna o in Europa.

Durante la manifestazione del 20 settembre 2017 davanti all’edificio del consiglio catalano dell’Economía, ad esempio, la violenza si è ridotta ad ammaccare le auto della Guardia Civil sulle quale si erano arrampicate molte persone e giornalisti prima che i due Jordi (Jordi Sanchez dell’ANC e Jordi Cuixart di Omnium) lo facessero per giustificare una manifestazione di massa pacifica o per concludere la manifestazione. In quella occasione non è stata contrastata alcuna misura di applicazione della legge poiché la Guardia Civil ha potuto fermare molte persone senza alcun problema. Se ne può avere conferma visionando le immagini a questo indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=5bN8ZM-V4Jo&feature=youtu.be

Alla vigilia di domenica 1° ottobre, si è assistito, fin da venerdì pomeriggio, ad un’occupazione pacifica dei seggi elettorali, che hanno visto sfilare per il voto di due milioni e trecentomila persone che hanno in questo modo disobbedito alla Corte costituzionale. L’unica violenza è stata quella della polizia e della Guardia Civil contro persone che hanno resistito pacificamente per impedire il sequestro delle urne e delle schede di voto. A questo indirizzo troviamo le relative immagini: https://www.youtube.com/watch?v=tKQ4NDN-G7A&feature=youtu.be

Questi sono i fatti. E sono questi diritti che oggi vengono condannati: il raduno e la manifestazione sia davanti alla sede dell’Economia che nei seggi elettorali; l’esercizio del voto per il referendum; la disobbedienza civile contro leggi ingiuste quali le decisioni della Corte Costituzionale che ostacolano il diritto di decisione della Catalogna; la resistenza pacifica per proteggere i seggi elettorali, ecc. ecc.

La condanna della Corte Suprema non riguarda solo i dodici accusati

Essa colpisce le persone che hanno partecipato alla manifestazione di fronte all’Economia, all’occupazione e alla difesa delle scuole, al voto del 1° ottobre, i milioni di persone che hanno manifestato per anni per chiedere che al Governo dello Stato spagnolo e la Generalitat di poter esercitare il diritto all’autodeterminazione. Nel corso di una seduta dell’Assemblea Nazionale Catalana, Carme Forcadell [ex Presidente del Parlamento della Catalogna e membro di Junts pel Si] così si è rivolto ad Artur Mas: “Presidente, allestisca le urne!”. E a più riprese centinaia di migliaia di persone hanno detto ai nostri politici: “Volem votar”. Non si sarebbe mai arrivati così lontano senza questa pressione. Ecco perché la sentenza della Corte Suprema condanna tutti noi che l’abbiamo fatto.

La decisione della Corte Suprema non riguarda solo quelli di noi che hanno partecipato a eventi precedenti esercitando i nostri diritti fondamentali. Colpirà tutti coloro che vorranno esercitarli in futuro, in Catalogna e in tutto lo Stato. Questo è il suo vero obiettivo. Questo era il piano strategico del governo del PP (Partito Popolare) nel promuovere il processo, di Pedro Sánchez (PSOE) nel continuarlo e dei poteri dello Stato che hanno sostenuto l’azione di entrambi. D’ora in poi, le azioni massicce e pacifiche dei cittadini nell’esercizio dei diritti fondamentali potranno più facilmente essere qualificate come tumultuose e incorrere in accuse di sedizione.

Per questo motivo la Catalogna e l’intero Stato spagnolo devono mobilitarsi contro questa condanna:

  • per chiedere la liberazione dei prigionieri e degli esiliati, per l’amnistia. Per far cedere Pedro Sánchez, il quale, dopo aver preso atto della sentenza e per non apparire meno severo della destra, ha rifiutato di concedere la grazia e rivendicato il pieno rispetto della sentenza;
  • per il libero esercizio di tutte le libertà fondamentali, per una democrazia piena e totale, senza limitazioni;
  • per il diritto all’autodeterminazione della Catalogna e di tutti i popoli.
    Ci saranno molte opportunità per farlo durante le mobilitazioni che sono già iniziate oggi e quelle che seguiranno. In Catalogna: con le 5 marce che partiranno da Girona, Vic, Berga, Tàrrega e Tarragona per convergere su Barcellona, lo sciopero generale di venerdì 18 ottobre, la manifestazione delle municipalità e dei sindacati il prossimo 26 ottobre, etc. E quelle che si svolgeranno in tutto lo Stato spagnolo.
    Perché, come ha spiegato tranquillamente Jordi Cuixart ai giudici della Corte Suprema, i diritti si conquistano esercitandoli: #HoTornaremAFer[Lo rifaremo]. E lo ha ripetuto oggi pronunciando questa frase: “La risposta è la recidiva”.

*Articolo pubblicato sul sito web di Viento Sur, 14 ottobre 2019; traduzione a cura dell’MPS

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