Il 10% basta!

Il prossimo 28 settembre SÌ all’iniziativa sui premi di cassa malati

Limitare i premi di cassa malati al 10% del reddito, un’urgente necessità

Il prossimo 28 settembre saremo chiamati a votare sull’iniziativa popolare lanciata dal Partito Socialista per limitare i premi di cassa malati al 10% del reddito. Si tratta di un’iniziativa importante che è necessario sostenere con forza.
Certo, essa non risolve nessuno dei problemi fondamentali con i quali siamo confrontati a causa del sistema LAMal. Non mette in discussione il potere delle casse malati e la loro logica di ribaltare sugli assicurati l’aumento dei costi; né mette in discussione l’iniquo sistema dei premi uguali per tutti, indipendentemente dal reddito; infine, non permette di fare alcun passo avanti verso una cassa malati unica nazionale.
Tuttavia, nel contesto attuale, e non è certo poca cosa, questa iniziativa potrebbe portare un sollievo importante a numerose famiglie che oggi pagano premi superiori al 10% del loro reddito: e sono circa il 65% dei nuclei di questo Cantone.
Questo è più che sufficiente per invitare tutte e tutti a sostenerla attivamente. Ed è per questo che l’MPS ha deciso di sviluppare una campagna attiva a sostegno di questa iniziativa.
In questa pagina del nostro sito potrete quindi trovare documentazione, articoli (vecchi e nuovi) che affrontano il tema dell’assicurazione malattia e spiegano le ragioni per le quali l’iniziativa va sostenuta.
Potete inviarci le vostre opinioni, proposte, idee per arricchire ulteriormente la nostra campagna scrivendo a
mps.ti@bluewin.ch. Potete anche sostenerla finanziariamente (qui per i versamenti)

Fatti e cifre

Oggi, più che mai, è urgente rilanciare il dibattito e la mobilitazione politica per costruire un’alternativa globale e radicale all’attuale sistema di assicurazione malattia fondato sulla Legge sull’assicurazione malattia (LAMal).
In questa prospettiva, proponiamo un modello ispirato al principio dell’assicurazione sociale, simile all’AVS, con contributi percentuali sul salario da suddividere tra datori di lavoro e lavoratori. Una soluzione di questo tipo permetterebbe di migliorare le prestazioni sanitarie, riducendo al contempo i premi in modo significativo rispetto agli attuali livelli.
Sulla base di semplici ma realistici calcoli preliminari, è possibile affermare che sarebbe sufficiente un contributo complessivo intorno all’8% — di cui solo il 4% a carico degli assicurati — per finanziare tutte le spese sanitarie attualmente sostenute dalle famiglie.
Tale contributo coprirebbe non solo i premi oggi pagati, ma anche una serie di spese dirette spesso ignorate nel dibattito pubblico: franchigie, partecipazioni ai costi, cure dentarie, rette per case di riposo, medicamenti non soggetti a prescrizione e così via. Si tratta di voci che rappresentano una fetta consistente delle spese sanitarie totali (circa 55 miliardi su un totale di poco più di 94 miliardi di franchi).
A questo si aggiunge un ulteriore onere, anch’esso a carico principalmente dei lavoratori: oltre 30 miliardi di franchi pagati indirettamente tramite la fiscalità generale, come contribuenti.
In attesa di costruire una campagna politica su questa proposta strutturale, è essenziale impedire che il peso dell’assicurazione malattia continui a gravare in modo crescente sulle spalle dei salariati e delle loro famiglie, ossia sulla stragrande maggioranza della popolazione. In tal senso, da tempo sarebbe stato necessario rilanciare con forza alcune rivendicazioni capaci di alleggerire questo carico sempre più insostenibile — soprattutto perché i premi sono oggi calcolati “per testa” e non tengono conto del reddito degli assicurati.
Pensiamo, ad esempio, alla richiesta di un contributo obbligatorio da parte dei datori di lavoro ai premi di cassa malati, da inserire nei contratti collettivi di lavoro (attualmente previsto solo nel settore dell’orologeria); oppure all’inclusione dei premi e della loro evoluzione nell’indice nazionale dei prezzi al consumo; al rafforzamento dei sussidi cantonali; o all’esenzione totale dei premi per i figli minorenni, che potrebbero essere coperti direttamente dalla Confederazione o dai Cantoni.
Si tratta di misure realizzabili in tempi relativamente brevi e compatibili con l’attuale quadro normativo. Naturalmente, per ottenere risultati concreti è necessaria una mobilitazione ampia, e queste rivendicazioni dovrebbero diventare temi permanenti dell’azione politica di chiunque voglia realmente migliorare la situazione. Non è sufficiente lanciare un’iniziativa ogni tre o quattro anni, agitarsi nei sei mesi che precedono la votazione e poi lamentarsi perché le casse malati, forti di risorse milionarie, riescono quasi sempre a prevalere nelle urne.
In questo contesto, l’iniziativa del Partito Socialista per limitare i premi al 10% del reddito si inserisce in un’ottica parziale, ma comunque significativa. È vero che non affronta i nodi strutturali del sistema LAMal: non scalfisce il potere delle casse malati né la loro logica di trasferire gli aumenti dei costi sugli assicurati; non mette in discussione il sistema di premi uguali per tutti, indipendentemente dal reddito; e non apre la strada verso una cassa malati unica nazionale.
Tuttavia, nel contesto attuale, questa iniziativa rappresenta un importante sollievo per molte famiglie che oggi pagano premi superiori al 10% del proprio reddito. Secondo uno studio dell’Ufficio cantonale di statistica, almeno due terzi delle famiglie in Ticino ne trarrebbero beneficio.
Questo è più che sufficiente per sostenere un chiaro all’iniziativa. La sua approvazione non solo aiuterebbe concretamente numerose famiglie con redditi medio-bassi, ma costituirebbe anche un passo politicamente utile per rafforzare una resistenza sociale più ampia e per aprire, a livello federale, un vero dibattito su un’alternativa complessiva al sistema LAMal, così come si è consolidato negli ultimi vent’anni.

Come indica l’Ufficio federale di statistica (vedi riassunto qui sotto), sono le economie domestiche, cioè le famiglie a sostenere la maggior parte dei costi dell’assicurazione malattia. In tutto, direttamente tra premi e prestazioni, il 61%.
Infatti, “Le economie domestiche private sono state la principale fonte di finanziamento delle prestazioni sanitarie. Nel 2023 si sono fatte carico del 21,8% del finanziamento del sistema sanitario mediante pagamenti diretti, ovvero pagando di tasca propria, e del 39,5% mediante contributi indiretti, principalmente attraverso il pagamento dei premi delle assicurazioni malattie. Le amministrazioni pubbliche, in particolare i Cantoni, hanno provveduto alla maggior parte dei finanziamenti rimanenti. Tra il 2022 e il 2023 le spese delle economie domestiche sono aumentate del 4,7%, mentre quelle dei Cantoni sono cresciute dell’1,9%.”. A tutto questo non dobbiamo dimenticare che anche la parte “pubblica”, cioè quella finanziata attraverso versamenti pubblici (ad esempio per i sussidi ai premi di cassa malati) è finanziata dalle imposte: quindi ancora una volta dalle cittadine e dai cittadini!

Uno degli argomenti più frequentemente sollevati dai contrari all’iniziativa (quando non l’unico rimasto) è che il vero problema risiede in quella che sovente indicano come l’”esplosione” dei costi sanitari; secondo loro, prioritario sarebbe intervenire su questo aspetto, in particolare riducendo le prestazioni offerte dal sistema sanitario.
Tuttavia, questa narrazione non regge a un’analisi più attenta. Infatti, ad essere realmente “esplosi” negli ultimi anni non sono i costi sanitari complessivi, quanto piuttosto i premi delle casse malati, che hanno subito aumenti ben più marcati rispetto all’evoluzione dei costi effettivi della sanità. I costi totali del settore sanitario, pur in crescita, si sono mantenuti relativamente stabili e sotto controllo, se osservati in relazione al prodotto interno lordo (PIL).
Va poi ricordato che l’incremento dei costi sanitari non può essere attribuito semplicemente, come tende a fare il discorso dominante, a un presunto eccesso di prestazioni inutili o superflue.
Una parte rilevante di questo aumento è dovuta a fattori strutturali e difficilmente evitabili: l’invecchiamento della popolazione, il progresso tecnologico in campo medico e sanitario — che ha portato sì a cure più efficaci, ma spesso anche più costose — e, non da ultimo, l’impatto delle strategie di prezzo adottate dalle industrie farmaceutiche, che contribuiscono in maniera significativa al rincaro dei medicamenti.
Come dimostrano i grafici che seguono, l’evoluzione del rapporto tra costi sanitari e PIL negli ultimi dieci anni, si è mantenuto entro un intervallo relativamente stabile, oscillando tra il 10% e l’11,8%. Questo dato, come mostrato nel primo dei grafici che seguono, smentisce la retorica allarmistica sull’insostenibilità del sistema.
Inoltre, se confrontiamo la Svizzera con altri paesi capitalistici avanzati e a noi comparabili, risulta evidente che la nostra spesa sanitaria in rapporto al PIL non è né eccezionalmente alta né fuori controllo. Anche questo emerge chiaramente dal secondo grafico allegato.
In sintesi, i dati dimostrano che il problema principale non è tanto la quantità o la qualità delle prestazioni sanitarie, quanto la distribuzione iniqua dei costi tra cittadini, casse malati e attori economici. L’iniziativa in discussione mira proprio a riequilibrare questo rapporto, rendendo il sistema più equo e sostenibile per tutti.

È noto che l’unico argomento sistematicamente sollevato dagli oppositori all’iniziativa per limitare i premi di cassa malati al 10% del reddito disponibile riguarda il costo della misura, stimato in circa 300 milioni di franchi secondo le proiezioni più recenti.

Tuttavia, è importante sottolineare che questi 300 milioni non rappresentano un nuovo onere per la collettività, bensì una redistribuzione più equa di un peso che oggi grava già, e in maniera sproporzionata, sulle famiglie. Infatti, quella somma è attualmente versata mese dopo mese dai cittadini, spesso con crescenti difficoltà, per far fronte ai premi sempre più onerosi delle casse malati. L’iniziativa non crea una nuova spesa, ma piuttosto alleggerisce quella esistente, spostandone una parte dalla sfera privata a quella pubblica, secondo criteri di solidarietà e capacità contributiva.
Ma chi beneficerebbe realmente dell’iniziativa?
Uno studio approfondito, commissionato all’Ufficio cantonale di statistica in vista della discussione sull’iniziativa, fornisce una risposta chiara. Analizzando le economie domestiche la cui spesa per premi supera il 10% del reddito disponibile, emerge che alcune tipologie familiari sono particolarmente colpite. Tra queste:

  • Le famiglie composte da tre o più adulti con almeno un minore;
  • Quelle con tre o più adulti senza minori;
  • E le famiglie con due adulti e almeno un minore.

In questi casi, la percentuale di economie domestiche che superano la soglia del 10% si aggira attorno al 70%. Si tratta quindi di nuclei familiari estesi o con figli, che faticano a sostenere il peso crescente dei premi sanitari.
Anche tra le famiglie monogenitoriali — ovvero un solo adulto con almeno un figlio — e tra le persone sole, l’incidenza è significativa: rispettivamente l’1,7% e ben il 47,8% superano la soglia del 10%.
Questi dati, illustrati dal grafico seguente, dimostrano come l’iniziativa sia mirata a sostenere proprio le fasce di popolazione più esposte, quelle che oggi sono costrette a sacrificare altre spese essenziali per riuscire a pagare i premi mensili di cassa malati.
In sintesi:

  • I 300 milioni di costo stimato non sono una spesa aggiuntiva, ma una ripartizione più equa di un carico già esistente.
  • Le famiglie a basso o medio reddito, in particolare quelle con più membri o con figli, sarebbero le principali beneficiarie.
  • L’iniziativa risponde a un problema concreto e documentato, alleggerendo il peso dei premi in modo proporzionale al reddito, e introducendo un principio di giustizia sociale nel sistema.

Alla luce di tutto ciò, il vero interrogativo non è se possiamo permetterci questa riforma, ma se possiamo permetterci di non farla.

È interessante mettere a confronto alcuni degli elementi che ritornano spesso nella discussione attorno ai premi di cassa malati.
Il grafico che segue mostra l’evoluzione (negli ultimi dieci anni circa) di alcuni aspetti. L’evoluzione dei salari reali, quella dei premi di cassa malati, quella della spesa sanitaria complessiva e quella della ricchezza prodotta (PIL).
L’evoluzione è chiara. I nostri salari stagnano, mentre aumenta – per ragioni in parte obiettive come l’invecchiamento della popolazione o l’evoluzione delle tecnologie mediche – la spesa sanitaria; tuttavia questo aumento non ha nulla a che vedere con l’aumento invece della ricchezza prodotta e, soprattutto, dei premi di cassa malati, che sono veramente esplosi. Ed è questo il vero problema con il quale la maggioranza delle famiglie di questo paese è confrontata.

Uno degli argomenti principali avanzati dagli oppositori all’iniziativa per limitare i premi di cassa malati al 10% del reddito disponibile è il presunto costo eccessivo della misura, che — sostengono — comporterebbe un aumento delle imposte.
Chi dovrebbe contribuire a questa spesa?
È tempo di dire con chiarezza che un contributo è giusto chiederlo a chi, negli ultimi vent’anni, si è enormemente arricchito — spesso pagando sempre meno tasse. Si tratta di un’élite economica ristretta, una ultra-minoranza che concentra una parte crescente della ricchezza prodotta dal lavoro altrui.
I numeri parlano chiaro:

  • Nel 2003, in Ticino, i contribuenti con una sostanza dichiarata superiore ai 5 milioni di franchi erano 359, per un totale di 4,8 miliardi, pari al 15,04% della ricchezza complessiva dichiarata.
  • Nel 2021 erano diventati 2’383, con un patrimonio di 36,9 miliardi, ovvero il 42,1% del totale.

In appena vent’anni, questa fascia di popolazione ha visto aumentare il proprio patrimonio di quasi otto volte. E questi dati, per quanto già impressionanti, sono probabilmente sottostimati: i super-ricchi dispongono infatti di numerosi strumenti, legali e non, per ottimizzare o occultare il proprio carico fiscale.
E ora veniamo al confronto con i costi dell’iniziativa. I 300 milioni necessari per attuarla rappresentano solo lo 0,812% della sostanza dichiarata da questi 2’383 multimilionari. Una cifra irrisoria in rapporto alla loro ricchezza.
Per fare un paragone: è come chiedere a chi possiede un milione di franchi di contribuire con appena 8’120 franchi per un servizio pubblico essenziale come la sanità. Un gesto di equità, non di esproprio.
Va inoltre ricordato che l’attuale concentrazione di ricchezza è anche il frutto di precise scelte politiche, come gli sgravi fiscali introdotti nei primi anni 2000. Sgravi che sono stati pagati dalla collettività, in particolare da chi vive del proprio lavoro, sotto forma di tagli ai servizi pubblici, a una serie di prestazioni sociali e ad alcuni sussidi. In altre parole, i più ricchi hanno visto aumentare la loro fortuna anche grazie al progressivo smantellamento dell’intervento pubblico.
Di fronte a questi dati, la critica sul costo dell’iniziativa appare strumentale e ideologica, priva di reale fondamento economico. Quello che viene richiesto non è un sacrificio generalizzato, ma una redistribuzione minima e giusta, in grado di ridare respiro a decine di migliaia di famiglie soffocate da premi di cassa malati sempre più pesanti.
In definitiva, l’iniziativa non rappresenta un costo insostenibile, ma un’opportunità per ristabilire un principio di equità e giustizia sociale. E se la società non è più in grado di chiedere un contributo a chi detiene oltre il 40% della ricchezza dichiarata, allora la vera domanda non è quanto costa l’iniziativa, ma quanto ci costa la disuguaglianza che stiamo accettando.

 

 

Anno 2003

Anno 2021

Aumento %

Numero di persone con più di 5 milioni di sostanza netta

359

2383

664%

Sostanza (in miliardi) detenuta da persone con più di 5 milioni di sostanza netta

4,8

36,9

769%

% della sostanza totale detenuta da persone con più di 5 milioni di sostanza netta

15%

42%

280%

Da tempo è ormai in atto una campagna, condotta da assicurazioni malattia e partiti borghesi, tesa a dimostrare che il sistema sanitario svizzero sia inefficiente. Cioè che le risorse che vengon utilizzate non siano utilizzate nel modo migliore e con i risultati migliori. Da qui l’idea che bisogna chiudere ospedali (la metà di quelli esistenti, secondo alcuni ambienti), diminuire le prestazioni riconosciute, porre un freno agli esami diagnostici, così come all’uso eccessivo di farmaci.
Eppure il sistema sanitario è uno dei più performanti ed efficienti. Ce lo conferma l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Essa definisce l’efficienza della spesa sanitaria come “la capacità di ottenere il massimo dei risultati in termini di salute con una data quantità di risorse. In altre parole, un sistema sanitario è efficiente se utilizza al meglio le risorse disponibili (personale, denaro, tecnologia, ecc.) per garantire i migliori esiti di salute possibili per la popolazione”.

Ebbene, il grafico che segue testimonia proprio come al Svizzera sia nel plotone di testa quanto ad efficienza della spesa sanitaria. Con buona pace dei discorsi sulla necessità di ridurre, poiché inefficienti, il volume della spesa sanitaria. Un’efficienza che certo può essere migliorata, ma non certo nel senso di coloro che vogliono smantellare ospedali e prestazioni sanitarie.

Una delle idee diffuse dai contrari dell’iniziativa è quella secondo cui i cittadini e le cittadine di questo Cantone avrebbero contribuito, con l’eccessivo ricorso alla cure sanitarie, a scavare un fossato tra i premi pagati in Ticino e quelli pagati nel resto della Svizzera. Costantemente si ricorda che il premio medio di cassa malati in Ticino è tra i più alti della Svizzera.
Ebbene, in realtà, come dimostra il grafico qui sotto, questa differenza di premio tra il Ticino e la media svizzera non è qualcosa che si è sviluppato negli ultimi anni, ma è qualcosa di strutturalmente presente fin dall’entra in vigore della LAMal (1996).
Come si può vedere questa differenza è costante dal 1996, con una piccola accelerazione negli ultimi due anni. E con periodi (in particolare nella prima metà degli anni 2010) nei quali questa differenza si è anche attenuata.

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