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Le direttive COVID-19 emesse dal medico cantonale sulla gestione del personale occupato nelle strutture ospedaliere e sociosanitarie in relazione sono  chiare:

I collaboratori che presentano sintomi di una malattia acuta riconducibile al COVID-19 non possono lavorare e devono rimanere al proprio domicilio. Il collaboratore sarà tempestivamente sottoposto a striscio per la ricerca del virus SARS-CoV-2.

In caso di infezione da SARS-CoV -2 accertata, il collaboratore sintomatico rientrerà dopo 48 ore dalla cessazione dei sintomi e almeno 10 giorni dopo l’inizio degli stesse; se asintomatico, dopo 10 giorni dalla data del tampone positivo. Al rientro lavorerà con la mascherina chirurgica.

In caso di striscio negativo al SARS-CoV-2 il collaboratore rientrerà dopo 24 ore dalla scomparsa dei sintomi e conformemente alla regolamentazione contrattuale. Al rientro lavorerà con la mascherina chirurgica.

Gli operatori esposti a casi confermati positivi al SARS-CoV-2 (contatto professionale e/o privato) e che erano senza protezione adeguata al momento del contatto con un caso accertato, seguono le raccomandazioni in vigore pubblicata da Swissnoso.

Purtroppo, la realtà è un’altra e in molte situazioni, sia durante la prima ondata che nella seconda, al personale ospedaliero e sociosanitario è stato chiesto di lavorare in presenza delle fattispecie sopraindicate.

Tale situazione è stata anche confermata ed ammessa da un responsabile dell’EOC intervenuto alla trasmissione di Patti Chiari nel mese di settembre 2020.

Tale modo di fare è irresponsabile, irrispettoso della salute del personale e dei residenti nelle strutture e non può essere tollerato.

Chiediamo di conseguenza al Consiglio di Stato:

1.     Cosa sta mettendo in atto il medico cantonale per impedire che al personale ospedaliero e sociosanitario venga imposto di presentarsi al lavoro in situazioni escluse dalle sue stesse direttive?

2.     Quanti sono stati i casi accertati di personale obbligato a presentarsi al lavoro con sintomi riconducibili al COVID-19?

3.     Quanti sono stati i casi accertati di personale, occupato in strutture sanitarie attive unicamente in ambito elettivo, obbligato a presentarsi al lavoro con sintomi riconducibili al COVID-19?

4.     A quali misure si sta concretamente pensando (e a che punto di implementazione sono) per cercare di poter far capo a nuovo personale sanitario (ad esempio: precettando parte del personale sanitario attivo in alcune cliniche private non direttamente impegnate e dirottandolo verso gli ospedali pubblici) ed evitare in questo modo il sovraccarico di lavoro o, ancora peggio, le situazioni che abbiamo qui richiamato?

Per il gruppo MPS-POP-Indipendenti

Matteo Pronzini, Simona Arigoni, Angelica Lepori

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