Germania-Cina: la spirale della dipendenza economica

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Mentre l’industria tedesca è allo stremo e torna ai livelli del 2005, le aziende aumentano gli investimenti in Cina. Berlino è intrappolata in una dipendenza che non riesce a spezzare.

La Germania sta vivendo il quarto anno consecutivo di crisi economica mentre la sua dipendenza dalla Cina continua ad approfondirsi, creando un dilemma strategico che Berlino non riesce a risolvere. La produzione industriale tedesca, cuore pulsante del modello economico del paese, è tornata ai livelli del 2005, come se vent’anni di sviluppo si fossero dissolti nel giro di pochi anni. La revisione dei conti nazionali operata dall’istituto di statistica Destatis nell’estate scorsa ha reso il quadro ancora più fosco, rivelando contrazioni più gravi di quanto era stato valutato negli anni precedenti. Per un paese che ha costruito la propria identità politica e culturale sulla potenza manifatturiera, che ha fatto dell’industria la spina dorsale del proprio welfare e della propria influenza internazionale, tutto ciò costituisce uno sconvolgimento che va ben oltre i parametri economici. Si tratta di una ridefinizione del ruolo mondiale della prima economia europea, una ridefinizione che avviene proprio mentre il rapporto con Pechino si trasforma da relazione complementare a dipendenza asimmetrica.

In questo contesto di difficoltà crescente, gli investimenti delle imprese tedesche in Cina continuano ad aumentare con una determinazione che sembra smentire ogni logica prudenziale. Nel 2024 hanno superato i 5,7 miliardi di euro, con una crescita di 1,3 miliardi rispetto all’anno precedente, e il settore automobilistico guida questa corsa concentrando i due terzi di tutti gli investimenti tedeschi nel paese asiatico. Mentre le fabbriche in Germania chiudono reparti e licenziano migliaia di lavoratori, mentre i sindacati protestano e i comuni perdono gettito fiscale, i giganti industriali tedeschi scommettono sempre di più sulla Cina. È la situazione paradossale di un paese che ha perso il controllo del proprio destino industriale, incapace di imporre una strategia diversa alle proprie imprese e costretto a seguire le loro scelte di investimento anche quando queste scelte sembrano contraddire gli interessi nazionali di lungo periodo.

L’equilibrio commerciale tra Germania e Cina si è rovesciato completamente nell’ultimo decennio, producendo un deficit che nel 2025 dovrebbe raggiungere gli 87 miliardi di euro. Dieci anni fa Berlino esportava più di quanto importasse, le aziende tedesche rifornivano le fabbriche cinesi di macchinari avanzati e i membri del ceto medio cinese in ascesa compravano automobili tedesche come simbolo di status. Oggi le esportazioni tedesche verso la Cina sono crollate del 13,5% nei soli primi otto mesi del 2025, mentre le importazioni cinesi in Germania crescono stabilmente. La Cina ha riconquistato la posizione di primo partner commerciale della Germania superando gli Stati Uniti, in parte a causa delle barriere doganali erette dall’amministrazione Trump, ma il risultato finale non cambia. La Germania dipende dalla Cina più di quanto la Cina dipenda dalla Germania, e questa dipendenza si approfondisce anno dopo anno.

L’asimmetria ridefinisce completamente il rapporto tra i due paesi e pone la Germania in una posizione di crescente vulnerabilità strategica. Dieci anni fa i macchinari tedeschi erano indispensabili per la crescita cinese, le automobili tedesche dominavano il mercato più grande del mondo, Berlino poteva negoziare da una posizione di forza relativa. Oggi la Cina produce macchinari competitivi a prezzi inferiori e sviluppa auto elettriche tecnologicamente più avanzate. Berlino si trova intrappolata in una morsa dalla quale non riesce a liberarsi, perché ogni tentativo di ridurre la dipendenza comporta costi immediati che né le imprese né il governo sembrano disposti a sostenere. Il risultato è un rapporto sempre più sbilanciato, dove la parte più debole fatica anche solo ad ammettere pubblicamente la propria debolezza per non aggravare ulteriormente la propria posizione negoziale.

Le catene invisibili

La vulnerabilità strategica della Germania di fronte alla Cina si manifesta in modo concreto attraverso una rete di dipendenze che riguardano materie prime, componenti tecnologici e prodotti farmaceutici. Ad aprile Pechino ha introdotto un sistema di licenze per l’esportazione di terre rare. Le aziende tedesche che vogliono ottenere una licenza di esportazione devono ora fornire a Pechino informazioni dettagliate sulle loro catene di approvvigionamento e sui loro piani di produzione pluriennali. Si tratta di dati sensibili che rafforzano ulteriormente l’asimmetria informativa tra i due paesi, permettendo alla Cina di conoscere in profondità le vulnerabilità industriali europee mentre mantiene opache le proprie dinamiche produttive.

Il caso Nexperia dell’ottobre scorso ha rappresentato un momento di verità per l’industria tedesca, rivelando quanto fragile sia diventata la posizione di Berlino. Nexperia è un produttore olandese di semiconduttori acquisito dal gruppo cinese Wingtech, specializzato in componenti standardizzati che l’industria automobilistica definisce con un certo disprezzo “mangime per polli”, piccoli elementi come diodi e transistori che costano pochi euro ma senza i quali non si può assemblare un’automobile. Quando il governo olandese ha deciso di nazionalizzare l’azienda per motivi di sicurezza nazionale, Pechino ha risposto bloccando le esportazioni di questi componenti verso l’Europa. Nel giro di pochi giorni Volkswagen si è trovata a operare in modo affannato giorno per giorno, incerta se avrebbe potuto mantenere aperte le linee di produzione la settimana successiva. Bosch ha dovuto ridurre la produzione e i dirigenti dell’industria automobilistica tedesca hanno formato task force di emergenza per cercare fornitori alternativi. In alcuni stabilimenti si è arrivati a smontare vecchi componenti elettronici per recuperare i chip ancora funzionanti, una pratica che ricorda più l’economia di guerra che la gestione di un’industria avanzata del ventunesimo secolo.

La crisi Nexperia ha dimostrato che la Germania dipende dalla Cina anche per componenti apparentemente banali, facilmente sostituibili in teoria ma difficilissimi da sostituire in pratica. L’industria automobilistica europea utilizza circa duemila diversi tipi di semiconduttori e componenti elettronici, molti dei quali provengono da Nexperia, che controlla fino al 40% del mercato globale per alcuni di questi prodotti standardizzati. Trovare fornitori alternativi richiede tempo, certificazioni, test di affidabilità e investimenti in nuove linee di produzione. Alcune aziende tedesche hanno lanciato programmi di emergenza per diversificare le fonti, ma gli esperti del settore stimano che serviranno dai tre ai sette anni per costruire catene di approvvigionamento alternative per semiconduttori e terre rare. Per altri materiali critici come il litio raffinato per le batterie, campo nel quale la Cina controlla percentuali ancora più elevate della capacità produttiva globale, i tempi potrebbero estendersi a decenni. Nel frattempo l’industria tedesca resta esposta alla possibilità che Pechino utilizzi nuovamente la possibilità di accedere a questi materiali come strumento di pressione politica.

La dipendenza si estende anche al settore farmaceutico, nel quale la Germania e l’Europa hanno progressivamente delocalizzato la produzione di principi attivi in Cina e in India. Uno studio commissionato dall’associazione dei produttori di farmaci generici ha analizzato cinquantasei principi attivi essenziali per la sanità di base, quelli utilizzati per antibiotici, antidolorifici e antidiabetici. La ricerca ha concluso che più di un terzo di questi principi attivi subirebbe interruzioni di fornitura se la Cina decidesse di bloccare le esportazioni. Nel caso degli antibiotici la situazione è ancora più grave, perché gli intermedi chimici necessari per produrre le penicilline comuni vengono fabbricati quasi esclusivamente in Cina. Questa concentrazione geografica della produzione farmaceutica è il risultato di decenni di pressione sui costi nel settore sanitario europeo, che ha spinto le aziende a cercare fornitori sempre più economici senza preoccuparsi troppo della resilienza delle catene di approvvigionamento. La pandemia aveva già rivelato questa fragilità, ma le lezioni non sono state apprese e la dipendenza dalla Cina è rimasta sostanzialmente invariata.

Tutte queste dipendenze non sono il risultato di dinamiche di mercato spontanee, ma il frutto di una strategia industriale cinese deliberata e di lungo periodo. Il piano Made in China 2025, lanciato da Pechino nel 2015, identificava dieci settori strategici nei quali la Cina doveva raggiungere la leadership globale, tra cui semiconduttori, robotica, veicoli elettrici, energia solare e nuovi materiali. Il governo cinese ha sostenuto questi settori con sussidi enormi, accesso privilegiato al credito, protezione del mercato interno e acquisizioni di tecnologie straniere. Le aziende europee che volevano operare in Cina sono state spesso costrette a formare joint venture con partner locali, facilitando il trasferimento di competenze tecniche. Nel frattempo la Cina teneva bassi i prezzi delle materie prime e dei componenti, rendendo economicamente poco conveniente per le aziende europee costruire capacità produttive alternative. Quando il monopolio è stato sufficientemente consolidato, Pechino ha iniziato a utilizzarlo come strumento di pressione. Le imprese tedesche hanno privilegiato i profitti a breve termine, i governi europei hanno guardato altrove, e ora il conto di questa miopia si presenta con interessi crescenti.

Il ribaltamento della competizione

La dipendenza dalle materie prime e dai componenti cinesi rappresenta solo una dimensione del problema che la Germania si trova ad affrontare. L’altra dimensione riguarda la trasformazione della Cina da complemento produttivo a concorrente diretto nei settori che costituivano il cuore della forza industriale tedesca. Per decenni la divisione del lavoro tra i due paesi è apparsa chiara e stabile, con la Cina che assemblava prodotti a basso costo e la Germania che forniva macchinari avanzati, componenti di precisione e automobili di fascia alta. Questo schema si è frantumato negli ultimi anni con una velocità che ha colto impreparata l’industria tedesca. La Cina non produce più solo versioni economiche e di qualità inferiore di prodotti occidentali, ma fabbrica macchinari, automobili e tecnologie che competono direttamente con quelli tedeschi, spesso a prezzi inferiori del 30% e con cicli di sviluppo dimezzati.

Il settore automobilistico offre l’esempio più visibile di questo ribaltamento. La quota di mercato dei marchi tedeschi in Cina è crollata dal 25% del 2021 al 10% del 2025, un tracollo che ha conseguenze pesantissime per aziende che avevano fatto del mercato cinese il principale motore dei loro profitti. Le case automobilistiche cinesi hanno sviluppato veicoli elettrici tecnologicamente avanzati, con sistemi di assistenza alla guida, interfacce software e autonomia delle batterie che in molti casi superano quelli dei concorrenti tedeschi. BMW, Mercedes e Volkswagen hanno risposto intensificando gli investimenti in Cina, stringendo alleanze con aziende tecnologiche locali come Momenta, Alibaba e Huawei per recuperare il terreno perduto nello sviluppo di software e nell’intelligenza artificiale applicata alla mobilità. Volkswagen ha appena annunciato che produrrà un veicolo elettrico interamente in Cina a metà del prezzo che servirebbe altrove, un’ammissione implicita che i costi di produzione in Germania sono diventati insostenibili anche per produzioni di alta gamma. Le aziende tedesche stanno dunque reagendo alla concorrenza cinese delocalizzando ulteriormente in Cina, trasferendo competenze e tecnologie, e rendendo così ancora più difficile mantenere capacità produttive in Europa.

La concorrenza cinese si è estesa anche ai settori della meccanica e dell’ingegneria industriale, nei quali la Germania aveva costruito una posizione di leadership globale che sembrava inattaccabile. Le esportazioni cinesi di macchinari verso l’Europa sono quasi raddoppiate negli ultimi sei anni, raggiungendo circa 40 miliardi di euro e con prospettive di arrivare a 50 miliardi nel 2025. Le aziende cinesi hanno imparato a produrre più velocemente, passando dall’idea al prodotto finito in tempi che le imprese tedesche faticano a eguagliare, e questa velocità si traduce in cicli di apprendimento più rapidi e in una capacità di adattamento superiore.

Dietro questa pressione competitiva si nasconde il fenomeno delle sovracapacità produttive cinesi, alimentate da sussidi statali massicci che hanno permesso alle aziende cinesi di espandersi oltre ogni logica di mercato. La Cina ha costruito capacità produttive enormi in settori come l’acciaio, l’alluminio, i veicoli elettrici, i pannelli solari e le batterie, generando eccessi di offerta che vengono scaricati sui mercati internazionali a prezzi con i quali le aziende europee non riescono a competere. Il surplus commerciale cinese ha superato i mille miliardi di dollari nei primi undici mesi del 2025, un record che riflette questa dinamica di sovrapproduzione interna ed esportazione aggressiva. Le esportazioni cinesi verso l’Unione Europea sono aumentate di quasi il 15% su base annua a novembre, e questa tendenza rischia di accelerare ulteriormente se l’amministrazione Trump continuerà a erigere barriere doganali che costringono le aziende cinesi a dirottare verso l’Europa i prodotti inizialmente destinati al mercato americano. L’industria tedesca si trova così schiacciata tra la concorrenza cinese nei mercati terzi, la perdita di quote nel mercato cinese stesso, e un’invasione di prodotti cinesi a basso prezzo nel mercato europeo che mina la redditività delle produzioni locali.

L’impotenza della politica

Nel luglio 2023 il governo Scholz aveva pubblicato una strategia sulla Cina che definiva Pechino contemporaneamente come “partner, concorrente e rivale sistemico”, un documento di sessantuno pagine che aveva suscitato aspettative poi rimaste sostanzialmente disattese. Le raccomandazioni contenute nel testo erano vaghe, gli obiettivi poco vincolanti, e soprattutto mancava qualsiasi indicazione su come sostenere finanziariamente le imprese che avessero voluto diversificare le proprie catene di approvvigionamento. Il governo Merz, insediatosi nel maggio scorso, ha adottato un linguaggio più duro rispetto al predecessore, creando un consiglio di sicurezza nazionale e stabilendo una commissione parlamentare per analizzare le dipendenze economiche dalla Cina. Il cancelliere ha dichiarato che la Germania non permetterà l’uso di componenti di aziende cinesi nelle future reti di telecomunicazioni 6G, segnando una rottura con decenni di ortodossia commerciale tedesca. Tuttavia, anche questo governo si è scontrato con lo stesso ostacolo che aveva paralizzato i predecessori, ovvero la domanda su chi debba sostenere i costi della riduzione del rischio.

Le divisioni interne alla coalizione di governo riflettono le contraddizioni più profonde della posizione tedesca. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul, esponente della CDU, ha adottato una linea più critica verso Pechino, denunciando pubblicamente il comportamento cinese nel Mar Cinese Meridionale e nei confronti di Taiwan, nonché il sostegno a Mosca nella guerra in Ucraina. Il ministro delle Finanze e vicecancelliere Lars Klingbeil, socialdemocratico, mantiene invece un approccio più cauto, privilegiando il dialogo e sottolineando l’importanza delle relazioni economiche. Questa divisione non è solo una questione di sfumature diplomatiche, perché riflette visioni divergenti sulla natura del rapporto con la Cina e soprattutto sulla disponibilità a sostenere costi immediati per ridurre vulnerabilità future. Il Partito Socialdemocratico mantiene da decenni legami stretti con il Partito Comunista Cinese attraverso un dialogo tra partiti avviato nel 1984, un canale che alcuni critici considerano ormai anacronistico, ma che i socialdemocratici difendono come strumento di comunicazione privilegiato.

L’episodio del viaggio cancellato di Wadephul a ottobre ha reso visibile la debolezza della posizione negoziale tedesca. Il ministro degli Esteri aveva programmato una visita in Cina come primo membro del governo Merz a recarsi nel paese asiatico, ma due giorni prima della partenza Pechino non aveva ancora confermato gli incontri previsti, lasciando aperto solo quello con l’omologo cinese Wang Yi. Secondo fonti diplomatiche europee, le autorità cinesi avrebbero condizionato gli altri incontri a una rettifica pubblica delle dichiarazioni critiche di Wadephul su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Il ministro tedesco ha preferito cancellare il viaggio piuttosto che accettare queste condizioni umilianti, un gesto che alcuni hanno interpretato come un segnale di maggiore fermezza ma che ha anche evidenziato quanto limitato sia diventato il margine di manovra di Berlino. Pochi giorni dopo la cancellazione, l’ex presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico Rolf Mützenich si è recato in Cina per incontri privati, sottolineando ancora una volta la mancanza di coordinamento all’interno della coalizione.

Il viaggio del vicecancelliere Klingbeil il mese scorso ha segnato un parziale disgelo nei rapporti con Pechino. Berlino ha ottenuto rassicurazioni sulla continuità delle forniture di terre rare, sull’attenzione cinese alle strozzature nelle catene di approvvigionamento europee e sull’istituzione di un canale diretto per la gestione di eventuali crisi. Tuttavia, l’ammissione dello stesso Klingbeil che la Germania può solo “ricordare” alla Cina gli impegni assunti mette in luce la mancanza di strumenti coercitivi reali a disposizione di Berlino.

Poche settimane dopo, all’inizio di dicembre 2025, Wadephul è riuscito finalmente a completare il viaggio che aveva dovuto cancellare due mesi prima, incontrando questa volta una gamma più ampia di interlocutori cinesi. Il ministro tedesco ha mantenuto un profilo più cauto rispetto alle dichiarazioni di agosto, limitandosi a ricordare in termini generali che eventuali cambiamenti dello status quo nello Stretto di Taiwan dovrebbero avvenire pacificamente e consensualmente, senza ripetere le critiche più esplicite che avevano irritato Pechino. Anche in questo caso i risultati concreti sono apparsi limitati, con promesse cinesi di “licenze generali” per l’esportazione di terre rare che Wadephul ha definito “un primo passo” ma la cui effettiva applicazione andrà verificata nel tempo. Il viaggio ha comunque preparato il terreno per una possibile visita del cancelliere Merz prevista per l’inizio del 2026, confermando che nonostante le tensioni crescenti Berlino considera indispensabile mantenere aperti i canali di dialogo con Pechino, anche quando questi dialoghi producono più dichiarazioni d’intenti che impegni vincolanti.

La difficoltà nel tradurre i dialoghi bilaterali in risultati concreti si riflette anche a livello europeo, dove la risposta resta frammentaria e poco incisiva. L’Unione Europea dispone sulla carta di strumenti potenti, come lo strumento anticoercizione che permetterebbe alla Commissione di imporre restrizioni alle importazioni, alle esportazioni e agli investimenti cinesi in risposta a pratiche commerciali sleali o a pressioni politiche. Questo strumento non è però mai stato attivato, nemmeno durante la crisi Nexperia che pure avrebbe potuto costituire un caso di scuola. Le divisioni tra stati membri rendono difficile raggiungere il consenso necessario per misure drastiche, perché mentre Germania e Paesi Bassi si irrigidiscono progressivamente verso Pechino, paesi come la Spagna stanno invece intensificando i rapporti economici con la Cina e attirano investimenti cinesi nelle energie rinnovabili e nell’industria automobilistica. Il fondo tedesco per le materie prime, istituito dal precedente governo per sostenere le imprese nella diversificazione degli approvvigionamenti, non ha ancora erogato un solo euro dopo più di un anno dalla sua creazione, paralizzato da dispute burocratiche tra il ministero dell’Economia e quello delle Finanze sulla ripartizione dei costi.

Il dilemma irrisolvibile

La paralisi politica tedesca ed europea di fronte alla dipendenza dalla Cina non deriva da mancanza di consapevolezza del problema, ma dall’assenza di risposte alla domanda cruciale su chi debba sostenere i costi della riduzione del rischio. Diversificare le catene di approvvigionamento significa accettare costi di produzione più elevati, perché le terre rare, i semiconduttori e gli altri materiali critici disponibili al di fuori della Cina sono invariabilmente più costosi. Le imprese possono assorbire questi costi aggiuntivi riducendo i margini di profitto, ma in un contesto di crisi come quello attuale molte operano già con margini risicati e una compressione ulteriore potrebbe spingerle fuori dal mercato. In alternativa possono trasferire i costi sui consumatori attraverso aumenti di prezzo, ma questo rischia di erodere ulteriormente la competitività rispetto ai prodotti cinesi che continuano a beneficiare di economie di scala e sussidi statali. La terza opzione consiste nel ridurre l’occupazione per compensare i maggiori costi degli input, ma l’industria tedesca sta già licenziando a ritmi preoccupanti e ulteriori tagli aggraverebbero la crisi sociale. L’ultima possibilità è che sia lo stato a sostenere i costi attraverso sussidi alle imprese che diversificano, ma il governo tedesco è già sotto pressione per gli impegni su difesa, transizione energetica e welfare, e dispone di margini di manovra fiscale limitati.

Le imprese tedesche continuano a investire in Cina perché i profitti immediati superano i timori per le vulnerabilità future, e questa logica economica di breve periodo prevale su qualsiasi considerazione strategica. Tali investimenti generano rendimenti nell’arco di pochi anni, mentre i rischi geopolitici legati alla concentrazione in Cina appaiono più sfumati e lontani nel tempo. Gli amministratori delegati che prendono queste decisioni rispondono agli azionisti sulla base di risultati trimestrali e annuali, non sulla base di scenari che potrebbero materializzarsi tra cinque o dieci anni. Il cancelliere Merz ha avvertito pubblicamente le imprese che in caso di crisi non potranno aspettarsi salvataggi statali, ma questa minaccia appare poco credibile considerando che un collasso delle grandi imprese industriali tedesche avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intera economia.

La Germania si trova così intrappolata in una posizione dalla quale non riesce a liberarsi, schiacciata tra le pressioni contrastanti di Washington e Pechino, tra le esigenze immediate di profitto delle proprie imprese e la consapevolezza che la dipendenza dalla Cina rappresenta una vulnerabilità strategica crescente. Il modello tedesco fondato sul principio del “cambiamento attraverso il commercio” si è rivelato fallimentare, perché l’integrazione economica con la Cina non ha prodotto alcuna apertura politica del regime ma ha solo creato leve che Pechino può utilizzare per condizionare le scelte europee. La questione non è più se ridurre la dipendenza dalla Cina, ma quando accettare i costi necessari per farlo. Pagare ora significa investimenti ingenti, perdite di competitività nel breve periodo e possibili ritorsioni cinesi e tensioni sociali interne. Pagare dopo significa accettare che la leva cinese diventi ancora più forte, che le alternative diventino ancora più costose da costruire e che il margine di manovra si restringa ulteriormente. La paralisi attuale suggerisce che la scelta cadrà sulla seconda opzione, che i governi continueranno a rimandare decisioni difficili fino a quando un evento di portata maggiore della crisi Nexperia non renderà impossibile procrastinare oltre. A quel punto il conto da pagare sarà probabilmente molto più salato di quello che si sarebbe potuto pagare oggi, ma sarà anche troppo tardi per evitarlo.

*articolo apparso su substack.com il 13 dicembre 2025

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