Tempo di lettura: 4 minuti

Le tentazioni di considerare gli anziani come “i responsabili” della crisi pandemica ha fatto capolino anche in Svizzera nella scorsa primavera (come non ricordare il tentativo del Canton Svitto di introdurre una specie di coprifuoco per gli anziani). L’aumento dei casi e la possibilità che il servizio sanitario debba prendere delle decisioni di “priorità” (le linee guida in materia “etica”, ci si dice, sarebbero state aggiornate di recente) hanno rilanciato la discussione sul ruolo degli anziani nella nostra società. D’altronde il modo con il quale si guarda (e si è guardato) alle case per anziani rispetto allo sviluppo della pandemia nella scorsa primavera, ci induce a pensare che nelle autorità – e nei medici che li consigliano – facciano capolino teorizzazioni di stampo eugenetico. L’articolo che segue riguarda questo tema, così come si è sviluppato in Italia, nelle ultime settimane. Ma le riflessioni che esso contiene potrebbero essere benissimo allargate anche alla nostra realtà. (Red)

Ci si avvicina a un sempre più stringente lockdown e sedicenti ricercatori al servizio della scienza ‒ quale scienza? ‒ rilanciano la soluzione dell’uovo di Colombo: le vittime del Covid-19 sono soprattutto anziane, isoliamo gli ultraottantenni, meglio ancora gli over sessanta per maggior sicurezza. Così l’economia potrà non fermarsi.

Primo novembre, alle 11.58, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, scuola di giornalismo a Mediaset, forte della sua vittoria elettorale personale alle ultime regionali dai cui seggi è uscito confermatissimo, twitta: «Per quanto ci addolori ogni vittima del Covid-19 dobbiamo tenere conto di questo dato: ieri, tra i 25 decessi della Liguria 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate». Depurata da tutta l’ipocrisia curiale che l’avvolge (prima e ultima riga del post) il messaggio è chiaro e il governatore, che non ha più bisogno dei voti degli elettori anziani, getta la mascherina (del resto, in una foto ufficiale passata alla piccola storia del lockdown di primavera la indossava sino alla bocca e non anche sul naso). E prende posizione a due giorni dalla pubblicazione sul sito dell’ISPI del commento di un presunto ricercatore che, l’idea di isolare i vecchi, non si limita a buttarla lì, come un sasso nello stagno, ma l’argomenta. Ciò che accomuna entrambi, il politico e il presunto ricercatore, è l’assoluta assenza di tensione etica nel loro pensiero.

Il presunto ricercatore si chiama Matteo Villa, 50 anni, presentato da ISPI come esperto di migrazioni, ma più conosciuto come ex giocatore del Milan senza che vi abbia fatto una gran carriera. Il suo pensiero evoca spregiudicatamente l’eugenetica dei più deboli. Non verrebbe la pena parlarne se, al di là del gioco delle parole, non prendesse a sua volta le mosse, ma senza citarla, dalla Great Barrington Declaration, firmata il 4 ottobre scorso nella sede di un think tank ultraconservatore e filo Trump, l’American Institute for Economic Research, nel Massachusetts, da tre accademici di Stanford, Cambridge e Oxford. L’obiettivo della declaration è quello di salvare l’economia dall’assedio del virus e per farlo, affermano i tre accademici, seguiti da molti colleghi in giro per il mondo, si deve attuare una “protezione focalizzata” o mirata dei più vecchi! Come? Confinandoli nelle case di riposo o nelle loro abitazioni! Questo il bozzolo del loro pensiero, infiocchettato con un bel po’ di parole ipocrite e, del resto, svelato dalla soluzione che gli esimi accademici propongono per non lasciare morire di fame i nostri vecchi: consentire ai familiari di passare loro il cibo depositandolo sull’uscio di casa o al più con brevi incontri.

Di brevi incontri parla pure l’ex calciatore. Che non sposa l’altra grandiosa idea degli accademici di oltreoceano: puntare all’immunità di gregge consentendo ai giovani di vivere normalmente la loro vita anche al tempo del Covid. Villa deve aver letto la dura reazione della Società tedesca di virologia per cui, con quell’obiettivo, «si rischia un aumento esponenziale di morti».

Villa scrive per ISPI, altro think tank, con sede in un palazzo tutto stucchi e arazzi nel centro di Milano: Istituto di studi di politica internazionale, finanziato dalla Fondazione Cariplo e presieduto da Giampiero Massolo, già ambasciatore e direttore del Dipartimento per le informazioni sulla sicurezza. L’analisi di Villa sul sito di ISPI ha lo stesso taglio di analisi costi-benefici che potrebbe essere applicato a un teatro di guerra o alla lotta al terrorismo internazionale. Con questa impronta il presunto ricercatore boccia l’obiettivo dell’immunità di gregge di quelli della Great Barrington Declaration. Ma non il resto: «È inevitabile un lockdown che costringe a fermare la maggior parte delle attività produttive, infliggendo un pesante colpo economico al Paese». E poi: «Ma cosa accadrebbe se, invece di decretare un lockdown nazionale, superato un certo livello di guardia decidessimo di isolare in maniera perfetta le persone anziane? In altre parole, che cosa accadrebbe se fosse decretato un lockdown solo per le fasce d’età più a rischio?». Appaiono interrogativi retorici, svelati da quella inquietante preposizione («in maniera perfetta»), cui segue il piano di azione sposato da ISPI: «Sarebbe sufficiente isolare gli ultra-ottantenni per dimezzare o quasi la mortalità diretta del virus. Se poi riuscissimo ad isolare efficacemente gli ultra-sessantenni, la mortalità scenderebbe allo 0,07%, circa dieci volte inferiore, ed equivalente a 43 mila persone». Già: costi e benefici. I primi: il contenimento delle vittime a “quota” 43 mila (ma ci siamo quasi, in ogni caso) con un “lockdown selettivo”. In cambio si «eviterebbero contraccolpi più severi» (all’economia, naturalmente).

Tanto più che ‒ aggiunge Villa ‒ «anche in terapia intensiva una persona su due ha più di 63 anni, tre su quattro hanno più di 56 anni». Qui la selezione anagrafica si abbassa, direi inevitabilmente, prendendo i numeri per la giacchetta e senza, ripeto, alcuna tensione etica. Villa non si pone un dubbio nemmeno nell’affrontare i contro alla sua soluzione e ammette che per isolare gli over 60 anni, cioè ‒ lo dice lui stesso ‒ quasi un terzo della popolazione italiana, si affaccia «un problema logistico». E finge di chiedersi con altrettanto finto candore: «Possiamo essere sicuri che queste persone accetterebbero di buon grado di auto-isolarsi, non vedendo neppure i propri figli, se non per piccoli periodi di tempo? Solo in questo modo sarebbe possibile ridurre drasticamente il rischio di infezione». Per chi condivide l’appartamento con i figli esclude i Covid hotel, soluzione che avrebbe «costi proibitivi». Per lui è chiaro: «Meglio ciascuno nella propria abitazione». Quanto alla disobbedienza civile a un eventuale governo orwelliano, Villa è categorico: «Un anziano trasgressore metterebbe a rischio soprattutto sé stesso».

Quello di Villa è stato un esercizio accademico che l’ISPI dell’ambasciatore Massolo si è sentito autorizzato a pubblicare e Fondazione Cariplo a finanziare? Sentite cosa scrive Villa e ISPI approva: «Sarebbe sbagliato ritenere che quella dell’isolamento selettivo sia un’operazione da scartare o da non considerare a priori». Villa suggerisce rispetto alla sua provocazione ‒ non una parola sulle reali conseguenze della segregazione di milioni di persone in casa e nelle RSA di cui pure riconosce le difficoltà – una «serena (ma urgente) discussione».

Il combinato disposto del pensiero del governatore della Liguria (peraltro seguito dai suoi colleghi di Piemonte e Lombardia) e di un ente di ricerca finanziato da una primaria fondazione bancaria è uno schizzo di veleno sulla tensione sociale che, già di suo, tira in ballo una contrapposizione generazionale. Anzi, se ripreso, può trasformarsi nell’avvelenamento dei pozzi che ci restano per cercare di uscire insieme dalla pandemia combattendo le diseguaglianze sociali e l’eugenetica dei più fragili.

*articolo apparso sul sito www.volerelaluna.it il 3 novembre 2020

Pin It on Pinterest