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Anche se non se ne parla molto, questa politica ha anche conseguenze importanti per il territorio della regione, poiché annulla tutte le misure ecologiche che le autorità palestinesi potrebbero . Questo articolo evidenzia questi effetti che certo non vogliono nascondere la sofferenza umana, ma che peggiorano profondamente la qualità della vita di quelle popolazioni.

 

Apartheid ambientale

Entrando in Cisgiordania, ciò che colpisce il visitatore attento [1] è la evidente politica di segregazione per separare le colonie israeliane dalle popolazioni palestinesi: eccessi illegali per il diritto internazionale. Dalla legislazione all’urbanistica, per non parlare dell’accesso alle vie di comunicazione: tutto è fatto per separare due mondi che però vivono fianco a fianco. Questa segregazione tocca anche l’ecosistema, perché è evidente la differenza di trattamento nella gestione dello spazio: se nel territorio israeliano è chiara la sua “pulizia impeccabile”, in molti posti della Cisgiordania [2] la raccolta dei rifiuti è estremamente inadeguata. Situazioni simili fanno parte di quella strategia di transfert silenzioso [3] messo in atto dalla politica coloniale perché per la gestione dei rifiuti, molte zone dipendono dall’amministrazione israeliana. Situazioni simili anche nella regione di Hebron, dove l’esercito israeliano impedisce l’importazione di un acido destinato a depurare le acque luride (ufficialmente, come sempre, per ragioni di sicurezza), che vengono riversate nell’ambiente [4]. Ancor più grave è che molte delle terre palestinesi vengono usate come discariche per rifiuti israeliani di ogni genere, provocando problemi di salute e di polluzione del suolo e delle popolazioni locali.

In generale, l’occupazione, e soprattutto il proliferare delle colonie, impedisce di adottare misure efficaci per la protezione dell’ambiente: i razionamenti, la mancanza di fondi (l’Autorità Palestinese dipende molto dall’aiuto estero), le interruzioni nel territorio [5] la mancanza di creazione o di ripristino di una rete di approvvigionamenti e di evacuazione dell’acqua. In alcune regioni, circa il 45% dell’acqua si perde a causa del razionamento e di una rete idrica inadeguata[6]. La qualità dell’acqua è deteriorata dalla ruggine delle canalizzazioni che non vengono rimpiazzate. Tutti i modi in cui si ottiene questa segregazione nello spazio hanno un grande impatto sul paesaggio palestinese a causa del moltiplicarsi di strade, gallerie, check-points, muri e barriere superflue che provocano disboscamenti e maggior pressione sui terreni. Anche la creazione di “parchi naturali” (sulle terre palestinesi, naturalmente) con piantagioni di foreste di conifere (alberi poco adatti al paese) non portano miglioramenti [7]

 

Colonizzazione idrica

La Palestina soffre da sempre di uno stress idrico importante, le risorse idriche sono perturbate dalla politica, provocano grande disuguaglianza nella ripartizione delle riserve di acqua potabile perché in Cisgiordania un colono consuma in media 487 litri di acqua al giorno, contro i 70 di un Palestinese. [8]. Lo scandalo non finisce qui: la maggior parte delle falde freatiche del sottosuolo palestinese vengono sfruttate da Israele, in particolare dalla compagnia nazionale Mekorot, che rivende quest’acqua alla popolazione palestinese che può permettersela. Nella valle del Giordano, l’ingiustizia ambientale è evidente perché le colonie fiorite e verdeggianti beneficiano maggiormente e in permanenza di acqua corrente e confinano con campi beduini o villaggi palestinesi aridi e sprovvisti di acqua potabile, che dispongono solamente di sistemi di recupero dell’ acqua piovana. Tra le due realtà, lungo le strade si estendono stazioni di pompaggio con tubature che forniscono l’accaparramento delle risorse idrauliche per i coloni. Quando le autorità israeliane si vantano di far “rinverdire il deserto”, non vi è alcun dubbio che ciò accade a scapito dei molti villaggi preesistenti ed di una gestione a lunga durata degli ecosistemi. Soprattutto anche a causa della presenza nella regione di numerose monoculture (datteri, vigne, pomodori…) che dipendono da sistemi di irrigazione che abbassano pericolosamente le riserve di acqua dolce. Queste culture intensive moltiplicano anche l’utilizzo di concimi e prodotti chimici nocivi per l’ambiente. perché penetrano inevitabilmente nel sottosuolo palestinese. La situazione è ancora peggiore nella striscia di Gaza. A causa del blocco israeliano, la penuria di carburante comporta numerose disfunzioni nel sistema di evacuazione, di epurazione e di flusso dell’acqua, con la conseguenza di fughe che hanno causato inondazioni di quartieri interi di acque di scolo ed il riversamento in mare di parecchi milioni di litri di acque luride, inquinando zone di pesca già scarse.[9]

 

Comportamenti contro natura

Anche il tenore di vita è totalmente contrario alle pratiche tradizionali ed agli equilibri ecologici della regione. Per la maggior parte le colonie si caratterizzano per enormi blocchi di case o appartamenti uguali, del tutto simili alle periferie residenziali iper sicure di certe città difformi come Johannesburg o Sao Paulo. Contrastano con l’urbanistica palestinese, più conforme all’ambiente, alla realtà storica e paesaggistica. Esempio emblematico è il villaggio di Wadi Fukin, popolato da 1’000 abitanti e contornato da una colonia di più di 40’000 persone. Questa situazione dell’accappiare le terre rende agli abitanti sempre più difficile praticare le loro attività tradizionali, come l’agricoltura. Evidenti le conseguenze collaterali di questa colonizzazione, in particolare nelle colonie ideologicamente più estreme : uliveti e vigneti sradicati, animali e terreni avvelenati, distruzione di pannelli solari, riflussi di acque luride, ecco cosa succede nei punti caldi delle colonie in Cisgiordania. Non sono fatti isolati, questi delitti fanno parte di un vero e proprio progetto di una potenza straniera per colonizzazione un territorio: azioni condannate da molte risoluzioni del diritto internazionale. E’ quindi urgente che i movimenti sociali ed anche ecologisti sostengano attivamente il popolo palestinese nella sua lotta contro l’oppressione e per la libertà, con maggiore sensibilizzazione, pressioni sui governi occidentali affinché interrompano il loro sostegno ad una politica criminale del governo israeliano e con il boicottaggio dei prodotti che nascono da questa politica.

 

(*) Renaut Duterme, docente, attivo nel Comitato per l’Annullamento del Debito Estero del terzo Mondo (CADTM). Autore di “Ruanda, una storia rubata” pubblicato nel 2013 dalle Editions Tribord e co-autore con Eric De Ruest di “Il debito nascosto dell’economia” apparso nel 2014 presso “Les liens qui libèrent”.

 

[1]Questo articolo si basa principalmente su una missione d’osservazione civile effettuata nell’aprile 2014 ed organizzata dall’Associazione Belga-Palestinese. Salvo indicazioni contrarie, le informazioni riportano testimonianze e constatazioni durante questa missione

[2] il 60% del territorio della Cisgiordania è sotto controllo israeliano

[3]Il transfert silenzioso indica l’insieme delle politiche applicate dal governo israeliano per rendere impossibile la vita nei territori occupati, ed incoraggiare la partenza delle popolazioni palestinesi da quelle zone.

[4] http://www.arte.tv/fr/cisjordanie-l
[5] Vedi la cartina dell’arcipelago palestinese, realizzata da Le Monde Diplomatique e disponibile all’indirizzo seguente : http://www.monde-diplomatique.fr/ca
[6] E’ il caso di Yatta, Cifre date dal Municipio
[7] Ancor più perchè queste misure servono per accapparrarsi terre palestinesi o a dissimulare villaggi distrutti
[8] Cifre fornite dal ABP
[9] « Gaza un blocus implacable à lever de toute urgence », di Rabab Khairy – 11.11.11.

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