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edili“L’accordo salariale 2014 raggiunto su piano nazionale dai partner contrattuali dell’edilizia principale non soddisfa evidentemente i lavoratori…Poche decine di franchi a fronte di un’euforia pressoché generalizzata nelle costruzioni, ad un aumento della produttiva legata a ritmi di lavoro molto frenetici ed ai margini effettivi di guadagno delle imprese edili”.

È con queste parole che Paolo Locatelli, responsabile per il settore edile di SYNA-OCST, giudica l’accordo salariale raggiunto nel settore principale della costruzione e approvato, pochi giorni fa, sia dalle associazioni padronali che da quelle sindacali. Alle stesse conclusioni e decisioni giungeva anche, UNIA, l’altro sindacato del settore.

Risultati quindi disastrosi non solo nel settore della edile, ma in tutti i principali settori economici.
Negli ultimi numeri di Solidarietà avevamo già accennato alle decisioni di COOP e di Migros (praticamente un misero percento destinato a premiare i lavoratori più produttivi e “meritevoli”); decisioni, tra l’altro imposte dai padroni, indipendentemente dalle contrarietà sindacali – come nel caso di COOP. A rafforzare questa politica di miseri adeguamenti individuali, sono arrivate le decisioni del settore bancario: UBS mette a disposizione l’1% della somma salariale per aumenti individuali, senza cioè alcun diritto ad un adeguamento da parte ogni singolo lavoratore), mentre Credit suisse si mostra ancora più tirato, mettendo a disposizione lo 0,75% della somma salariale.
Inguardabili poi i risultati nel settore pubblico: a livello cantonale non sono poche le situazioni nelle quali non solo i salari sono congelati, ma subiscono il taglio di una serie di prestazioni (come è il caso del Ticino).
In complesso dunque un risultato lontano mille miglia dalle richieste presentate a fine estate dalla organizzazioni sindacali: si rivendicavano aumenti salariali complessivi generale tra l’1,5% e il 2%!

 

Una situazione di declino salariale

L’esempio dell’edilizia ci offre lo spunto per una riflessione sullo situazione nel dibattito sui salari oggi in Svizzera.
Il tema, come noto, è di grande attualità anche perché collegato alle diverse iniziative sulle quali si è già votato (1:12) o si voterà (introduzione salario minimo legale).
Il punto di partenza, affinché la riflessione, sia approfondita ed utile, deve essere la presa di coscienza dell’evoluzione dei salari negli ultimi vent’anni. In un altro numero di Solidarietà, facendo riferimento ai dati pubblicati – anche di recente – dall’Ufficio federale di statistica, abbiamo potuto constatare come i salari effettivi, nel loro complesso, siano sostanzialmente stagnati, vedi diminuiti in termini di salario disponibile, negli ultimi 15-20 anni. È un dato incontrovertibile ed è proprio da questo dato che si deve partire per affrontare la discussione.
Che, viste le premesse, non ci pare troppo difficile: vi è bisogno che i salari tornino ad aumentare in modo importante nei prossimi anni. E questo sarà possibile solo attraverso un’azione continua e precisa di mobilitazione dei salariati e rimettendo al centro dell’azione sindacale la questione salariale.

 

Servono e bastano le iniziative?

Se questo è il punto di partenza appare chiaro come le due iniziative sulle quali da ormai un paio d’anni le organizzazioni sindacali hanno concentrato attenzione, mezzi e interventi (per lo più di tipo mediatico) non sembrano strumenti in grado di rilanciare la questione salariale in Svizzera in modo tale che la stragrande maggioranza dei salariati si senta partecipe di questa offensiva.
L’iniziativa 1:12 veniva presentata come un tentativo di porre rimedio ad un situazione considerata come una «degenerazione», per cercare di riportare un rapporto di maggiore «equità» tra i peggio pagati ed i meglio pagati. Ma in nessun momento la discussione su questa iniziativa ha permesso di porre il problema fondamentale, cioè quello del ritardo salariale di colo che stanno in basso, che ha un dinamica assai diversa rispetto a coloro che si trovano in alto.
In altre parole, oggi in Svizzera lo scandalo maggiore non è che uno sparuto gruppo di manager guadagni troppo, quanto piuttosto il fatto che la grande maggioranza della popolazione guadagni troppo poco rispetto alla evoluzione del costo della vita ed abbia visto i propri salari stagnare in una società nella quale, oltre ai salari dei manager, sono saliti vertiginosamente profitti, dividendi e fortune private.
Nemmeno l’altra iniziativa, quella sul salario minimo, riuscirà a coinvolgere i lavoratori di questo paese (non ci si faccia illusioni sui sondaggi del momento: la macchina della propaganda padronale non gira ancora a pieno regime!).
In questo caso, un principio giusto – quello del salario minimo – viene, diciamo così, sprecato attraverso la proposizione di un importo troppo basso rispetto ai livelli salariali di coloro che saranno chiamati a pronunciarsi.
E la presentazione e la propaganda sindacale attorno a questa iniziativa contribuisce ulteriormente a creare questo sentimento di distacco. I sostenitori della proposta non perdono infatti occasione per ribadire che, in realtà, questa iniziativa interessa solo il 10% dei salariati, quei «poveri» che lavorano ancora oggi per un salario inferiore ai 4’000 franchi.
La proposta di salario minimo legale assume quindi le fattezze di una proposta di carattere «sociale», tesa a sanare una situazione di disagio sociale per categorie particolati, una sorta di aiuto pubblico di fronte alla incapacità padronale di sanare tale situazione.
In altre parole i sostenitori dell’iniziativa stanno facendo di tutto per evitare che la proposta sfoci su una discussione relativa alla produzione della ricchezza in un paese e al modo in cui coloro che tale ricchezza la producono, i salariati, vengono remunerati.
Il padronato, intelligentemente, ha capito che basta poco per far apparire «superflua» l’iniziativa proposta: e così ecco l’offensiva di Aldi e Lidl che annunciano, facendosi al contempo una bella pubblicità, che loro i 4’000 franchi li applicano da subito, seguiti, negli ultimi giorni, da COOP.

Le forze sindacali hanno dunque investito lavoro e mezzi finanziari imponenti per sostenere iniziative popolari che non solo sono state o rischiano di essere sconfitte; ma non permettono nemmeno di porre il problema del cospicuo ritardo accumulato dai salari in questo paese negli ultimi vent’anni rispetto alla enorme crescita della ricchezza prodotta e distribuita.
E mentre si perdono in queste campagne i padroni impongono di fatto il gelo dei salari reali, imponendo adeguamenti salariali pari a zero o poco più.
Ci pare che ce tutto questo dovrebbe essere più che sufficiente per iniziare una radicale riflessione autocritica.

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