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Dalla rivista americana “Against the Current (N. 212 maggio-giugno 2021), pubblicata da Solidarity, un’organizzazione socialista, femminista e antirazzista, riprendiamo questo importante articolo che analizza le caratteristiche e gli obiettivi della Amministrazione USA. (Red)

Non che se ne sia mai andato, d’altra parte. La vocazione degli Stati Uniti di governare il mondo è un dato costante della vita internazionale e delle sue molteplici crisi. Che significa allora l’affermazione del presidente Biden secondo cui “l’America sta tornando”, calorosamente salutata da molti governi e dagli opinion maker dell’élite?

La dichiarazione di Biden significa il ritorno del caos transazionale e della corruzione di Trump alle quali si richiama “l’ordine internazionale fondato sulle regole”. Che cosa significhi poi questo ordine nella vita della maggioranza delle persone nel mondo, lo spiega bene Nicole Aschoff (“The Biden Doctrine”, Jacobin, inverno 2021): “Con la promessa di ricostruire un’approssimazione all’ordine mondiale dell’epoca Obama, Biden promette la restaurazione di un sistema violento e rapace che perde sempre più la sua legittimità.

Trump è un personaggio talmente odioso e degradante che è facile perdere di vista le profonde continuità fra la sua amministrazione e le amministrazioni precedenti e le probabili tendenze dello staff di Biden: ingerenza continua negli affari interni latinoamericani, indifferenza nei confronti del debito paralizzante del Terzo mondo, allegro disprezzo per il furto massiccio della ricchezza collettiva operato dalle imprese mediante i paradisi fiscali offshore ed una reale volontà di andare caparbiamente al disastro pur di proteggere Wall Street schiacciando la gente normale.”

Rispetto agli affari interni, l’enorme crisi economica e sanitaria degli Stati Uniti, così come l’ostruzionismo repubblicano, hanno spinto l’amministrazione democratica verso certe posizioni “progressiste”. Ma non succede la stessa cosa con la politica estera di Washington. Ciò che si nota qui a prima vista, è una disgustosa depravazione morale.

Ereditate dalla gang di Trump, le brutali sanzioni contro il popolo iraniano e venezuelano non verranno meno, mentre non appare ancora nessun segnale di allentamento del criminale blocco economico americano a Cuba. Come scrive Kevin Young sul Venezuela: “L’appoggio degli Stati Uniti alle forze dell’estrema destra di (Juan) Guaidó e (Leopoldo) López, cerca di impedire un accordo fra (il presidente) Maduro e gli elementi più prammatici dell’opposizione, accordo che potrebbe moderare la crisi economica in Venezuela e che potrebbe lasciare Maduro al potere, facendo così deragliare il programma di cambiamento di regime degli Stati Uniti” (“Smarter Empire”, 8 marzo 2021).

In tutti questi mesi non è stata imposta nessuna sanzione al carnefice Mohammad bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, col pretesto che Washington “sta ricalibrando i rapporti” con l’Arabia Saudita, pur preservandone l’essenziale -e mantenendo la vendita d’armi agli Emirati Arabi, mentre lo Yemen viene distrutto. Ci sono troppi altri sporchi esempi di “geopolitica” per enumerarli in questa sede.

Considerazioni etiche a parte, bisognerebbe comunque esaminare i veri conflitti e contraddizioni con i quali si confronta la principale potenza imperialista. Questi sono particolarmente importanti se si tiene presente l’aumento della potenza cinese così come delle problematiche economiche e della cibersicurezza. Alcuni di essi comportano, a lungo termine, minacce di guerra e di distruzione reciproca.

Ciò richiede di superare la retorica quotidiana e il rumore di fondo dell’attualità. Strategicamente, le “continuità profonde” fra Trump e Biden prevalgono sulle differenze. Per esempio, mentre il grande utente di twitter adorava fare il duro alla tele minacciando “Little Rocket Man” (Kim Jong-Un, N.d.T.) o bombardava un aeroporto vuoto in Siria, Biden, durante i suoi primi 30 giorni, ha già lanciato un’incursione aerea in Iraq che avrebbe ucciso 22 combattenti della milizia sciita irachena.

L’intenzione di Biden era di mandare un avvertimento all’Iraq, non di scatenare una vera guerra. Né Biden né Trump sono dei fautori intenzionali di guerre serie -anche se azioni di questo tipo potrebbero scatenare effettivamente un’apocalisse accidentale. E’ ciò vale anche per altri conflitti che covano, per esempio, fra le forze navali americane e cinesi nel Mar della Cina meridionale o il ciberconflitto israeliano e iraniano più o meno mascherato ed il sabotaggio delle navi militari persiane.

Sembrerebbe, sempre che il progetto vada a buon porto, che Biden voglia metter fine alla guerra USA in Afghanistan entro l’anniversario dell’11 settembre -una sconfitta ventennale della potenza americana, una guerra che non si sarebbe potuta “vincere” mai-, guerra che più è durata più ha inflitto danni all’Afghanistan ed alla sua popolazione.

Conflitti e contraddizioni

E’ noto che Trump disprezzava gli alleati strategici degli Stati Uniti in Europa a causa del loro apparente fallimento nell’impoverire ulteriormente le loro popolazioni per aumentare le spese militari. La denigrazione della NATO da parte di Trump e il suo perentorio abbandono dell’accordo sul clima di Parigi -richiamandosi alla sua base nazionale xenofoba e climatico-scettica- hanno scandalizzato questi alleati.

Il sabotaggio dell’accordo nucleare iraniano (Accordo di Vienna) ha fatto del mondo, e in particolare del Medio Oriente, un luogo più pericoloso. Ciò ha incollerito le potenze europee -mettendo in luce la loro incapacità di fare granché- ed ha avvicinato la Cina e l’Iran, dal momento che Teheran si rivolge agli investimenti e agli aiuti cinesi in cambio del petrolio iraniano a basso prezzo.

Il gioco strategico di Trump ha ovviamente convalidato il vecchio asse anti-iraniano di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un’amministrazione di Hillary Clinton avrebbe lavorato con più discrezione per sviluppare questa stessa alleanza, senza però la provocazione aperta e grandiloquente de “l’accordo del secolo” di Trump, che ha gettato pubblicamente la Palestina sotto i cingoli dei carri armati.

Nel Medio Oriente, teatro di crisi permanenti e di alleanze mutevoli, la politica americana resta, come sempre, cinicamente indifferente alla distruzione della Palestina da parte di Israele. Ci si può attendere che l’équipe di Biden ritorni sulle posizioni più convenzionali della diplomazia imperiale (in cui il popolo palestinese, in tutti i casi, non ha nulla di buono da aspettarsi). Ma ristabilendo l’accordo con l’Iran, Biden cadrà giocoforza nella trappola tesagli da Trump.

Israele sta facendo di tutto per sabotare i negoziati. L’Iran, da parte sua, ha appena accelerato il suo arricchimento nucleare. Un nuovo accordo avrebbe probabilmente bisogno della leva delle sanzioni supplementari paralizzanti di Trump contro l’Iran, una rottura che Biden non vuole perché assomiglierebbe ad una “debolezza” -le sofferenze del popolo iraniano non hanno evidentemente nessun peso in questo ragionamento. L’abbandono definitivo dell’Accordo di Vienna si profila così con delle implicazioni pericolose.

I gravi conflitti con i quali è confrontato oggi l’imperialismo americano sarebbero complicati di per sé, anche se non convergessero, pure se Trump non avesse lasciato gli Stati Uniti in una posizione indebolita e declinante su molti fronti.

L’asse centrale della rivalità mondiale si colloca oggi fra l’indebolita potenza degli Stati Uniti e la crescente potenza della Cina. Questa lotta differisce in molti modi dal vecchio conflitto americano-sovietico, che era politico e militare ma non economico, dato che le economie burocratizzate del blocco sovietico erano isolate ed estremamente deboli. La Cina di oggi è una potenza economica e politico-militare crescente, anche se gli Stati Uniti rimangono chiaramente dominanti.

In rapida ascesa, la capacità tecnologica e l’influenza commerciale della Cina stanno creando una moltitudine di problemi concorrenziali e strategici -alcuni sicuramente positivi, come la fornitura di vaccini Covid, altri meno, allorché la Cina acquista degli attivi agricoli nel Sud o intimida i suoi vicini nelle acque di pesca, riprendendo certe tecniche classiche occidentali dell’estrazione di materie prime e del colonialismo di insediamento. Non solo in Asia ma in Africa ed in America latina, i progetti di investimento e di sviluppo cinesi competono con successo con la concorrenza americana ed europea, creando allo stesso modo le loro contraddizioni sociali ed ambientali.

Allo stesso tempo, la dipendenza occidentale nei confronti della Cina per le sue catene di approvvigionamento vitale (dalle terre rare alle mascherine FFP2 e i DPI per il personale sanitario in prima linea!) obbliga gli Stati Uniti e l’Europa a cercare di ricostruire le loro capacità nazionali.

La sinistra americana e internazionale affronta il complesso e delicato compito di denunciare senza compromessi le brutali politiche del regime cinese in Xinjiang e in Tibet, le sue promesse non mantenute e la repressione ad Hong Kong, senza entrare nel gioco di Washington, che sfrutta tali questioni per i propri fini egemonici. (una risorsa eccellente da consultare: il sito web militante della solidarietà di Hong Kong. https://lausan.hk)

Uno scenario secondario ma importante è rappresentato dal conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia. Contrariamente al cinese Xi Jinping, il presidente vitalizio russo Putin regna su una società in profondo declino sociale, totalmente incapace di misurarsi nella concorrenza economica con il capitale americano. Le sue capacità militari sono importanti a livello regionale (nell’olocausto siriano e alla frontiera con l’Ucraina, per esempio) ma globalmente deboli se paragonate agli Stati Uniti. In questa rivalità asimmetrica, tuttavia, la Russia dispone di alcune capacità sofisticate in termini di ciberspionaggio ed altre attività malevole, compresa la capacità di perturbare i processi politici in altri paesi -cosa che gli Stati Uniti, d’altra parte, fanno da almeno 75 anni.

I più urgenti fra i problemi mondiali profondi sono comunque la pandemia di Covid-19 e le crisi climatiche, inestricabilmente combinate e che persistono entrambe: il Covid sino a che, almeno, il mondo sia efficacemente vaccinato e con una preparazione adeguata nei confronti di future epidemie e l’urgenza climatica per ciò che resta del secolo, sempre che vi sopravviviamo.

Il degrado ambientale ed il riscaldamento incontrollabile (con lo scioglimento del permafrost, la distruzione delle foreste e la migrazione verso il nord di agenti patogeni, fra altre conseguenze) garantiscono efficacemente nuove pandemie, così come le mono-coltivazioni industriali. E se il programma di Biden prevede una prima ragionevole tappa, anche se tardiva, verso il controllo del Covid, non comprende se non vagamente l’urgenza ambientale (“la neutralità carbonica per il 2050” non sarà sufficiente).

Anche in questo caso, una rottura con la politica e la pratica radicate ne “l’economia di guerra permanente” del dopo-Seconda guerra mondiale, e con le dottrine dell’espansione economica illimitata a qualsiasi costo ambientale e sociale a livello mondiale, è essenziale ma fuori dalla portata della governance capitalista.

L’imperialismo torna a casa

La realtà dell’imperialismo, per la vita dei popoli del mondo, viene letteralmente riportata a casa alla frontiera sud degli Stati Uniti, dove migliaia di richiedenti asilo e rifugiati cercano ogni giorno di entrare. Mentre le peggiori oscenità dell’amministrazione Trump sono ormai scomparse -il suo gusto sadico per lacerare le famiglie e richiudere i bambini in gabbia, il suo gioioso razzismo senza pudore-, le realtà essenziali divengono più chiare.

Allarmati dai flussi migratori e dal ritorno del bastone della destra, Biden e la vicepresidente Harris si impegnano ad affrontare le “cause soggiacenti” che motivano l’immigrazione proveniente dall’Honduras, dal Guatemala e dal Salvador in particolare. Ma proprio le politiche americane sono state il fattore critico che ha radicato i regimi degli squadroni della morte e dei cartelli della droga in questi pasi e bloccato i possibili cambiamenti rivoluzionari che avrebbero potuto liberarli. Per cui, l’unica risposta decente a questa situazione è lasciar entrare i rifugiati.

Kevin Young l’ha spiegato bene: “Ammettere qualche rifugiato in più e adottare delle misure per il clima avrebbe un impatto positivo sulla vita della gente. Dei turbolenti movimenti popolari potrebbero costringere a dei cambiamenti politici ancora più grandi di questi. Pertanto, vista l’ampiezza delle distruzioni che i governi nordamericani hanno inflitto all’America latina e ai Caraibi, quello che emerge è la grande forbice fra quello che Biden potrebbe fare e ciò che è dovuto agli abitanti della regione, che meritano ben di più di un impero più intelligente”.

Bambini non accompagnati e intere famiglie fuggono dal “bipartitismo” americano in azione: il regime honduregno di Juan Orlando Hernandez (JOH) è giunto al potere con un colpo di Stato nel 2009, calorosamente salutato da Hillary Clinton, allora segretaria di Stato di Obama. Nel 2017,quando gli honduregni votarono per un candidato riformista dell’opposizione, l’amministrazione Trump approvò in sordina quando lo spoglio elettorale venne sospeso e il presidente in carica dichiarato “rieletto”.

In Honduras, militanti ecologisti ed indigeni sono stati assassinati a centinaia. JOH e suo fratello, Tony Hernandez, sono entrambi considerati come trafficanti di droga negli Stati Uniti, dove un tribunale federale ha appena imposto l’ergastolo a Tony dopo la sua condanna.

Si sente dire con frequenza che gli Stati Unito sono, o dovrebbero ridiventare, quella mitica “splendente città sulla collina” celebrata da Ronald Reagan nei gloriosi anni Ottanta. L’età d’oro in cui gli Stati Uniti sostenevano sia Saddam Hussein che Osama Bin Laden e sponsorizzavano le guerre genocide controrivoluzionarie in America centrale, i cui risultati hanno spinto questi immigranti disperati verso il nord.

Questo è l’imperialismo: la metaforica “città splendente” riversando i suoi rifiuti, le sue acque nere e i suoi residui tossici, in senso reale e figurato, sugli abitanti della collina, compresa una gran parte della propria popolazione. Questo sistema dev’essere combattuto -sia qual sia il partito capitalista che regni in quel momento- per la nostra stessa sopravvivenza e quella dell’umanità.

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