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Lo scorso 7 marzo 2021 il popolo svizzero ha accolto con il 51% dei voti a favore all’iniziativa federale «Sì al divieto di dissimulare il proprio viso». La raccolta firme era stata lanciata il 25 febbraio 2016, pochi mesi dopo che il parlamento ticinese emanò ufficialmente la sua Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. L’iniziativa federale accolta ricalca fedelmente la legge ticinese, e come al solito il nostro piccolo cantone è servito da laboratorio politico dell’ultradestra svizzera. Negli stessi mesi del 2016 noi due scrivevamo un ricorso contro la legge ticinese, sostenendo che violava la Costituzione svizzera e in particolare la libertà della libera espressione delle idee politiche e la libertà economica. Il ricorso è stato accolto dal Tribunale federale nel 2018 (DTF 144 I 281). Possiamo quindi dire con certezza che il divieto federale di dissimulazione del volto è stato votato in aperta contraddizione con i nostri diritti costituzionali. Questo lo sapevano tutte e tutti: ministre, parlamentari, giornaliste, direzioni di partito, intellettuali svizzeri. Tutti. Ma (quasi) nessuno in questa campagna di votazione ne ha parlato. Vorremmo quindi qui riassumere la nostra esperienza come resoconto di un attivismo politico che può fungere da base di riflessione per azioni future.

La presenza del burka nella nostra realtà mediatica inizia comincia nel marzo 2001, quando i Talebani abbattono le statue del Buddha nella valle di Bamiyan. Poco dopo, con l’attentato alle torri gemelle, veniamo informati che l’Afghanistan è il nemico dell’Occidente: la guerra Santa occidentale era iniziata. Nel frattempo al G8 di Genova il movimento altermondialista veniva ucciso dalla democrazia occidentale a suon di torture e omicidi. Da allora il burka è diventato il simbolo giornalistico e politico dell’Islam e quindi del Male. In Europa in questi ultimi 20 anni il rapporto fra autorità politiche e comunità islamiche si è esacerbato, provocando anche una certa reazione di radicalizzazione religiosa da parte di queste persone regolarmente mantenute ai margini della società. Invece di gestire il problema, la politica ha pensato bene di stigmatizzare. Fino ad arrivare, in Francia nel 2010, a discutere in parlamento del primo “divieto di burka”. La proposta di Sarkozy era stata stranamente accolta trasversalmente, siccome anche i socialisti vedevano nel divieto un modo per riaffermare la laicità dello Stato. In Francia le leggi sono controllate preventivamente nella loro costituzionalità. Il 25 marzo 2010 il Consiglio di Stato francese diede il suo parere: il “divieto di burka” è anticostituzionale! E perché? Perché “il principio di laicità impone una rigorosa neutralità allo Stato e ai poteri pubblici nei confronti delle pratiche religiose”. Quindi se pensi che lo Stato debba essere laico, allora non puoi vietare solo il burka. Perché se vieti solo il burka stai facendo una guerra santa e non sei neutrale. Perché se vuoi fare un discorso culturale per la laicità non emani divieti, ma fai una politica culturale dell’emancipazione, fatta di musei, incentivi economici, diritti di espressione ecc.

Sono però purtroppo stati gli stessi giuristi ad aver consigliato al legislatore francese la via di fuga: istituire un divieto totale di dissimulazione del volto per salvaguardare l’ordine pubblico o per garantire l’identificazione delle persone in determinate circostanze. Il parlamento francese ha quindi elaborato una legge che salvaguardasse, queste le intenzioni espresse, la coesione nazionale, che era messa in discussione dalla dissimulazione del volto. L’esecutivo francese difese coi denti questa opinione, anche davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Disse che vietare in generale la dissimulazione del volto era necessario per tutelare “le esigenze minime della vita in società”, il “vivere assieme” ed i “diritti e le libertà altrui”. Questa opinione è stata condivisa dai giudici di Strasburgo, che (in uno sforzo antislamico della Grande Chambre in realtà altamente prevedibile) basandosi su queste argomentazioni farlocche ha certificato la conformità del “divieto di dissimulazione del volto” in salsa francese, ora approvato anche dal popolo svizzero.

Oggi, tutti coperti dalla mascherina, sappiamo che tutte quelle storie erano false, e che la mascherina igienica, essendo un prodotto pensato in logica di prevenzione a favore della salute, è sempre utilizzabile dalla popolazione. Scopriamo che girare con la mascherina non viola “le esigenze minime della vita in società”, il “vivere assieme” o i “dei diritti e le libertà altrui”. Anzi, sappiamo che coprirsi il volto può proteggere tutte queste cose. Noi lo scrivevamo già nel nostro ricorso del 2016, con queste parole: “Il cittadino, in almeno un caso, può andare a volto coperto sempre, e semplicemente quando ne ha voglia, ne abbia piacere, ne sia felice. E, almeno in quel caso, ovvero quello della mascherina igienica, può assolutamente ignorare la presunta volontà del legislatore di ‘preservare le condizioni fondamentali del vivere assieme, garantire la libera interazione sociale, proteggere i diritti di ciascuno e le libertà altrui’.”

I giudici di Losanna sono sbiancati quando abbiamo fatto notare loro che con questo divieto si impediva anche ai negozi di usare i pupazzoni pubblicitari per fare volantinaggio (anche loro dissimulano il viso…), come anche delle innocue maschere in piccole azioni politiche. Come detto, in questi 5 anni siamo stati però ignorati da (quasi) tutti. Abbiamo scoperto che c’era un attivismo di fondo degli intellettuali svizzeri a favore del divieto e che quindi nessuno aveva interesse ad accogliere quel che stavamo dicendo.

Prima di tutti i giudici federali, che non hanno annullato in toto il divieto (nonostante gli avessimo messo sul piatto tutti gli strumenti necessari per farlo) ticinese, ma ha solo ridotto il suo campo di azione. Poi le giuriste e i giuristi. Diventati ormai una congregazione di moralisti, la maggior parte dei costituzionalisti, invece di fare critica sociale, guardano semplicemente cosa dice la Corte europea dei diritti dell’uomo senza criticarne le decisioni. Una posizione di sudditanza apolitica che è, verosimilmente, figlia di una loro battaglia: i costituzionalisti svizzeri vogliono affermare la validità dei diritti umani in Svizzera nel senso di statuire una giurisdizione costituzionale completa almeno in questo ambito. Quindi criticare la Corte EDU varrebbe come una sorta di “tradimento”. I giuristi sono diventati quindi un attore inutilizzabile dal profilo politico, a meno che non debbano difendere il loro orticello (cfr. iniziativa per l’autodeterminazione).

Seguono i partiti politici. Quegli stessi partiti che nel secolo scorso si fecero promotori e furono protagonisti di importanti conquiste politiche e sociali, non sono stati in grado di vedere la pericolosità di quest’iniziativa per i diritti politici e sociali di tutte e tutti. L’opposizione politica all’iniziativa si è concentrata sul discorso femminista che, pur essendo legittimo ed importante, rappresenta solo uno degli aspetti problematici che sollevava l’iniziativa. I partiti nascono, crescono e si sviluppano grazie alle riunioni e alle manifestazioni, ed esprimono le proprie opinioni nelle strade e nelle piazze: l’iniziativa limita fortemente questi diritti, e l’ingenuità dei partiti nel non vederlo è un errore politico che ci perseguiterà a lungo.

Infine la stampa. La NZZ, il Tagesanzeiger e il CdT sono, sin dall’inizio, assolutamente a favore del divieto. Tutti i giornalisti (con rarissime eccezioni) con cui abbiamo parlato non hanno mai letto cosa sta scritto nel “divieto di dissimulazione del volto”, considerando il diritto un mero elemento sovrastrutturale e dicendo di voler cercare la cosa vietata in sé, la volontà popolare. La SSR SRG avrebbe dovuto garantire la neutralità, era invece sin dall’inizio anch’essa schierata fortemente a favore del divieto di burka. Non abbiamo mai sentito dire così tante bugie nei riassunti di cosa avrebbe vietato il “divieto di dissimulazione del volto” come quelle espresse dalla RSI e dalla SRF (dai loro giornalisti, non stiamo parlando degli invitati). Tutte queste prese di posizione giornalistiche erano sempre accompagnate da immagini raffiguranti il burka o il niqab. C’era quindi un framing violentissimo di stigma nei confronti dell’islam contro cui qualsiasi nostra argomentazione razionale non avrebbe potuto fare breccia. Non sorprende quindi che questa iniziativa sia stata accolta dal popolo anche se il governo e il parlamento hanno proposto un controprogetto: gli intellettuali svizzeri hanno dato via libera a questo divieto, e quindi il divieto è passato.

Possiamo ricavare da questa grande ipocrisia due insegnamenti. Il primo è che è importante combattere anche con il diritto, ma che il diritto non basta. Noi facciamo un particolare attivismo giuridico, ma tutti devono essere consapevoli che non si può sempre chiamare “mamma tribunale” per sistemare le porcherie della politica. Credere solo nei tribunali e nei diritti dell’uomo come elemento salvifico della società rischia di farsi trovare nudi qualora il tribunale non faccia “quello che deve”. Il secondo insegnamento è che non è vero che la democrazia diretta è in sé razzista. In questi anni i nostri veri avversari non erano né l’UDC, né il comitato di Egerkingen. I nostri avversari sono stati, purtroppo, i media, che grazie alla costruzione di un nemico costruiscono attenzione identitaria, un avversario identificabile come il Male, una comunicazione semplice e accessibile. Ci siamo ritrovati, stavolta noi, nudi di fronte al framing spettacolare che questa iniziativa metteva a disposizione. In questo senso l’analisi politica deve sapere essere multivaloriale: ragionare sempre anche su come influenzare gli operatori giornalistici e gli intellettuali e non solo il popolo. Troppo facile scatenarsi contro il “popolo bue” se poi al popolo non è mai nemmeno stata fornita un’informazione oggettiva.         

* giuristi

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