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aititll padronato ticinese del settore industriale (come d’altronde quello nazionale) non è certo stato a guardare in questi ultimi mesi. Dopo aver approfittato per anni delle condizioni quadro favorevoli garantite dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS) attraverso la fissazione del limite soglia al tasso di cambio franco/euro, ora, caduta quella garanzia di affari e profitti, il padronato non ha alcuna intenzione di rinunciare al propri margini di profitto.

Oltre a chiedere garanzie e sostegno al governo (diminuzione della spesa pubblica con relativa diminuzione dell’onere fiscale, attenuazione della regolamentazione, in particolare quella di carattere salariale, orientamento della formazione sempre più convergente con le richieste delle imprese, etc), le aziende industriali hanno sferrato una vera e propria offensiva contro i salariati del settore. Obiettivo far pagar loro le conseguenze dell’abbandono della soglia fissa del tasso di cambio e mantenere i margini di profitto.

Un bollettino di guerra

Negli scorsi giorni, nell’ambito della presentazione della prossima assemblea ordinaria dell’associazione padronale, l’AITI (Associazione industrie ticinesi) ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta tra le imprese associate sulle misure adottate per fronteggiare la fase successiva all’abbandono della soglia fissa di cambio euro/franco.
Si tratta di un vero e proprio bollettino di guerra, vista l’entità delle misure approntate. Ci viene infatti detto che il 22% delle imprese interpellate ha applicato misure di contenimento del costo del lavoro attraverso riduzioni salariali e le prospettive indicano che tali misure potrebbero essere adottate da due imprese su tre; tra queste misure ci contenimento spicca il congelamento della 134 mensilità (praticamente quasi il 9% del salario) in circa il 27% delle aziende; una misura che potrebbe estendersi ad oltre un terzo di tutte le aziende.
L’aumento delle ore di lavoro ha pure interessato quasi un terzo delle aziende (il 31%) con una tendenza che potrebbe coinvolgere quasi una impresa su due. La stessa dinamica è stata osservata a livello della ricerca di una maggiore produttività (cioè un aumento dello sfruttamento) ottenuta da un’impresa su cinque con la prospettiva che almeno la metà delle imprese raggiunga lo stesso obiettivo.
Infine la situazione si presenta altrettanto seria dal punto di vista occupazionale. Il 16% delle imprese interpellate ha introdotto il lavoro ridotto (che significa, tra l’altro, diminuzione dei costi salariali per le imprese e forte aumento della produttività) ed è del doppio (il 32%) la percentuale di coloro che pensano complessivamente di farvi ricorso in futuro. Dal punto di vista occupazione sarebbero quasi un terzo (il 27%) le imprese che stanno pensando a licenziamenti; licenziamento che per il momento sono stati circa 150, ma che potrebbero salire oltre il mezzo migliaio.

 

Poco o nulla si muove

Di fronte a tale trasparenza padronale non possono che preoccupare i silenzi sindacali. Se si tralasciano alcune denunce e mobilitazioni limitate a poche imprese non si ha l’impressione, seguendo l’attività sindacale quotidiana, che le organizzazioni sindacali seguano e siano coscienti di quanto sta succedendo. Che altro non è se non una offensiva generale da parte del padronato. Ed è proprio sul terreno generale, al di là della singola azienda, che andrebbe tentata l’organizzazione di una risposta. Ma l’impressione è che in questi anni non si sia cercato di rafforzare la presenza sindacale sul terreno e oggi si sia totalmente impreparati, salvo qualche caso sporadico, a controbattere a questa accelerazione dell’offensiva padronale.
Offensiva padronale che può anche far capo a condizioni contrattuali ideali. Infatti molte delle misure adottate hanno la benedizione della comunità contrattuale, essendo previste proprio dai CCL, in particolare in quello dell’industria delle macchine, articoli di crisi che permettono ai padroni di diminuire i salari o aumentare l’orario di lavoro in momenti difficili dal punto di vista economico o difficili per l’azienda.
Un quadro quindi ingessante per i lavoratori e propizio per il padronato. A tal punto che nelle settimane passate, in particolare dopo l’annuncio dell’abbandono della soglia del tasso di cambio euro/franco, le associazioni padronali hanno promosso diversi seminari rivolti alle imprese associate per spiegare gli ampi margini che gli attuali CCL offrono per aumentare produttività e margini di profitto; facendoli pagare ai salariati attraverso l’aumento dell’orario di lavoro e la diminuzione dei salari. Tutto un programma!

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