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Guardando il video che il DECS ha preparato per spiegare ad allievi e genitori come sarà il rientro a scuola non possono che nascere grossi dubbi e perplessità (per chi appartiene alla mia generazione il richiamo al video della canzone The wall dei Pink Floyd è immediato). Ci hanno detto che l’apertura delle scuole è importante perché permetterà a bambini e ragazzi di riallacciare le relazioni umane con i loro docenti e ritrovare quella “normalità” perduta in questi mesi. Ora questa normalità verrà ritrovata con classi dimezzate, con docenti trasformati in poliziotti che dovranno far rispettare la cosiddetta distanza sociale, controllare che tutti si lavino le mani prima e dopo la lezione, non tocchino o spostino sedie e tavoli e non si avvicinino troppo alla cattedra. Non si potrà arrivare in anticipo, né in ritardo (è stato detto agli allievi) perché questo creerebbe problemi organizzativi.

In questo contesto è evidente che l’unico tipo di insegnamento possibile sarà quello cattedratico frontale: impossibile far lavorare i ragazzi in gruppo, avvicinarsi per spiegare qualcosa ha chi non ha capito o consolare qualcuno che ha un problema.

Basta poi guardare con attenzione alle materie che alle scuole medie verranno insegnate: nel secondo biennio sono essenzialmente le materie che prevedono una divisione in livelli, l’inglese e l’italiano. Si mette quindi l’accento su quelle materie che creano già una divisione e una selezione che sappiamo essere anche sociale. Non si tratta quindi certo di un modello che favorisce l’integrazione e il recupero di coloro che hanno fatto più fatica in questo momento.

Anche per la scuola elementare ci si è premurati di dire che nei giorni liberi i bambini saranno comunque chiamati a fare compiti in modo da evitare che perdessero parti importanti del programma scolastico…

Appare quindi evidente che questa riapertura ha essenzialmente come obiettivo quello di rimettere anche i bambini e i ragazzi “al lavoro”, di conformarli a ritornare a quella normalità perduta fatta di selezione sociale, studio e impegno in vista di un’integrazione nel mercato del lavoro; nulla a che vedere con un’idea di scuola diversa che sappia mettere al centro i bisogni dei ragazzi e promuovere l’inclusione sociale.

L’esperienza della riapertura delle scuole rischia quindi in questo contesto di trasformarsi in un incubo per i ragazzi, in un altro trauma che genera tensioni tra le famiglie e tra il corpo docente. E non nascondiamoci dietro al fatto che la quasi totalità dei docenti torni a scuola; certo lo faranno perché come tutti i professionisti della relazione (docenti, infermieri, assistenti di cura, etc.) hanno un senso etico e morale che purtroppo manca ai loro dirigenti. È proprio questa sensibilità che fa sì che questi professionisti antepongano alla loro salute e alle loro paure il senso di responsabilità. Ma sia chiaro, andranno tutti a scuola e faranno del loro meglio, ma ciò non toglie che lo faranno con timore e paura.

E non serve sicuramente nemmeno ringraziare docenti e i direttori che si sono sottoposti a questa operazione (avevano forse delle alternative?). Quello che si doveva invece fare era ascoltarli seriamente e concordare con loro una modalità di ritorno a scuola che rispondesse veramente ai bisogni dei ragazzi e delle ragazze e permettesse di pensare che questa crisi sanitaria ci poteva portare a immaginare una scuola diversa. Ma purtroppo così non è per il momento.

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